(Giuseppe Di Maio) – Stavolta è proprio vero: Kherson è stata presa; la strategia è chiara. Gli attaccanti stanno avanzando nelle regioni ucraine che hanno una consistente minoranza russofona. Se tracciassimo una linea che da Kharkiv porta a Kherson passando per Dnipropetrovsk, e se la continuassimo poi per Mykolaiv fino a Odessa e la Transnistria, ci accorgeremmo di quale siano le reali intenzioni dei Russi. Essi vogliono dividere l’Ucraina e completare la russificazione delle regioni del sud. Se questo accadesse, l’Ucraina di Kiev si ridurrebbe alle sue regioni nord-occidentali: cioè a una grande Rutenia, con la sua Galizia, Volinia, e Podolia. Diventerebbe così un stato interno senza l’accesso al mare, e di conseguenza il mar Nero diventerebbe un lago russo.

Il tipo di guerra che si sta combattendo non è molto dissimile da quella combattuta 30 anni fa nei Balcani, dove la Serbia aveva un timore simile a quello che oggi ha la Russia. Essa, per aver ceduto alla repubblica sorella territori decisivi appartenuti tradizionalmente agli zar, teme di restare imbottigliata nell’Azov con porti inadeguati come Rostov sul Don, e solo Novorossijsk sul mar Nero. Ma la “sorella” ha deciso di abbracciare l’Europa e l’Occidente mettendo in serio pericolo il futuro strategico della Federazione. Anche se è insopportabile che le questioni si debbano dirimere per forza a colpi di cannone, la malafede e la retorica occidentali non possono cancellare questa semplice verità. Tuttavia il peccato originale è un altro. E’ la presunzione della classe dirigente russa di avere ancora nel mondo lo stesso ruolo che aveva negli anni ’50 e ’60; è il fatto di non essersi rassegnata ad una parte di secondo piano sullo scacchiere economico mondiale, e pretendere in virtù del proprio arsenale militare di giocare e vincere battaglie giocate solitamente nel campo della democrazia.

Pare che la geografia sia una divinità ineluttabile a cui tutti gli umani sono soggetti. Eppure ci converrebbe confidare in altre virtù: nella pietà e nella volontà di coabitazione. Come Ifigenia nella tragedia di Euripide trasformata per volontà divina da vittima in carnefice proprio nella penisola taurica, ma capace per amore fraterno di sfuggire al proprio destino di bestia. Siamo fieri di essere uniti? Crediamo forse d’invertire il corso della guerra? Ecco: noi ad esempio, non conosciamo altro che la risposta offensiva. L’invio di armi ai resistenti ucraini è una pericolosa cazzata, poiché la pietà che nutriamo per il popolo sofferente, avrebbe dovuto semmai stimolarci all’invio di aiuti umanitari. Pane e coperte, altro che armi.