Stragi del ’92: è stata la Spectre

(ROBERTO GRECO – glistatigenerali.com) – Si sono finalmente spenti i riflettori sulle celebrazioni del trentennale della strage di Capaci, quella strage in cui morirono per mano mafiosa Giovanni FalconeFrancesca MorvilloRocco Di CilloAntonio Montinaro e Vito Schifani. Adesso è necessario provvedere da un lato alla necessaria pulizia del Foro Italico, sede della kermesse della mattinata del 23 maggio in cui da tutta Italia si sono mossi studenti e cittadini che hanno deciso di esserci, dall’altro a quella della grande passerella di Vip che, come ogni anno, ha animato la manifestazione. Vetrina d’importanza nazionale, giornata in cui la mano destra con il pugno chiuso ha più volte battuto sul petto come nel “Confesso a Dio” di cattolica memoria che, con il suo «Mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa» cerca l’espiazione dei propri peccati. Ma nessuno in quest’anniversario, ancora una volta, l’ha fatto in maniera sincera.

Questa volta, però, i complici del non “Confesso a Dio” sono evidenti. Il mainstream, attraverso le emittenti private, La7, e pubbliche, le reti RAI, hanno dato il meglio, ma forse il peggio, di sé. Tutto inizia, per così dire, il 18 maggio. Mancano cinque giorni al 23 maggio e Andrea Purgatori con la sua puntata di “Atlantide“, da il via alle danze, o meglio ancora agli squilli di tromba.

“S’ode a destra uno squillo di tromba; a sinistra risponde uno squillo; d’ambo i lati calpesto rimbomba da cavalli e da fanti il terren” scriveva Alessandro Manzoni nel suo “Il Conte di Carmagnola” e questo è stato il copione seguito, copione che, in realtà, differisce ben poco da quanto normalmente La7 e RAI consegnano al pubblico, inebriato da questa ayahuasca informativa che soddisfa la propria sete e necessità di complottismo. Su “Atlantide”, ancora una volta, complice Saverio Lodato, si sono ribadite le non verità che sembrano essere diventate oramai il mood, o meglio il format, di questo programma che potrebbe tranquillamente essere incasellato tra i programmi di intrattenimento.

Un esempio? Uno per tutti, anzi un due. Ancora una volta è stato accusato il dottor Bruno Contrada di aver aiutato Oliviero Tognoli a fuggire, nonostante, a seguito di approfondite verifiche, sia stato accertato da tempo che il dirigente della Polizia di Stato non ha mai conosciuto il finanziere bresciano e che altri lo avevano chiamato a telefono. Il Tognoli fu interrogato a verbale l’8 maggio del 1988 e dichiarò al dottor Giovanni Falcone, Giudice Istruttore, e al dottor Giuseppe Ayala, Sostituto Procuratore della Repubblica di Palermo, entrambi andati per la rogatoria internazionale in Svizzera e alla presenza del giudice istruttore svizzero del Canton Ticino Claudio Lehmann e della dottoressa Carla Del Ponte, che il 12 aprile 1984 era stato il fratello Mauro a telefonargli all’albergo “Ponte” a Palermo dove lui si trovava quella mattina, dicendogli: « È venuta la Polizia a cercarti questa mattina alle 7:00, hanno perquisito la villa». Il Tognoli, che ben conosceva il motivo per il quale erano andati a cercarlo, lasciò in fretta e furia l’albergo e si dette alla latitanza.

E, visto che poco costa e che “tutto fa brodo”, è stata inoltre gravemente leso l’onore della Polizia di Stato accusandola di aver ordinato ad Emanuele Piazza, quando era ancora nei ruoli della Polizia, di uccidere il boss Michele Zaza, trasformando così le Forze dell’Ordine in killer di Stato. Il resto? Semplicemente “La versione di Andrea”, come nel tempo ha dimostrato di saper narrare.

Ma il meglio del peggio, ahimè, è avvenuto sull’emittenza pubblica che ha dedicato una programmazione completa e organica al trentennale. Nel calderone dei vari programmi, dei vari documentari e fiction, è finito un minestrone scipito di verità con alti e bassi, bocconi dolci e, forse troppi, bocconi amari. A firma di Maria Grazia Mazzola, che come giornalista fu inviata a Palermo in quelle tragiche giornate del maggio 1992, un lodevole lavoro sulla memoria di Giovanni Falcone il cui piacevole gusto, però si è interrotto quando sullo schermo è apparso Salvatore Borsellino che ha estratto dal suo sgualcito cilindro il suo cavallo di battaglia, la trattativa Stato-mafia, incurante che il dispositivo della sentenza di secondo grado formalmente, seppur in attesa delle motivazioni, afferma che l’attività dei Carabinieri, è configurabile in un’attività di tipo infra-investigativo, ossia un rapporto tra ufficiali di polizia giudiziaria e un confidente, una fonte, un informatore che fornisce notizie, non in un reato. Ma, come disse Amatore Sciesa mentre si stava dirigendo verso il patibolo, «Tiremm innanz!» perché altre due messe in onda di “mamma” RAI hanno inquinato i pozzi. Si tratta della puntata di “Report” del 23 maggio e del lancio di un nuovo podcast dal titolo “Gli ammutati” di Michela Mancini, entrambi annuncianti verità non dette sulle stragi di Capaci e via d’Amelio che, come un filo sottile, attraversano le storie dei protagonisti.

Cominciamo proprio dal podcast. Devo confessare che, dopo poco meno di un minuto dall’inizio del suo ascolto, pensavo di avere sbagliato – stavo ascoltando su RaiPlay – e di stare ascoltando invece la versione audio di un vecchio sceneggiato della RAI, quelli in bianco e nero degli anni ’50 e ’60, forse una puntata di “Giallo club” con Ubaldo Lay del 1961 o del “Romanzo di un giovane povero” firmato da Silverio Blasi nel 1957. Voce femminile suadente, piglio da romanzo d’appendice condito di una vena mistery ma via via la voce fuori campo, ancor prima del racconto testimoniale, proponeva certezze e soluzioni riecheggiando, forse troppo, qualche “versione dei fatti” di certi negazionisti delle verità processuali. Coup de théâtre? No, perché il massimo (del minimo) è stato ancora una volta raggiunto da “Report” con il suo “La Bestia Nera” che, tra volti oscurati, dichiarazioni di anonimi, testimonianze non riscontrate o rese da parte di testimoni spesso pseudo-collaboratori ritenuti non affidabili da diverse Procure, improbabili pentiti, episodi singoli slegati tra loro ma conditi dalla veemenza complottista, la testimonianza del dottor Donadio, magistrato denunciato dalla procura nissena e catanese per aver interferito nelle loro indagini, quella del pentito ex guardia carceraria Pietro Riggio e, dulcis in fundo, la versione di Marianna Castro, già moglie di Peluso i cui racconti sono degni de “I miserabili” firmato nel 1964 da Sandro Bolchi, manda in onda il versamento del veleno nel pozzo.

Scoop della serata, la presenza, più o meno circa quasi, di Stefano Delle Chiaie capo di “Avanguardia Nazionale” deceduto nel 2019, sul teatro, di preparazione o forse addirittura di esecuzione, della strage di Capaci. Documenti inediti, testimonianze esclusive. Tanta verità svelata da far intervenire la Procura di Caltanissetta, competente delle indagini sulle stragi del ’92. Il procuratore De Luca non ha dubbi e il 20 maggio 2022 firma, tre giorni prima della messa in onda, una richiesta di perquisizione nei confronti del giornalista Paolo Mondani, autore de “La Bestia Nera” che è stata puntualmente eseguita dopo la messa in onda e che si basa su quanto annunciato da Ranucci stesso nei giorni precedenti nell’anteprima che annunciava le verità che sarebbero state svelate durante, appunto, la puntata del 23 maggio: «Nell’ambito della trasmissione televisiva Report, andata in onda in data 23.5.2022, sono state inserite le interviste al Luogotenente dei Carabinieri in congedo Walter Giustini ed alla signora Maria Romeo, dalle quali è emerso complessivamente che, nel corso delle indagini condotte nel 1992 dai Carabinieri del Gruppo 1 – Palermo, coordinate dalla Procura di Palermo, sono state fornite da parte di Alberto Lo Cicero, prima quale confidente e poi quale collaboratore di giustizia, preziose informazioni circa la preparazione della strage di Capaci (quindi prima del tragico evento), nonché circa la funzione svolta da Biondino Salvatore quale autista del latitante Salvatore Riina, molti mesi prima che lo stesso venisse catturato in compagnia dello stesso Biondino. Tali dichiarazioni sono totalmente smentite dagli atti acquisiti da questa Procura sia presso gli archivi dei Carabinieri, sia nell’ambito del relativo procedimento penale della Procura di Palermo. Il riscontro negativo emerge dalle trascrizioni delle intercettazioni ambientali fatte nei confronti del Lo Cicero, prima della sua collaborazione, nonché da tutti i verbali di sommarie informazioni e di interrogatorio dallo stesso resi prima dei su indicati eventi. In particolare, nel corso delle sommarie informazioni in data 25 agosto 1992, il Lo Cicero dichiara di aver riscontrato delle anomalie nel comportamento di alcuni uomini d’onore poco prima della strage di Capaci, pensando però che volessero organizzare qualcosa per ucciderlo (il Lo Cicero era già stato vittima di un tentato omicidio nel dicembre del 1992), concludendo “mai avrei pensato quello che poi è avvenuto” (e cioè la suindicata strage). Per quel che riguarda la rilevanza di Biondino Salvatore, il Lo Cicero ha affermato, sia nel corso delle discussioni intercettate, che nell’ambito degli interrogatori antecedenti alla cattura di Salvatore Riina, che il detto Biondino era l’autista del latitante Gambino Giacomo Giuseppe, arrestato già diversi anni prima delle dichiarazioni in esame, non facendo in alcun modo menzione del Salvatore Riina, se non in data 22.1.1993 (cioè in data successiva alla cattura del detto latitante): “vedendo la sua immagine proprio sui giornali e in televisione, mi sono ricordato che quella persona l’ho vista qualche volta nella villa del Troia”. Allo stesso modo il Lo Cicero, sia nel corso delle conversazioni intercettate, che nel corso degli interrogatori da lui resi, al Pubblico Ministero e ai Carabinieri, non fa alcuna menzione di Stefano Delle Chiaie. Non compete a questo Ufficio esprimere valutazioni generali in ordine alla completezza e tempestività delle indagini coordinate da altra autorità giudiziaria a meno che le stesse non abbiano una rilevanza penale in un procedimento di sua competenza; qui si intende solamente affermare che sono del tutto destituite di fondamento le affermazioni circa la sussistenza di specifiche e tempestive dichiarazioni rese dal Lo Cicero sugli argomenti sopra indicati e, quindi, che sarebbe stato possibile evitare la strage di Capaci ed anticipare di alcuni mesi la cattura di Salvatore Riina. Questa Procura ha già espresso il proprio convincimento circa la sussistenza di mandanti e concorrenti esterni nella strage di via D’Amelio, chiedendo nel processo per il c.d. depistaggio la condanna degli imputati con la contestata aggravante di mafia, riguardante la finalità di coprire le alleanze di alto livello di cosa nostra in quel periodo. Tuttavia, le difficilissime indagini che possono consentire l’accertamento della verità devono essere ancorate ad elementi di fatto solidi e riscontrati. Per tali motivi questo Ufficio, che si era imposta la rigorosa consegna del silenzio, è costretto ad intervenire per smentire notizie che possano causare disorientamento nella pubblica opinione e profonda ulteriore amarezza nei prossimi congiunti delle vittime delle stragi, che si verrebbe a sommare al tremendo dolore sofferto. Ed è proprio per verificare la genuinità delle fonti che questa Procura ha disposto una perquisizione a carico di un giornalista di Report, che non è indagato. Tale perquisizione non riguarda in alcun modo l’attività d’informazione svolta da tale giornalista, benché la stessa sia presumibilmente susseguente a una macroscopica fuga di notizie, riguardante gli atti posti in essere da altro ufficio giudiziario. Infatti, secondo quanto accertato da questo Ufficio, in una occasione, il detto giornalista avrebbe incontrato il suindicato Luogotenente in congedo Giustini, non per richiedergli informazioni, ma per fargli consultare la documentazione in possesso di esso giornalista in modo che lo stesso Giustini fosse preparato per le imminenti sommarie informazioni da rendere a questa Procura. E’ necessario verificare la natura di tale documentazione posta in lettura al Giustini, che presumibilmente costituisce corpo del reato di rivelazione di segreto d’ufficio relativo alla menzionata attività di altra autorità requirente. Tale accertamento è tanto più rilevante in considerazione dell’importanza che Giustini attribuisce a tale documentazione, nonché a seguito delle contraddittorie versioni fornite da quest’ultimo in materia di comunicazione nel 1992 delle informazioni da parte dell’Arma all’Autorità Giudiziaria di Palermo» firmato “Il Procuratore della Repubblica Salvatore De Luca”.

È appurato il fatto che, nonostante gli accorati appelli nazionali che sono seguiti e le grandi dichiarazioni di stima, non si sia trattato di un attacco alla libertà di stampa ma, eventualmente, della necessità di evitare che la stampa snaturi il suo ruolo e diventi uno strumento di disinformazione o, ancor peggio, un inquinatore di pozzi. Fuga di notizie, o forse una “manina” ha passato carte che non poteva e non doveva? Chi è l’inquinatore dei pozzi? Ha forse ragione l’avvocato Trizzino, legale dei figli di Paolo Borsellino che, durante la sua requisitoria lo scorso 20 maggio al processo “Mario Bo e altri” relativo al depistaggio, ha parlato di depistaggio nel depistaggio? C’è forse qualcuno che deve difendere la sua onorabilità contro tutto e contro tutti costi quel che costi?

Ma il 24 maggio arriva, oltre alla perquisizione richiesta dalla Procura di Caltanissetta, anche una dichiarazione di Vincenzo Nardulli, ex esponente di spicco di “Avanguardia Nazionale” che dichiara a Adnkronos «C’è una fuga di notizie gravissima. Report ha divulgato documenti secretati, documenti di un archivio, quello di Avanguardia Nazionale, per il quale sono imputato e di cui sono l’unico proprietario e detentore. Parliamo di trentaquattro scatoloni di verbali, di cui abbiamo copia io e il mio avvocato, la Digos e il pm. Sui verbali che qualcuno ha fatto avere a Report, la trasmissione ha costruito tutto un teorema che parte dalle dichiarazioni di due pentiti dichiarati inaffidabili dalla Procura e che comunque non hanno fatto il nome di Delle Chiaie, fatto invece dal conduttore del programma. Qualcuno li ha passati a Ranucci, che a questo punto ne dovrà rispondere». Nardulli dichiara inoltre che «lo stesso giornalista ha fatto un accrocchio di situazioni, mettendo in mezzo Bellini (condannato recentemente per la strage di Bologna, ndr) e definendolo di “Avanguardia Nazionale” pur se non lo è mai stato».

Ce n’è ancora? Si, perché durante la trasmissione “Spotlive” di Rainews24 andata in onda il 25 maggio, Roberto Scarpinato, già Procuratore Generale di Palermo oggi in quiescenza, ha parlato, non in diretta ma in un servizio preregistrato, di Stefano Delle Chiaie e del suo coinvolgimento nella strage e ha dichiarato che esiste un documento ufficiale che lo prova risalente al 1992 che ritiene fosse scomparso. «Sono state acquisite importanti risultanze processuali che noi non conoscevamo ed è stato acquisito anche un documento ufficiale redatto dal 1992 nel quale si comunicava a più autorità che Stefano delle Chiaie nella primavera del ’92 si è incontrato con boss mafiosi e che era coinvolto nella strage di Capaci» ha dichiarato all’intervistatore Roberto Scarpinato.

Sigfrido Ranucci, in nome della libertà di stampa, ora deve dire su quali basi ha fatto il nome di Delle Chiaie e, soprattutto, come ha fatto a ricevere documenti secretati che non potevano e non possono ancora oggi essere divulgati. Ma alla fine non c’è mai fine e il Ranucci ha già annunciato che lunedì prossimo, il 30 maggio, “Report” tornerà a parlare di stragi e trattativa Stato-mafia, riprendendo le fila dell’inchiesta del maggio scorso “Il vertice delle stragi” e annunciato che, questa volta, il cocktail preparato per il pubblico conterrà oltre all’assenzio anche mafia, massoneria deviata, estrema destra e servizi segreti che avrebbero, annuncia Ranucci, contribuito a organizzare e ad alimentare una strategia stragista che puntava alla destabilizzazione della democrazia nel nostro paese.

Forse Giovanni Falcone non aveva capito nulla. Forse è stata veramente la Spectre, attraverso i suoi vasti tentacoli, a ordire le stragi del ’92. E noi, come un branco di babbei gli abbiamo creduto quando nell’intervista rilasciata al “Pungolo”, periodico dei giovani siciliani, pubblicata nel Maggio 1992 disse «La questione del terzo livello è una singolare e strumentale cattiva interpretazione di quello che io ho detto in passato. Il terzo livello non solo non esiste, ma non è stato mai da me ipotizzato. Se per terzo livello intendiamo una sorta di organizzazione che si trova al di sopra degli organismi di vertice di Cosa Nostra, composta da politici e imprenditori, creiamo una trama per un film tipo “La Piovra”. Finiremmo con il creare la Spectre di Fleming». James Bond, aiutaci tu…

4 replies

  1. Eh eh! Il problema delle fonti e del loro uso. Eterno come la presenza di ricci nel retro giardinato delle file di case due, tre piani qui nei Paesi Bassi.

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  2. Articolo che non spiega chi ha fatto sparire l’agenda rossa di Borsellino e chi ha confezionato la bomba e procurato l’esplosivo.

    Ma sopratutto: credere che i carabinieri abbiano trattato in via ‘infrainvestigativa’ con la mafia è veramente come gli asini che volano.

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