Guerra in Ucraina: chi ci guadagna?

L’invasione russa dell’Ucraina, iniziata il 24 febbraio, pare lontana dalla fine, ma ha già vincitori e vinti. I rialzi maggiori in Borsa. I big della Difesa fanno festa con aumenti a 2 cifre. Il metano russo sostituito da esportatori americani […]

(DI NICOLA BORZI – Il Fatto Quotidiano) – L’invasione russa dell’Ucraina, iniziata il 24 febbraio, pare lontana dalla fine, ma ha già vincitori e vinti. Se non sul campo, almeno sul piano economico: i mercati hanno prezzato alcuni dei suoi effetti. L’analisi del Fatto sulle azioni di 24 tra le imprese più rilevanti nel settore delle armi e dell’energia, mostra che a trarre profitto sono multinazionali che producono sistemi per la difesa, statunitensi in primis ma non solo, e i grandi esportatori americani di gas naturale liquefatto (Lng), chiamati a rimpiazzare progressivamente le forniture di metano russo dalle quali l’Europa dipende per il 40% del suo fabbisogno. Non sono ovviamente ancora noti aumenti di ordini, fatturato o utili, ma i rialzi dei titoli segnalano le attese degli investitori.

Le armi. L’“operazione militare speciale” di Putin ai danni di Kiev ha cambiato le dinamiche geopolitiche. La Germania ha stanziato 100 miliardi per il riarmo, altri 19 Paesi della Nato (tra i quali l’Italia) sono pronti a portare le spese militari al 2% del Pil con un incremento dei budget di 73,3 miliardi di euro l’anno, al quale si aggiungeranno i maggiori stanziamenti Usa e di altri Paesi. Molti titoli del settore avevano già iniziato a segnare rialzi prima del 24 febbraio, quando il dispiegamento di truppe russe segnalava il conflitto in arrivo. L’asticella la fissa l’indice S&P 500 delle maggiori azioni di Wall Street che tra il 23 febbraio, ultima chiusura prima della guerra, e il 6 aprile ha segnato +5,7%. Nello stesso periodo alcune aziende hanno ottenuto performance più elevate: tutte sono fornitrici del Pentagono e dei Paesi Nato. La prima, a sorpresa, è l’italiana Leonardo che ha visto un rialzo del 43,9% da 6,4 a 9,2 euro. Seguono Bwx Technologies (+26,3%), società della Virginia che fornisce componenti e combustibile nucleare al governo Usa, e Booz Allen Hamilton (+25,2%), gigante della consulenza strategica in stretti rapporti con il Dipartimento della Difesa di Washington. Poi Bae Systems (+23,3%), gigante britannico del settore, la sconosciuta ai più L3Harris (+16,8%), società tecnologica contractor della Marina Usa, e i colossi americani Northrop Grumman, che produce aerei e droni come il Global Hawk (+15,8%), Heico (+14,2%) che realizza motori di aerei e avionica, Lockheed Martin (dai caccia F-35 ai missili anticarro Javelin, +14,2%), General Dynamics (dai sottomarini delle classi Virginia e Columbia ai carriarmati M1 Abrams, +10,6%) e Honeywell International (droni per esercito e marina, +9,6%). Dalla bonanza è rimasta fuori la francese Safran, attiva nei caccia, che ha perso in Borsa l’8,15%.

Il gas. L’altro settore che mostra il cambio di paradigma geopolitico è quello dei produttori ed esportatori di gas naturale liquefatto (Lng), specie di shale gas, il combustibile ottenuto dal fracking delle rocce di scisto, considerata una delle attività più dannose per il clima e l’ambiente, la cui produzione è aumentata del 70% dal 2010. Gli esportatori statunitensi di Lng stanno emergendo come i veri grandi vincitori della crisi dell’approvvigionamento del Vecchio continente, poiché per il terzo trimestre consecutivo hanno esportato volumi record nell’Unione europea e a prezzi decollati dopo l’invasione russa dell’Ucraina, scattata proprio quando gli esportatori Usa di Lng avevano completato progetti di sviluppo pluriennali per esportare grosse quantità. A dicembre gli Usa hanno venduto all’estero il 13% della propria produzione di Lng, con una crescita di sette volte rispetto a cinque anni prima. Già a dicembre, prima della guerra ma nel pieno dei rincari del gas in Europa, gli Usa avevano superato il Qatar come maggior esportatore mondiale di Lng. Ma i qatarioti stanno preparando investimenti giganteschi per riprendersi la leadership. Il più grande esportatore statunitense è Cheniere Energy, seconda società al mondo dopo la compagnia nazionale emiratina Qatar Energy per capacità di export (35 milioni di tonnellate l’anno), i cui titoli in Borsa dal 23 febbraio non a caso hanno segnato +18,9%.

Tra le altre società Usa del settore che ne hanno beneficiato in Borsa ci sono i giganti Chevron (+20,5%) e, in misura minore, ExxonMobil (+7,8%). Male invece la malese Petronas (-2,1%), la britannica Bp (-4,6%) e la francese TotalEnergies (-10,8%). A fare la differenza sono la presenza geografica e le infrastrutture. I costi industriali di raffreddamento, stoccaggio, trasporto e rigassificazione peseranno sul conto finale per i clienti europei, decretando un maggior o minor rincaro rispetto al gas russo, di certo più conveniente. Ma la misura non è determinabile anche per la segretezza dei contratti di fornitura stipulati con Mosca. Come impararono a loro spese già i Romani, vae victis.

9 replies

  1. Una intervista bellissima a un fisico
    Un altro pensiero libero che dovrebbe essere ascoltato.
    Purtroppo invece nei media c’è solo la propaganda di un pensiero unico. Poveri noi.

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  2. 24 Marzo 2021
    (il mio sottotitolo “I padroni universali e la LORO economia circolare”):

    https://www.cronacheumbre.it/2021/03/24/vaccini-farmaci-e-armi-lintreccio-di-interessi-che-ci-domina/

    Laurence Douglas Fink, Mortimer J. Buckley e Ronard P. O’Hanley sono tre signori statunitensi i cui nomi probabilmente non diranno molto alla maggior parte delle persone che si stanno imbattendo in questo articolo. Anche le informazioni in rete su di loro sono relativamente scarse se paragonate al potere che i tre effettivamente detengono. Digitando i nomi su Google, si ottengono rispettivamente 2,6 e 1,6 milioni di risultati per i primi due e appena 45 mila per il terzo. Per capire le proporzioni, la ricerca “Joe Biden” restituisce oltre 482 milioni di risultati, quella della stringa “Mario Draghi” oltre 29 milioni, e pure le richieste di informazioni su personaggi come Matteo Salvini o Enrico Letta generano nel motore di ricerca oltre 10 milioni di risultati. Anche wikipedia è piuttosto parca di notizie. Vi si può leggere, tra le poche altre cose, che Fink viene chiamato anche con l’abbreviativo “Larry” e ha studiato all’Ucla, l’Università della California dove si conobbero Jim Morrison e Ray Manzarek, che insieme a Robby Krieger e John Densmore avrebbero poi dato vita ai Doors. Di Buckley l’enciclopedia on line ci dice che il suo nome viene abbreviato in Tim, elemento che rimanda ancora alla musica, poiché il diminutivo rende questo uomo d’affari omonimo di quel cantautore americano, Tim Buckley, che oltre a incidere dischi importanti è stato il padre di Jeff, altro artista di indiscusso pregio. O’Hanley invece, su Wikipedia non compare neanche.

    Il trio

    A dispetto di questo loro relativo rimanere in ombra, Fink, Buckley e O’Hanley sono a capo delle più importanti società d’investimento mondiali, rispettivamente: Blackrock, Vanguard Group e State Street Corporation, tutt’e tre con base negli Stati Uniti. Si tratta di realtà che raccolgono il risparmio di privati e aziende e lo investono per generare guadagni. Anche in questo caso sono sufficienti poche cifre per aiutarci a cogliere la portata di ciò di cui stiamo parlando. Su Blackrock, wikipedia informa, citando una fonte risalente al 2013, che la società gestiva allora un portafoglio di 8 mila miliardi di dollari. All’epoca in Blackrock lavoravano 10 mila persone, oggi ce ne sono 16 mila, segno che gli affari non possono che essere lievitati. Per quanto riguarda Vanguard, disponiamo di una fonte diretta: nel suo sito internet la società informa che al 31 gennaio 2020 stava gestendo investimenti per oltre 6 mila miliardi di dollari. State Street Corporation è la più “piccola” delle tre, e al 30 settembre 2020 controllava 4,6 mila miliardi di dollari di investimenti nel mondo. Mettendo insieme i tre portafogli – e metterli insieme ha un senso, come vedremo – si raggiunge una somma di quasi 19 mila miliardi di dollari, cioè più del Prodotto interno lordo dell’intera Unione Europea nel 2019, che calcolato in dollari dà 16.300 miliardi.

    La sede di Blackrock
    La sede di Blackrock (foto da wikimedia commons)
    La risalita

    Nei nomi di quelli che sono i tre businessmen più influenti del pianeta ci si può imbattere in diversi modi. In questo caso è capitato durante una risalita che era partita da premesse che non li prendevano minimamente in considerazione e che vale la pena di raccontare. Il tentativo era quello di stimare il giro d’affari generato dai vaccini anti covid. Era stata da poco divulgata la notizia secondo cui Moderna, una delle prime tre aziende produttrici di vaccini insieme a Pfizer e AstraZeneca, aveva dichiarato di attendersi ricavi per 18,4 miliardi dalla vendita delle dosi. Poi però si erano aperte le falle nella distribuzione. Il combinato disposto dell’enormità del giro d’affari e dei clamorosi ritardi nel recapito dei prodotti rispetto agli accordi stipulati con l’Ue, suscitava la curiosità di andare a vedere quanto grande fosse il potere delle case farmaceutiche per permettersi una condotta del genere, inibita ai comuni mortale. Per potere va specificato qui che si intende ricchezza. La prima cosa da fare era quindi andare oltre i vaccini, e constatare così che secondo l’ultimo rapporto dell’Aifa sull’uso dei farmaci in Italia, nel 2019 gli italiani erano andati in farmacia con quasi seicento milioni di ricette e avevano acquistato un miliardo di confezioni di farmaci. Se a questa montagna di medicinali si aggiungevano quelli utilizzati negli ospedali, si raggiungeva una spesa complessiva di quasi 31 miliardi di euro. L’interrogativo immediatamente successivo è stato: nelle casse di chi finiscono ricavi così ingenti? È a questo punto che si entra in una selva di nomi dalla difficile pronuncia che per alcuni sono però una compagnia pressoché quotidiana e indispensabile alla vita. E comunque, di nome in nome la foresta si dirada, la risalita si avvicina alla meta, e l’orizzonte si fa chiaro.

    La foresta

    Un quarto della spesa sostenuta in Italia va in farmaci antitumorali; un altro 16 per cento viene assorbita dagli antimicrobici, quelli cioè che combattono batteri e virus. I due principi attivi per cui si spende di più sono il sofosbuvir/velatasvir e il glecaprevir/pibrentasvir, entrambi usati per combattere l’epatite C, patologia che nel 2016 in Italia ha provocato 38 decessi per milione di abitanti contro i 13 della media UE. Poi ci sono il pembrolizumab, la lenalidomide e il nivolumab, cui si ricorre rispettivamente nelle terapie per curare il carcinoma polmonare, il mieloma e il melanoma. Siamo ancora a livello di nomi, che rimandano ad altri nomi: l’Epclusa e il Maviret sono i farmaci in cui si sostanziano i principi attivi utili contro l’epatite C; il Keytruda, l’Opdivo e il Revlimid, sono le medicine in cui sono sintetizzati i principi attivi che agiscono contro le neoplasie appena elencate.

    Arrivati ai farmaci, il passo successivo porta a chi li produce, cioè ai famosi detentori delle casse di cui si è alla ricerca. L’Epclusa è di proprietà di Gilead; il Maviret è della Abbvie; il Keytruda lo produce la Merck; il Revlimid e l’Opdivo la Bristol Myers Squibb. Ecco i nomi, sì. Ma la cosa non è del tutto soddisfacente: anche in questo caso si tratta di società, tutte invariabilmente statunitensi, tutte con decine di miliardi di dollari di fatturato, ma tutte ancora avvolte in una margini di indefinitezza troppo ampi. Occorre salire un altro po’ per svelare un altro pezzo di panorama. È quando si va a vedere chi sono gli azionisti di quelle aziende che si comincia a imbattersi con regolarità implacabile negli stessi nomi.

    Dai farmaci alle aziende

    Le principali multinazionali produttrici dei farmaci cui abbiamo accennato, quelli cioè per i quali in Italia si spende di più, in ordine di fatturato sono, dai quasi 100 miliardi di dollari della prima agli oltre 15 dell’ultima: Johnson & Johnson, Roche, Pfizer, Novartis-Sandoz, Merck, Abbvie, Astra-Zeneca, Amgen, Gilead, Bristol Myers Squibb. Dieci in tutto. Sette di esse sono statunitensi, la Roche e la Novartis hanno base in Svizzera, mentre l’AstraZeneca è anglo-svedese. Nelle compagini proprietarie delle sette aziende nord americane, Blackrock, Vanguard e State Street Corporation controllano, insieme, regolarmente, circa il 20 per cento delle quote. E lo fanno per di più con una alchimia che vede le prime due detenere all’incirca il 7-8 per cento ciascuna, e la terza il 4-5. Con una cadenza pressoché infallibile. In Roche, Novartis e AstraZeneca, pur con quote minori, sono comunque presenti. Quindi, riassumendo: dei circa 30 miliardi euro che vengono spesi in medicine in Italia, circa 6 vanno nelle medesime casse.

    Chi controlla chi?

    Eccola descritta la risalita che porta a Laurence Douglas “Larry” Fink, Mortimer J. “Tim” Buckley e Ronard P. O’Hanley. Ma non finisce qui. Perché la risalita svela altri particolari assai interessanti. Fink, Buckley e O’Hanley sono i cognomi più in vista, essendo quelli gli amministratori delegati di queste società che investono quote che esorbitano i Pil di interi stati nazionali. Ma chi c’è nelle compagini proprietarie di questi giganti? Ora, se possibile facciamo un passo indietro; torniamo a quando abbiamo detto che mettere insieme i portafogli delle tre società poteva avere un senso. Bene: tra i quattro principali azionisti di Blackrock figurano Vanguard, al primo posto, che deteneva il 12 per cento delle azioni al 30 dicembre scorso, e State Street Corporation, che aveva il 6. Il primo azionista di Vanguard è Blackrock (14 per cento), mentre State Street Corporation ha poco meno del 3 per cento delle azioni. Infine, i primi due proprietari della più “piccola” delle tre creature, State Street, sono Vanguard e Blackrock, che si dividono più o meno equamente il 16 per cento del totale. Cioè: il controllo delle tre principali società di investimento al mondo è in ultima analisi in mano agli stessi soggetti. Un elemento che ne amplifica a dismisura il potere, rendendoli potenzialmente in grado di determinare la fortuna o la disgrazia di imprese e società di vario tipo. Una potenza alla quale si affianca un formidabile potere di fare lobby e, letteralmente, di indirizzare lo sviluppo di interi settori della vita sociale in molte parti del pianeta (a questo proposito va detto per inciso che Blackrock è presente con quote significative in tutto il comparto bancario italiano, e non solo). Tanto per chiarirsi le idee: un taglio delle pensioni e un conseguente riversamento di parte dei salari dei lavoratori in fondi pensione, con molta probabilità arricchirà il portafogli delle società. Ancora: una campagna di prevenzione che scongiuri l’uso di farmaci in favore della prevenzione le sfavorirà, a meno che per fare prevenzione non si debba ricorrere a prodotti di aziende da esse controllate. È del tutto lecito aspettarsi che le lobby lavorino per l’uno o per l’altro scenario a seconda delle convenienze, e che raggiungano spesso i risultati, vista la capacità di fuoco, che come vedremo di qui a poco è una metafora quanto mai appropriata.

    Nelle stanze dei bottoni

    Per capire i poderosi interessi che fanno da cemento per tenere insieme questa entità interconnessa che pare uscita da un romanzo di fantascienza occorre però dare almeno uno sguardo alla composizione dei consigli di amministrazione, perché in quegli organismi ci sono i portatori di interessi reali che la alimentano. E allora, lì dentro, per fare alcuni esempi, ci si imbatte in Bader M. Alsaad (Blackrock), kuwaitiano, ex direttore dell’autorità per gli investimenti kuwaytiana, controllata dal governo di quel paese; Patrick de Saint- Aignan (State Street Corporation), con un passato in Morgan Stanley e come direttore della Bank of China; Sarah Bloom Raskin (Vanguard), che è stata nel board della Fed, la Banca centrale degli Stati Uniti, dal 2010 al 2014; Cheryl Mills (Blackrock), amministratrice delegata di un’azienda che realizza infrastrutture nell’Africa subsahariana, legata alla famiglia Clinton; Marco Antonio Slim Domit (ancora Blackrock), presidente di Inbursa, colosso di servizi bancari messicano. E poi una messe di personalità con trascorsi in grandi banche d’affari e giganti assicurativi, multinazionali operanti nel campo delle grandi infrastrutture, della produzione di macchinari industriali e del petrolio.

    Il dominus

    Quello che accade con Blackrock, Vanguard e State Street Corporation – e con entità analoghe di cui per brevità non diciamo, essendo le prime tre che abbiamo citato piuttosto rappresentative dei processi che si dipanano – è questo: gruppi che detengono una grande quantità di denaro si uniscono per raccogliere altro denaro, quello che le persone normali versano in fondi pensione, piani assicurativi, piani di risparmio per figli e figlie. Questa immensa mole di liquidità viene introdotta in canali dall’interno dei quali esce moltiplicata. E diviene lei, l’immensa mole di denaro, la vera padrona del gioco. Tanto che le realtà si controllano a vicenda: Blackrock è proprietaria di Vanguard che a sua volta controlla State Street che ha una importante partecipazione in Blackrock: una sorta di gioco di specchi che invece di moltiplicare le immagini, moltiplica denaro. Con le conseguenze accennate sulla vita sociale a diverse latitudini, e quindi su quella di ognuno di noi.

    L’autonarrazione e la realtà

    L’entità ha un potere immenso, anzi: è il potere. C’è chi ha calcolato che Blackrock nel 2017 abbia votato nove volte su dieci nelle 17 mila aziende di cui deteneva quote proprietarie. Tutt’e tre le società tendono sì a comunicare ai potenziali investitori che gli investimenti presso di loro sono redditizi, ma affiancano il nocciolo duro della vocazione al business tentando di ammorbidirlo con una avvolgente tendenza a dipingere la propria immagine come socialmente responsabile, ambientalmente evoluta e, insomma, ispirata a concetti tutto sommato di progresso; ingredienti con i quali tentano di migliorare la propria capacità d’attrazione. «Sosteniamo la diversità, l’equità e l’inclusione e lavoriamo per ridurre l’inquinamento ambientale», si legge nella sezione “chi siamo” del sito internet di Blackrock. Vanguard punta sulla diversità, nonostante gli investimenti che effettivamente mette in atto ricalchino fedelmente ciò che fanno le due sorelle delle quali è comproprietaria e dalle quali è a sua volta posseduta: «Vanguard è una società d’investimento diversa dalle altre», si legge nella home page del sito italiano, dove poi si assiste al tentativo di immedesimazione con il cliente: «Siamo di proprietà dei nostri clienti, significa che i nostri interessi sono allineati con quelli dei nostri investitori». Il messaggio è chiaro: di noi ti puoi fidare, siamo come te. Anzi: noi siamo te. Le stesse figure dei tre manager, che sono un po’ l’incarnazione sulla terra di queste entità astratte e sfuggevoli eppure concretissime, seguono il principio della costruzione di una buona reputazione che si nutre di una sorta di vocazione all’aiuto. Fink «è coinvolto negli organi di gestione di ospedali e associazioni di volontariato», si legge nella pagina di wikipedia che lo riguarda. Buckley figura tra i membri del consiglio di amministrazione del “Children hospital of Philadelphia”, uno dei più antichi e grandi ospedali degli Usa.

    Dalla cura alle armi

    Però, nonostante la reputazione che i giganti si autocostruiscono, si ha la tentazione di andare più in là. Alle tre entità, che a ben vedere ne costituiscono una sola, siamo arrivati a partire dai farmaci. Ma una volta dipanato l’intrico di nomi di principi attivi, medicinali, aziende farmaceutiche e composizione di consigli di amministrazione, non ci può accontentare, e sorge un’ultima domanda: dove altro investono Blackrock, Vanguard e Street State Corporation? Poiché i settori sono tantissimi, e anche gli stati in cui le società hanno interessi, occorre procedere per induzione, dando un’occhiata, magari, al mercato delle armi, che è uno dei più fiorenti, dal momento che secondo il monitoraggio dell’organizzazione non governativa Acled, negli ultimi dodici mesi si sono contate 93 mila occasioni di conflitto e oltre 120 mila morti; e visto che i dati del Sipri, l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, rilevano che nel 2019 solo le prime cinque aziende produttrici di armi al mondo hanno ricavato quasi 166 miliardi di dollari dalla vendita dei loro prodotti. Se uno deve moltiplicare soldi con i soldi, quale migliore modo di farlo anche con le armi? La domanda è retorica, e la risposta, è scontata; ma nasconde un’ennesima, ulteriore sorpresa in questa risalita. Lockeed, Boeing, Northroop Grumman Corporation, Raytheon e General Dynamics Corporation sono le prime cinque multinazionali per fatturato da vendita di armi. Come accade per la maggioranza delle più grandi aziende produttrici di farmaci, sono tutte statunitensi. Ebbene: i loro assetti proprietari sono controllati nella identica misura che abbiamo osservato per i colossi del farmaco. Al vertice di Lockeed, la più grande, ci sono Blackrock, Vanguard e State Street Corporation a dividersi il 26 per cento dell’azionariato; le stesse tre realtà controllano insieme il 16 per cento di Boeing e oltre il 20 per cento di Northroop Grumman e di Raytheon. Per quanto riguarda General Dynamics, tra i maggiori azionisti non troviamo State Street, ma in compenso Vanguard e Blackrock insieme stanno oltre il 10 per cento.

    Antitumorali e bombe, antivirali e mine antiuomo. Il tutto ricompreso nella stessa entità interconnessa e sostenuta dal vero e unico domimus che si staglia definito all’orizzonte una volta completata la risalita e abbatte ogni logica che lo contraddica: il denaro, o meglio la sua moltiplicazione.

    Foto da piqsels.com

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  3. in breve, ci guadagna chi vuole farlo passare come una vera contrapposizione di parti quando in realtà, l’esperienza guidata dall’intelligenza, come direbbe nero wolfe, porterebbe a pensare che in realtà sia l’ennesimo teatrino per dividere la gente in schieramenti opposti, al fine di implementare le geniali idee, basate su empatia e rispetto, del world economic forum (o di chi muove i fili del suddetto forum)

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  4. Troooppo forte!
    Selvaggia Lucarelli
    Per chi si fosse distratto, questa settimana Massimo Giletti è tornato in Ucraina, a Odessa, per documentare sul fronte la Zeta dell’esercito di Putin con la Acca delle Hogan ai suoi piedi. Roba che uno si chiede cosa abbia fatto il popolo ucraino di male per subire l’invasione di Giletti dopo quello dei russi. Il prossimo sarà Godzilla dal Mar Nero, di questo passo. Fatto sta che anche ieri sera Massimo Giletti detto ormai “Massimo Gilet” da quando si collega con l’Italia solo se sui sacchi di sabbia che lo circondano viene adagiato anche un gilet con la scritta press per aggiungere pathos al mestiere, era lì a fare il duro lavoro dell’inviato di guerra. Che però conduce anche la puntata, coordina lo studio, lancia suoi servizi, lancia la pubblicità, ci aggiorna sugli sviluppi sul posto. Gli sviluppi sul posto raccontati da Gilet, per la cronaca, sono “S’è sentito un botto”, “Un altro botto”, “Due botti”, roba che io a un certo punto mi sono chiesta se fosse la guerra o il carico di droga arrivato nel quartiere di qualche boss di Odessa, boh. Ma proseguiamo. Parte il servizio esclusivo in cui Gilet mostra gli obiettivi sensibili colpiti dai russi a Odessa, nonostante il governo ucraino abbia vietato ai giornalisti di farlo entro le 24 ore dal bombardamento. Le immagini girate all’alba sono impressionanti. Sto parlando delle occhiaie di Giletti alle sei del mattino.
    Poi arriva l’ospite d’eccezione, Walter Veltroni, il cui ruolo pattuito col conduttore è stato chiaro fin dall’inizio: «Massimo, io ti dico quanto sei figo a stare lì sotto le bombe, anzi, tra i botti, se tu mi dici quanto è figo il mio libro». «Ok, andata Walter».
    Il conduttore Gilet lancia un altro servizio dell’inviato Giletti, questa volta è il tour delle trincee abbandonate con ricerca di souvenir tipo gita sul vulcano con ricerca di pietre laviche per farsi il braccialetto. Non so bene chi abbia convinto Gilet che fare il reporter di guerra sia mostrare quello che trova per terra con la musica horror in sottofondo, fatto sta che ci mostra, nell’ordine: un foglio di giornale russo (ma tu guarda, pensavo che i russi leggessero DiPiù), una scarpa che butta subito per terra perché ha appena scoperto che questi pezzenti di russi non combattono con le Hogan, dei “pezzi tagliati di erba” che non si sa cosa voglia dire.
    Soprattutto, molto stupito, continua a mostrare avanzi di cibo. Questa cosa che i soldati mangino lo ha sconvolto parecchio, forse pensava che i russi si ricaricassero alle colonnine della Tesla. Poi torna in studio dove Alessandro Sallusti dà della gallina starnazzante a Fabiola D’Aliselio che sembra un’attrice di Forum, una di quelle che vanno da Barbara Palombelli e dicono che si sono separate dal marito e ora litigano su chi dei due debba tenere il coniglietto nano che avevano comprato insieme a una fiera agricola nell’Oltrepò.
    Gilet la interrompe bruscamente e annuncia un servizio in cui si parlerà dei FOSSI COMUNI. Forse intendeva l’utilizzo del congiuntivo imperfetto nell’uso comune, non si è capito.
    Torna in studio e mette a confronto l’ormai noto giornalista ucraino Valdislav Maistrouk che presenta come “MAISMAK”. Saranno stati i botti che lo hanno confuso. Maistrouk ascolta le parole di un giornalista russo in collegamento che nega con sorrisetto cinico la strage di civili a Bucha. Maistrouk dice serafico: «Messaggio per i mandanti e propagandisti: dovete avere paura, devi avere paura fino all’ultimo giorno della tua esistenza, tu ridi ma noi ti troveremo, troveremo tutti e come ha fatto Israele quando vi troveremo, vi puniremo». Una minaccia di morte in diretta tv.
    FOSSI COMUNI
    Gilet o non sente o sente un altro botto, fatto sta che non batte ciglio e annuncia un altro servizio sui FOSSI COMUNI. Poi lancia un altro suo servizio sul posto in cui mostra che dentro una vecchia stalla ci sono “RESTI DI RUSSI”. Ha detto così eh, non sto inventando.
    Dentro la stalla, per la cronaca ci sono solo mattoni e paglia, dunque i russi forse sono tipo i guerrieri di terracotta, una pioggerellina a tradimento li ha sciolti. Da una certa ora in poi, la confusione si trasforma in delirio. Gilet inizia a innervosirsi per i botti, dice lui, e quindi litiga a caso con gente in studio, toglie la parola a ospiti inermi, maltrattati gratuitamente, ripete che per lui è complicato e devono capirlo, poi “veniteci voi qui sotto le bombe!” perché Massimo Gilet deve ricordarci ogni tre per due quanto è pericoloso stare lì con le sole Hogan a fargli da scudo.
    Infine, la deriva più esilarante: da metà puntata in poi comincia a litigare con personaggi immaginari, che noi non vediamo mai e che nella sua testa forse sono quelli della sicurezza ucraina, una cosa tipo tipo “ Beautiful mind, e quindi “tuenti minuts end ai stop!!!”, “tuentifaiv second!”, “Iz ok!”, ma soprattutto “Don’t worry, be happy”. Giuro, l’ha detto. Ha detto “dont uorri bi eppi” a un soldato o a un soldato immaginario, non lo sapremo mai.
    Così come non sapremo mai dove sono andati quei botti che verso la fine lui commenta così: «Si sentono dei botti, speriamo che vadano da un’altra parte!».
    Insomma, speriamo che cadano in testa a qualcun altro.
    E da Massimo Gilet è tutto.

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  5. Giletti a Odessa? E come c’è arrivato? Via mare? No perché gli ucronazi hanno minato tutto il litorale, In elicottero? Difficile, visto che i cattivi russi tirano a tutto ciò che vola, in treno? Missione impossibile, nei camion dei rifornimenti per gli ucronazi? Rischiosissimo visto che i cattivi russi li bombardano con i droni,
    Forse che forse è tutto finto? Probabile.

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  6. 07 Aprile 2022 14:21
    Gli USA aumentano le importazioni di petrolio dalla Russia, perseguono i propri interessi a spese degli alleati europei

    A che gioco stanno giocando gli Stati Uniti d’America? Mentre costringono al suicidio economico e sociale gli alleati (leggi vassalli) dell’Unione Europea, rafforzano gli scambi commerciali con la Russia. Washington intima agli europei di non acquistare più petrolio dalla Russia, gli Stati Uniti hanno aumentato le importazioni di greggio dalla Russia del 43%, pari a 100.000 barili al giorno, nell’ultima settimana, secondo quanto afferma il vicesegretario del Consiglio di sicurezza russo Mikhail Popov.

    Dunque gli Stati Uniti perseguono i propri interessi a spese dei loro alleati europei.

    Secondo il funzionario russo, l’Europa dovrebbe aspettarsi simili “sorprese” dagli Stati Uniti.

    “Inoltre, Washington ha permesso alle sue aziende di importare fertilizzanti minerali dalla Russia, riconoscendoli come beni essenziali”, ha aggiunto Popov.

    Gli alleati statunitensi ed europei stanno valutando lo stop totale delle importazioni di petrolio russo dall’inizio del conflitto Russia-Ucraina, nonostante il fatto che l’Europa faccia affidamento sulla Russia per il petrolio greggio e il gas naturale, evidenzia il quotidiano cinese Global Times.

    L’Europa subisce pressioni sia da parte degli Stati Uniti che del Regno Unito per imporre un divieto al petrolio russo. La Gran Bretagna ha annunciato che eliminerà gradualmente le importazioni di petrolio dalla Russia entro la fine dell’anno.

    Nel frattempo, il Tesoro degli Stati Uniti ha fissato una scadenza per concludere gli accordi sulle importazioni di petrolio e carbone dalla Russia fino al 22 aprile.

    Cui Heng, un assistente ricercatore del Center for Russian Studies della East China Normal University, ha detto al Global Times che la politica degli Stati Uniti nei confronti della Russia è incentrata su due aspetti: uno è il liberalismo per contrastare il sistema politico russo e l’ideologia collettiva e l’altro è il pragmatismo al servizio degli interessi nazionali statunitensi.

    “Per la necessità di confrontarsi ideologicamente con la Russia, gli Stati Uniti adescano gli alleati per sanzionare la Russia, mentre per fronteggiare i bisogni reali, gli Stati Uniti acquistano energia russa a un prezzo inferiore e la vendono all’Europa a un prezzo più alto per servire gli interessi nazionali dei gruppi petroliferi. Alla fine, l’Europa ne diventa la vittima: la ricchezza europea fluisce negli Stati Uniti e aiuta a consolidare il vantaggio del dollaro rispetto all’euro”, ha affermato Cui.

    Secondo i dati preliminari di Refinitiv, le esportazioni di gas naturale liquefatto degli Stati Uniti sono aumentate di quasi il 16% il mese scorso, con le spedizioni verso l’Europa che continuano a dominare.

    Il GNL statunitense è molto richiesto poiché i paesi europei cercano di tagliare le importazioni di gas dalla Russia dopo la sua operazione militare in Ucraina, cercando anche di rimpinguare le scorte in diminuzione.

    I media europei riferiscono che l’Europa è stata il principale importatore di GNL statunitense per quattro mesi consecutivi, assorbendo circa il 65% delle esportazioni statunitensi.

    In un accordo congiunto, gli Stati Uniti hanno annunciato il 25 marzo di fornire almeno 15 miliardi di metri cubi in più di gas naturale liquefatto all’Europa quest’anno, cercando di porre fine alla dipendenza del blocco dalle esportazioni di energia russe. Si prevede che questi volumi aggiuntivi di GNL aumenteranno in futuro, ha affermato la Casa Bianca in una nota.

    Mick Wallace, un membro del Parlamento europeo, ha twittato un video del suo discorso parlamentare, dicendo che l’Europa dovrebbe davvero svezzarsi dalla sua dipendenza dall’energia russa, ma non deve sostituirla con il “gas sporco ed estratto con il fracking” Stati Uniti, che hanno invaso altri paesi più di qualunque altro paese al mondo.

    La migliore sintesi di quanto accade in un Vecchio Continente preda di una classe dirigente indegna completamente asservita agli interessi di Washinton, è offerta da un netizen cinese: “Credo che l’obiettivo degli Stati Uniti [nel sanzionare la Russia] non sia affatto la Russia, ma i paesi europei”.

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  7. LA DEMOCRAZIA SARA’ LA PRIMA VITTIMA- NOI LA SECONDA- Viviana Vivarelli.

    L’Ucraina è solo un pretesto. Il vero conflitto è tra le due superpotenze: Russia e USA. Nessuna delle due vuole cedere e questo potrebbe prolungare la guerra per molti anni, come un secondo Afghanistan. L’America è sempre stata capace di iniziare le guerre, mai di finirle. E Biden è già reduce della vergognosa ritirata dall’Afghanistan, dove l’esercito più grande del mondo ripiega in ritirata contro un popolo di ribelli cenciosi, ma la sua guerra è durata undici anni lasciandosi dietro morte e distruzione e falciando la stessa gioventù americana.
    In un delirio autodistruttivo i leader europei sembrano decisi tutti a schierarsi per la guerra e quasi nessuno parla più di negoziati di pace. Tutto l’impianto mediatico dell’Ue lavora instancabilmente per una propaganda bellica come fosse la nuova mistica, il nuovo credo, un dogma che travalica religione, democrazia e buon senso.
    Ma a rimetterci saranno soprattutto i popoli europei che saranno costretti a sacrifici e rinunce, con un immiserimento generale e una perdita di diritti, di vita e di democrazia, perché in guerra le Costituzioni sono travolte e vige un nuovo Diritto, di fronte a cui il cittadino si annulla: il Codice Militare.
    A rimetterci non saranno i cittadini americani, troppo lontani dal cuore dello scontro, che continueranno la loro vita di sempre, se non la miglioreranno addirittura, per un balzo in avanti della loro economia, che da vacillante e critica diventerà di colpo più competitiva con una moneta che si riaffermerà più forte che mai, garzie alle nuove commesse militari e ai nuovi profitti del gas e del petrolio, ma a rimetterci saranno proprio i cittadini europei, quelli che la von der Leyen ignora, del resto li ha ignorati anche nell’emergenza pandemica per i legami che aveva privatamente con le multinazionali del farmaco. A rimetterci saranno in Europa la classe più debole e la classe media e anche i dissennati che oggi gridano alla difesa dei poveri Ucraini mentre dovrebbero pensare a cosa sarà del loro stesso futuro, della crisi economica e antidemocratica che ci colpirà, obbligandoci a recedere di un secolo, perdendo beni e diritti, immiseriti, minacciati nella nostra stessa sopravvivenza. Altro che condizionatori! Non saranno le frasi grottesche del Draghi di turno a salvarci, non ci salverà l’ipocrisia di un Capo del Governo che ha la faccia di promettere che non aumenterà le tasse quando ha già deciso un aumento annuo di 13 miliardi per inutili e folli spese militari. Da dove pensate che li tirerà fuori quei 13 miliardi se terrà ferme le tasse, se non farà mai un sistema fiscale equo, se non ci pensa nemmeno a una patrimoniale? Li toglierà ai servizi pubblici, alle spese sociali, alla sanità, alla scuola, agli aiuti alle famiglie più povere, ai calmieri sulle bollette, alla transizione ecologica, al mondo del lavoro… per cui pagheremo meno tasse, se mai sarà, ma una appendicite ci costerà 30.000 euro, come negli USA, secondo il neoliberismo più bieco, peggio di Monti, peggio di quel Renzi che giurava che “avrebbe eliminato lo stato sociale a 360” e i poveri grulli lo votavano lo stesso, ignorando che lo stato sociale sono le cure mediche gratis, è il treno dei pendolari, è la scuola di tuo figlio, è l’acqua del rubinetto, è la fogna che passa sotto la stua casa, è la purezza dell’aria che respiri, è tutto quell’insieme di servizi pubblici che uno Stato democratico dovrebbe darti e che uno Stato neoliberista ti toglie, perché per lui non sei più una persona, ma sei un merce che serve ad arricchire un nucleo molto ristretto di super ricchi (oligarchi ora li chiamano) che dallo Stato ricevono solo favori in dané, in tasse, in leggi, in impunità, mentre la miserabile plebe muore negli stenti e invece di migliorare la sua vita la peggiora, e viene costretta o convinta a farlo per arricchire le multinazionali del petrolio, gli speculatori di Borsa, i politici osceni e venduti e tutta la loro corte di servi abietti.
    La guerra in Ucraina non sarà solo la guerra in Ucraina, fosse comuni, stragi, migrazioni.. ma sarà la guerra contro di noi, che abbiamo la sfortuna di non chiamarci Elkann o Cairo, che saremo costretti a vivere un un regime di guerra e ad accettare come indisponibili ogni sorta di ristrettezze, come fossero calamità cadute dal cielo e dunque indifferibili, mentre sono solo l’ennesimo colpo di mano di una casta di super ricchi che vedono e capiscono solo la loro immonda ricchezza.
    La prima vittima di questa vergognosa guerra sarà la democrazia, perché in tempo di guerra non esiste democrazia, esiste solo il potere e non è mai un potere buono.
    Ma noi cadremo nel tranello delle parole come tanti gonzi e qualcuno di più, per ignoranza o vocazione, cadremo vittime dell’ignoranza, del fanatismo, della disinformazione, del martellamento univoco assassino di ogni verità dei media embedded e dei politici servi, noi, incapaci anche di vedere l’omologazione più palese dei nostri beniamini ormai ridotti a nullità assertive del peggio, continueremo a cadere nel tranello delle nostre stesse illusioni per cui ci beccheremo tra noi come i polli di Renzi portati al macello e si continuerà a leggere frasi pietose di chi giura fedeltà eterna a questo o a quel partito o a questo o quel personaggio, senza capire che ormai tutti pari sono nel momento che votano sì alla guerra, nel momento che appoggiano la distruzione del popolo, nel momento che rinnegano la pace e la democrazia, nel momento in cui calpestano quella Costituzione su cui hanno giurato con l’anima degli spergiuri. Noi, poveri meschini, plagiati, incapaci di capire, impossibilitati a ribellarci. Noi, ipnotizzati dalle parole, mentre sorgono i fantasmi di un passato che speravamo allontanato fatto di gente cacciata per un’ideologia, insultata per un’opinione, tra libri bruciati, autori osteggiati, culture calpestate, campagne diffamatorie, odi rinfocolati, onde emotive e viscerali abilmente provocate… un popolo intero che regredisce a livelli bestiali, fino ad acclamare i nazisti, i nuovi fascisti, i despoti, i macellai come nuovi eroi!
    La democrazia è essa stessa cultura. Quando insulti la cultura, insulti la democrazia. Quando neghi la libertà, neghi la vita.
    E quel che avviene oggi è uno spaventoso regresso occidentale della cultura e della democrazia, una pandemia molto peggio del Covid a cui tutti sembrano prestarsi con un fanatismo micidiale e assassino, “contro se stessi”!
    Scriveva Brecht cento anni fa:
    “Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata, l’arte di renderla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese”.
    A questo ci hanno fatto arrivare! A distruggere noi stessi! Con la foga dei suicidi inconsapevoli che credono di aggredire un nemico quando quel nemico è la propria dimora.
    La guerra ci farà tornare indietro di 100 anni.
    Cento anni di civiltà perduta per compiacere i signori della guerra, i signori della morte.

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