I partiti “zombi” rimangono in vita per salvare la cassa

C’è chi resta in vita per proteggere il simbolo, chi per i soldi e chi vuole rientrare dalla finestra. Molti dei partiti che pensiamo morti sono in realtà ancora attivi. Quello di Rutelli è in liquidazione da 10 anni, ex alfaniani ancora finanziati dalla Camera […]

(DI LORENZO GIARELLI – Il Fatto Quotidiano) – C’è chi resta in vita per proteggere il simbolo, chi per i soldi e chi vuole rientrare dalla finestra. Molti dei partiti che pensiamo morti sono in realtà ancora attivi.

Margherita-dl. Il partito fondato da Francesco Rutelli vive un paradosso: è durato 5 anni – dal 2002 al 2007 – ma la sua liquidazione va avanti da un decennio. Fino al 2011 ha continuato a incassare soldi pubblici, in parte finiti nelle tasche dell’allora tesoriere Luigi Lusi (condannato a 7 anni). Dal 2012 è gestito da un Collegio di liquidatori (3 componenti, il presidente è Roberto Montesi) e da un Comitato dei garanti (altri 3 membri), impegnati in cause civili per recuperare un po’ del patrimonio sottratto. Contattato dal Fatto, Montesi spiega che “sono ancora in corso le cause nei confronti delle banche ritenute, a parere del Collegio, corresponsabili di alcuni dei fatti accaduti”, motivo per cui “l’attività del Collegio proseguirà sino al termine di queste cause”. Tutti i soldi recuperati (circa 10 milioni) sono stati restituiti allo Stato e così sarà in futuro, elemento che comunque distingue il partito. Ma non mancano le uscite. Il Comitato dei garanti costa 100 mila euro di stipendi l’anno, il presidente del Collegio dei liquidatori 50 mila. Il marchio è al sicuro: “Il collegio ha il compito di tutelare il simbolo e impedirne a chiunque l’utilizzo”.

Democratici di sinistra. Anche l’altra gamba del Pd è ancora in vita. Se ne occupa Ugo Sposetti. I Ds si trascinano un debito da 100 milioni verso le banche: “Tra poco approviamo il nuovo bilancio – conferma lo storico tesoriere – e non mi aspetto cifre molto diverse”. Anche perché le entrate sono al minimo: “Avevamo un piano per azzerare i debiti entro il 2017. La cancellazione dei rimborsi elettorali lo ha reso irrealizzabile”. E ora? “Abbiamo una dipendente in aspettativa e diverse cause aperte. Poi resterà la procedura di chiusura con sovraindebitamento”. Una strada, assicura Sposetti, che tutela lui e Piero Fassino (titolare del simbolo) da responsabilità personali. Proprio Fassino si tiene il marchio: “Il simbolo non può essere usato da altri, è una misura di tutela”. La vera fortuna del partito è al sicuro. Prima della fondazione del Pd, Sposetti ha trasferito l’immenso patrimonio immobiliare a una rete di 68 fondazioni che si sono ritrovate quasi 2.500 tra Case del popolo, sezioni di partito, sedi locali dei sindacati.

Udeur. Clemente Mastella lo tiene nascosto, tanto da non averlo presentato neanche nel gruppone di liste che lo hanno sostenuto a Benevento. “È un partito superato”, minimizza il sindaco. Anche per l’Udeur, l’accanimento che lo tiene in vita è giustificato con “le vertenze in corso”, ma dalla lettura del bilancio 2020 (approvato nell’ufficio del sindaco) il giro di soldi non è irrilevante. L’ultimo avanzo di esercizio è di 290 mila euro, il patrimonio netto è in negativo di 800 mila. Mastella è stato da poco assolto in due filoni del processo sul “sistema Udeur”, un presunto ingranaggio di nomine pubbliche truccate. La cassa del partito era un salvagente per possibili cattive sorprese in Tribunale.

Ap. Se ad Angelino Alfano tornasse la voglia di politica, un partito lo avrebbe già. Alternativa Popolare è ancora operativo, sotto la guida dell’ex deputato Paolo Alli. L’home page del sito è rimasto alle Europee 2019: “Ma prima di chiudere un partito che ha avuto un minimo di storia bisogna pensarci bene”, confessa Alli. Anche perché, un paio d’anni fa, Ap si è ritrovata a poter costituire una componente del Misto con 3 deputati, tutti fuoriusciti dal M5S. La componente si è formata a maggio 2020 e si è estinta dopo 6 mesi, ma con questo incastro di scatole cinesi si è aggiudicata i contributi della Camera: 84 mila euro.

Idv. Antonio Di Pietro è fuori dal 2014, quando gli iscritti scelsero Ignazio Messina. Oggi l’Idv è un circolo per pochi (dalle tessere associative l’anno scorso sono arrivati 400 euro), ma restare aperti significa aver accesso al 2×1000: 53 mila euro nel 2020. Niente male per un partito fantasma. Un buon inizio per pagare quegli 488 mila euro di debiti coi fornitori.

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3 replies

  1. Ok ! Il prezzo è giusto! Sta banda di coglioni debbono poter rubare senza rapinare le banche ! Ci pensiamo noi ad appianare i loro debiti …

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  2. I Ds si trascinano un debito da 100 milioni verso le banche: “Tra poco approviamo il nuovo bilancio – conferma lo storico tesoriere – e non mi aspetto cifre molto diverse”. Anche perché le entrate sono al minimo: “Avevamo un piano per azzerare i debiti entro il 2017. La cancellazione dei rimborsi elettorali lo ha reso irrealizzabile”. E ora? “Abbiamo una dipendente in aspettativa e diverse cause aperte. Poi resterà la procedura di chiusura con sovraindebitamento”. Una strada, assicura Sposetti, che tutela lui e Piero Fassino (titolare del simbolo) da responsabilità personali. Proprio Fassino si tiene il marchio: “Il simbolo non può essere usato da altri, è una misura di tutela”. La vera fortuna del partito è al sicuro. Prima della fondazione del Pd, Sposetti ha trasferito l’immenso patrimonio immobiliare a una rete di 68 fondazioni che si sono ritrovate quasi 2.500 tra Case del popolo, sezioni di partito, sedi locali dei sindacati.”’

    MA QUANDO INIZIANO A FUCILARLI?

    Le banche sono esposte per 100 mln con questi ladri che tengono le prorietà nelle fondazioni! MALEDETTI.

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