Un nuovo ordine e vecchie paure. Così in un mese cambia la Storia

(Vittorio Macioce) – Nessuno voleva crederci davvero, come se fosse qualcosa fuori copione, il colpo di scena di uno sceneggiatore a corto di storie, perché quelle incredibili le aveva già consumate tutte, ricorrendo a un trucco che nella sua assurdità risultava perfino banale. Una guerra mondiale dopo la pandemia? Il brutto film di una pacchiana apocalisse. Le voci, però, quelle c’erano e non venivano da profeti di sventura, da personaggi in cerca di fama e neppure dalla compagnia dei soliti complottisti. Le voci arrivavano dal centro di un impero in discussione, sempre più riluttante a pagare il costo del suo ruolo, da Washington, dal Pentagono, dagli stessi servizi segreti che non avevano saputo immaginare l’11 Settembre, da un presidente che continuava a collezionare figuracce poco autorevoli. Putin sta preparando un piano di occupazione dell’Ucraina. Biden continuava a ripeterlo con sempre più allarme. Nessuno sembrava dargli ascolto. Non gli alleati occidentali. Non la Cina, che pure forse qualcosa sapeva. Non Kiev, che viveva un inverno di finta tranquillità e tanto meno Mosca che liquidava quelle parole come diffamante propaganda. Non è nell’interesse della Russia fare la guerra e infatti ancora adesso si rifiutano di chiamarla così. Operazioni speciali, dicono.

Poi un giovedì di febbraio, il 24, Sant’Etelberto di Kent, il primo re convertito da Agostino, alle quattro del mattino, truppe russe passano il confine dalla Bielorussia e dalla Crimea, mentre i bombardieri puntano sull’aeroporto di Kiev e su Mariupol. L’intenzione di Putin è di fare in fretta, ma come spesso capita quando ci si gioca offensive lampo si sta ancora qui a contare i morti e le macerie segnano il fallimento delle ambizioni. È l’Ucraina che non si arrende pagando pietra su pietra, vita su vita, la sua scelta. È le città senza più volto e il grande esodo di un popolo che ha smarrito i suoi confini. È passato un mese e nel frattempo l’orizzonte del globo e delle vite di ognuno è profondamente cambiato. Nulla potrà mai assomigliare a ciò che c’era prima.

Questa guerra non è la Russia che prova a mangiarsi l’Ucraina e una volta spenta si torna a una pace senza libertà. Non è neppure il massacro tra gente della stessa schiatta. Non è neppure la resa dei conti di un conflitto iniziato otto anni fa. È il primo atto di una storia imprevedibile su come riscrivere l’ordine mondiale. È un cambio di paradigma e il suo futuro si snoda sul canovaccio di uno scontro di civiltà. È la reazione di chi, governando le potenze alternative agli Stati Uniti, non vuole morire «liberaldemocratico». È l’attacco ai valori occidentali, ai diritti fondamentali riconosciuti come universali. C’è chi, a Mosca come a Pechino, a Teheran, Riad o Kabul e in parecchi altri posti del mondo, li sente come stranieri. A spaventarli è quell’universale. Questa è una guerra che ha come punto di partenza calcolo e orgoglio, i due fattori che hanno portato Putin a giocarsi il tutto per tutto, considerando le conseguenze meno spaventose rispetto ai suoi fantasmi. Non sappiamo dove tutto questo condurrà le sorti dell’umanità, ma l’impressione è che presto o tardi ci sia un appuntamento già scritto, su un’isola che porta il nome di una Cina diversa, conosciuta come Taiwan.

Questo mese ha spezzato fragili certezze e evocato vecchie paure. Se un virus ha mostrato i punti ciechi della globalizzazione, la guerra ne sta mostrando i confini, le linee di arresto, i segni di un’illusione su cui in tanti hanno scommesso come ineluttabile. È che pensavamo di allargare il mercato senza tutelarne la cultura, i valori, i principi etici, come se fossero scontati o marginali. È questa la responsabilità più radicale dell’Occidente, che forse non ci ha permesso neppure di guardare in faccia personaggi come Putin. È da qui che magari adesso bisogna ricominciare, rispolverando la consapevolezza perduta. La guerra in Ucraina ci dice che l’attenzione strategica di Washington è puntata verso Pechino. È lì che pensa di giocarsi il suo destino. Il fronte russo è secondario e sarebbe opportuno, per loro, che se ne occupassero potenze regionali come la Germania o la Francia. Non si sa se questo sarà un passo avanti o indietro per quel cantiere chiamato Europa.

La necessità di avere una politica energetica e militare sembra ora evidente. Quello che non si è capito è cosa vogliamo essere. Per ora si continua con il gioco binario per cui davanti a ogni evento ci si schiera da tifosi sul pro o contro, mi piace o non mi piace.


Questa guerra, infine, ci sta facendo guardare da vicino l’ombra dell’apocalisse. L’arma nucleare non è più un tabù. È sul tavolo, a portata di mano, come una minaccia che si è pronti a usare. Non è mai stata così maledettamente reale.