La missione (difficile) dei pontieri sul Quirinale

Il convincimento nei gruppi di maggioranza e opposizione è che il premier, Mario Draghi, non farà alcuna mossa ma che sarà della partita. Da qui la cautela nelle strategie tra telefonate, incontri e contatti continui tra i vertici di partito

(Giovanni Lamberti – agi.it) – “Dipende da quello che vuole fare Draghi”. È un coro quello che si ascolta quotidianamente tra i corridoi di Montecitorio e palazzo Madama quando nei capannelli si parla di Quirinale. Sul tavolo ci sono emergenze come la battaglia contro il caro bollette, le misure sulla legge di bilancio e il decreto fiscale, ma lo sguardo è rivolto anche a quello che succederà con l’anno nuovo.

Il convincimento nei gruppi di maggioranza e opposizione è che il premier non farà alcuna mossa ma che sarà della partita. Da qui la cautela nelle strategie tra telefonate (informalmente smentita quella tra Conte e Salvini), incontri e contatti continui tra i vertici di partito. Ma poi c’è la cronaca: e quello che è accaduto a palazzo Madama è un ulteriore campanello d’allarme per chi sta cercando di tessere la tela ed evitare che si arrivi al muro contro muro.

Emblematico il ‘caso Lotito’

A votare contro la sospensiva sulla vicenda campana sono stati anche sette esponenti Pd, ma poi è passata la richiesta di rinviare gli atti alla Giunta e di fatto è stato respinto il ricorso presentato dal presidente della Lazio che, spiegavano oggi fonti parlamentari di centrodestra, ha chiamato alcuni senatori per far trapelare la delusione dell’atteggiamento proprio dei partiti guidati da Berlusconi, Salvini e Meloni. Perchè il renziano Carbone è stato ‘salvatò con uno scarto notevole: 155 a 102. è una partita che si è giocata tra liti e sospetti, anche al di fuori delle indicazioni provenienti dai vertici.

C’è chi punta il dito su un fronte di dissenso in Forza Italia, che ha ‘digerito’ anche il passaggio di Carbone dal partito azzurro a Italia viva; chi, invece, nella ricerca dei ‘franchi tiratori’ guarda alla Lega, chi in Fratelli d’Italia. Sta di fatto che il patron della squadra biancoceleste è tornato ad essere in ‘stand by’. Con chance al lumicino di tornare in campo e veder esaudito il suo sogno. E che nel centrodestra (qualcuno ‘interpreta’ la mossa dei singoli come una riprova dell’asse con Renzi in vista del Quirinale) si è poi consumata la lite sul seggio del Veneto, conteso tra Fdi e Lega, dopo la scomparsa del senatore leghista Saviane.

Fratelli d’Italia rivendicava quel seggio (“Non può essere trasmesso per eredità, ci sono delle regole da rispettare”, la tesi), per il partito di via Bellerio è stata una pretesa “vergognosa e irrispettosa”: alla fine l’hanno spuntata gli ex ‘lumbard’ ma i toni si sono alzati parecchio. Gran confusione anche sul seggio della circoscrizione Estero: il senatore del gruppo misto Cario, coinvolto in una vicenda di schede truccate, è decaduto.

Al suo posto il dem Porta che resta, però, ‘congelato’ perchè il presidente della Giunta Gasparri ha spiegato in Aula che occorrerà capire le modalità di subentro. Insomma, “se la Corte costituzionale ci toglie l’autodichia – sospirava oggi un senatore – non sbaglia”. Al di là delle interpretazioni e degli esiti dei voti segreti, “la questione – spiega un’altra fonte – è che il Senato ha dato ulteriore prova di essere ingovernabile”. 

In vista di gennaio bisogna partire dai numeri

È vero che si potrebbero essere delle operazioni in corso, sul tavolo per esempio l’ipotesi che Coraggio Italia e Italia viva uniscano i gruppi (tra l’altro Iv dovrebbe perdere, riferisce una fonte parlamentare, un senatore, con Grimani che potrebbe tornare a breve nel Pd), ma ai nastri di partenza c’è una situazione di confusione.

Dietro le quinte il tentativo affinchè il presidente della Repubblica Mattarella accetti un bis viene comunque ritenuto difficile, un po’ per le resistenze di alcuni partiti del centrodestra e molto per le parole chiare pronunciate dal Capo dello Stato. L’alternativa numero uno resta – il convincimento nei partiti – quella che porta all’ex numero uno della Bce. FI ‘difende’ a spada tratta la candidatura di Berlusconi che crede fortemente nell”impresa, ma nella Lega, nel Pd e anche nel Movimento 5 stelle si ragiona prima sulla ‘carta’ Draghi.

Il pressing è che lui rimanga nella sede del governo, ma poi “bisogna capire cosa realmente vuole fare”. Le votazioni che ci sono state questa mattina sui seggi contestati che di fatto hanno portato alla scompaginazione degli attuali assetti sono un’ulteriore spinta perchè si cerchi di trovare un’intesa subito. Al primo voto. Senza che poi la partita diventi complessa e, magari, rompa gli equilibri della maggioranza. Il fronte ‘pro Draghi’ ne fa una questione preminente. Sempre qualora il presidente del Consiglio sia in gioco, come continua ad ipotizzare chi vorrebbe Draghi al Quirinale.

“Il rischio – spiega un senatore – è che se non ci fosse Draghi in campo in ogni caso si logorerebbe il governo”. Sempre chi propende per Draghi al Colle aggiunge un’altra considerazione: “Non scioglierebbe mai le Camere. Ci sono i fondi del Pnrr da mettere a terra e la pandemia da fronteggiare.

Se Draghi rimanesse a palazzo Chigi come potrebbe essere certo che i partiti non inizino subito una lunga campagna elettorale?”. Se Draghi dovesse andare al Quirinale si fanno i nomi eventualmente per palazzo Chigi di Franco e Cartabia; altrimenti i candidati sono tanti: dallo stesso Berlusconi a Casini, da Amato a Cartabia e Finocchiaro. Interlocuzioni sì, ragionamenti e pour parler pure, ma per ora nulla si muove. Anche perchè al momento nessuno può fornire garanzie, soprattutto a quei parlamentari che temono il voto anticipato. 

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