Siamo il Paese delle disuguaglianze

(Ilvo Diamanti – la Repubblica) – L’Italia è un Paese “diseguale”. Questo profilo non riguarda solo l’Italia. Ma il nostro Paese appare particolarmente segnato, da questo “squilibrio”. I dati di Eurostat mostrano come l’Italia, alcuni anni fa, fosse il secondo Paese, per grado di diseguaglianza, in Europa Occidentale.

Preceduto, in questa graduatoria (poco prestigiosa), solo dalla Spagna. I dati oggettivi sono, peraltro, sostenuti da quelli soggettivi, dettati dalle percezioni dei cittadini. Secondo un recente sondaggio di Demos, infatti, più di 3 italiani su 4 considerano gravi le diseguaglianze, in Italia, sul piano della distribuzione del reddito e della ricchezza.

Ma quanti lamentano differenze profonde rispetto all’accesso ai servizi, alle libertà e ai diritti civili sono pochi di meno, come coloro che denunciano la difficoltà di venire ascoltati. In politica.

Insomma, la diseguaglianza, in Italia, non costituisce solo un problema statistico, perché coinvolge la società. Ne influenza e condiziona la visione e le immagini del “mondo intorno”. In modo generale e generalizzato. Anche se delinea una scena colorata con diversi gradi di grigio (e scuro).

Infatti, secondo una larga maggioranza di italiani, la “diseguaglianza” non riguarda in modo “uguale” la società, ma “investe”, in modo particolare e con maggiore intensità, alcune categorie di persone.

I disabili, per primi. E, subito dopo, i lavoratori precari. Soprattutto i più giovani. E le donne. Ma “investe”, con forza, anche altri gruppi sociali. Segnati – e svantaggiati – dalla residenza in alcune zone specifiche del Paese, storicamente “svantaggiate”. Il Mezzogiorno, i piccoli centri, le periferie.

La diseguaglianza appare, inoltre, collegata alla provenienza territoriale e nazionale delle persone. Coinvolge soprattutto gli stranieri. Gli immigrati. Tanto più se caratterizzati da una “fede religiosa” diversa da quella prevalente nel Paese.

Agli occhi degli italiani, dunque, si delinea una “geografia della diseguaglianza” ampia e articolata, nella quale le componenti, o meglio, le “regioni”, non comprese nell’area degli svantaggiati, se non degli esclusi, sono circoscritte.

Tuttavia, questo sguardo sul nostro mondo rivela prospettive e angolazioni diverse. Le diseguaglianze, in altri termini, non appaiono necessariamente un “male oscuro” e, tantomeno, incurabile.

Perché attraversano da tempo la nostra vita, la nostra realtà. E di conseguenza, ci siamo, abituati a considerarle come problemi senza soluzione. Ai quali ci dobbiamo “rassegnare”. Così, divengono parte (“regioni”) di un mondo ri-conosciuto e, per questo, “dato per scontato”.

Infatti, la diseguaglianza, meglio le diseguaglianze, sono considerate “accettabili” da quasi i due terzi degli italiani. Mentre circa metà le ritiene “inevitabili” e perfino “utili”. In una certa misura, necessarie. Meccanismi di un sistema che premia e promuove “il merito”. Le componenti più capaci ed efficienti. Per lo stesso motivo, le diseguaglianze appaiono un “motore dello sviluppo”. Sul piano generale e individuale.

Per questa ragione, le possiamo valutare – anzi, le valutiamo – in modo negativo. Ma, alla fine, le accettiamo. Anche se con molte riserve. Con distacco e distinzioni. Perché si preferisce “predicare l’uguaglianza” senza rinunciare ai benefici prodotti dalla diseguaglianza, che appare un canale e un moltiplicatore di efficienza e produttività. Si tratta di una contraddizione apparente, che non riguarda solo l’Italia.

Una figura importante e autorevole, nel campo delle scienze storiche e sociali, come Pierre Rosanvallon, commentando una ricerca condotta in Francia alcuni anni fa, osservava che «una larghissima maggioranza dei cittadini esprime un giudizio schiacciante nel condannare le diseguaglianze e nel formulare un ambizioso concetto della giustizia».

Ma ritiene, al tempo stesso, «che le disparità di reddito sono accettabili qualora riconoscano i diversi meriti individuali». In altri termini, «si condannano le diseguaglianze di fatto mentre si riconoscono implicitamente come legittime le cause della diseguaglianza che le condizionano».

Perché ci aiutano a conseguire risultati concreti. Ci permettono di realizzare i nostri progetti, i nostri obiettivi. Senza entrare in contraddizione e in contrasto con noi stessi. Con i nostri valori e le nostre idee.

Le diseguaglianze, in altri termini, diventano mezzi per superare i limiti e i problemi che vediamo e incontriamo, incontro a noi. Per “andare oltre”. Noi, uguali e diversi. Uguali perché diversi. Non per legge o per obbligo. Ma per “merito”. Per superare e contrastare le diseguaglianze è, dunque, necessario anzitutto partire da noi. Dal nostro sguardo sul mondo. Sugli altri. È, importante, per questo, convincersi e convincere che l’uguaglianza di opportunità, diritti, condizioni, non è solo giusta. Ma utile. A migliorare la nostra società. E la nostra vita.

4 replies

  1. La storia del merito ha finito di stufare da più di 30 anni, almeno. Altrettanto chi lo ” pretende” riconosciuto, come se l’intelligenza, la salute, la FORTUNA fossero elementi che originano dalla persona per proprie capacità o assiduità di impegno, oppure chi lo ” rifiuta” preferendo appoggiarsi alla famiglia/ amicizie e alle sue possibilità o addirittura si inserisce in gruppi o organizzazioni ( troppo lunga lista) che aiutano, ricambiate, i loro membri.

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  2. Ed inoltre: per identificare il “merito” occorre qualcuno che lo riconosca: non vale dire “io merito”: tutti ci riteniamo in qualche modo meritevoli.
    E si torna sempre al medesimo punto: “Quanto sono meritevoli quelli preposti a riconoscere il merito?”

    Direi che ci sia poco da fare: le disuguaglianze – date soprattutto dalle condizioni di nascita, cioè salute, carattere, intelligenza, luogo, famiglia, opportunità – ci saranno sempre.
    Allo Stato – ci dice Rousseau – il compito di mitigarle. Ma lo stato di Rousseau non comprende la democrazia rappresentativa, in cui i rappresentanti, prima o poi, “rompono il patto” (e ben lo vediamo ogni giorno!) .ma una condizione in cui il popolo si tiene ben stretta la propria sovranità, senza delegarla ad alcuno.
    E torniamo sempre lì, all’ “uno vale uno”, impossibile in Stati più grandi della città del Ginevrino. Nonostante le nuove tecnologie.

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  3. Bisognerebbe, secondo me, sostituire il concetto di ” merito” con quello di ” competenza”. Non c’è ” merito” a nascere con buone doti in un ambiente favorevole: è fortuna. Con lo studio, il lavoro, l’impegno si raggiunge la ” competenza”, che è ciò che serve veramente e che spesso manca.

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  4. Siamo sempre lì: chi ha il compito di riconoscere le competenze è più competente o è il fratello, il figlio, il cliente, il fidanzato, il cugino, il compare di partito, il sovvenzionatore… di XYZ?

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