Le tre disgrazie del governo Draghi

Più si avvicina la fine del settennato di Sergio Mattarella e più si infittiscono le trame per decidere chi sarà il prossimo presidente. Delle ambizioni di Silvio Berlusconi abbiamo già scritto: il Cavaliere vorrebbe concludere la carriera in bellezza. Soprattutto, vorrebbe prendersi una rivincita su tutti quelli che negli ultimi 25 anni gli hanno remato contro.

(Maurizio Belpietro – laverita.info) – Che la beffa abbia qualche possibilità di riuscirgli lo dimostra come si agita Marco Travaglio, il quale ieri sul Fatto Quotidiano ha addirittura inaugurato una petizione per sbarrargli la strada del Quirinale. Tuttavia, oltre al nome del fondatore di Forza Italia, per il Colle ne circolano anche altri e il più quotato, ovviamente, è quello di Mario Draghi. Il presidente del Consiglio è un po’ come Isabella di Castiglia: a parole lo vorrebbero tutti sullo scranno più alto, ma in realtà nessuno se lo piglia. La ragione è che, una volta lasciata libera la casella di Palazzo Chigi, non ci sarebbero tanti patroni in grado di garantire che senza di lui la maggioranza rimarrebbe in piedi. E siccome il Parlamento è inzeppato di prossimi candidati alla disoccupazione, nessuno di loro ha voglia di ritrovarsi anticipatamente a spasso. La qual cosa è comprensibile: nessun cappone salta volentieri in pentola per essere servito a Natale e i capponi di Camera e Senato non fanno differenza. Ciò detto, se fossimo nei panni del premier, invece di rimanere in silente attesa di una decisione dei partiti, ci daremmo da fare senza attendere un’investitura dall’alto. Un po’ perché i treni passano, ma non è detto che ripassino. E un po’ perché nei vestiti di un capo di governo che debba risollevare un Paese avendo a fianco tipi come Roberto Speranza, Patrizio Bianchi e Luciana Lamorgese, non crediamo si stia molto comodi. La trimurti ministeriale, in poco più di sei mesi di governo ha combinato tanti e tali guai da aver indotto Draghi a intervenire più volte, l’ultima delle quali l’altro ieri sulla questione della didattica a distanza. Il problema però non sono i danni del passato, ma quelli che potrebbero fare in futuro, ai quali il presidente del Consiglio non è detto che riesca sempre a mettere una pezza.

A giugno, di ritorno da un vertice internazionale a Barcellona, il premier era stato costretto a convocare in fretta e furia una conferenza stampa per mettere fine alla confusione sulla campagna vaccinale. Dopo i dubbi sugli effetti collaterali dell’iniezione con Astrazeneca, Speranza avrebbe voluto imporre una puntura eterologa a tutti, ma così facendo aveva alimentato il caos. Alla fine, era toccato al capo del governo metterci la faccia e, soprattutto, raddrizzare la rotta, precisando che gli immunizzati con il farmaco anglo-svedese sarebbero stati liberi di scegliere se fare il richiamo con lo stesso vaccino oppure no. Di pasticci, grazie a Speranza ne sono seguiti altri, soprattutto per quanto riguarda il green pass, che varato in tutta fretta era imposto ai clienti dei bar ma non ai camerieri o ai cuochi, mentre negli alberghi la clientela – soprattutto se straniera – era un po’ libera di fare quello che gli pareva.

Con le gaffe del ministro dell’Interno si può compilare un’enciclopedia, cominciando dai rave a base di droghe per finire alla gestione dell’ordine pubblico. Il caso più clamoroso è l’assoluta assenza di qualsiasi manovra di contenimento dei manifestanti che hanno assalito la sede della Cgil, per non dire poi della circolare con cui nei giorni scorsi ha impartito l’ordine ai prefetti di tutta Italia di dare priorità ai controlli del green pass, facendo passare in secondo piano altri controlli e i reati di maggior gravità, al punto che il prefetto di Venezia si è fatto sfuggire un «se questa è la direttiva, vuol dire che molleremo su altri fronti».

Di Patrizio Bianchi le gesta sono note. Dopo aver rassicurato tutti che la scuola sarebbe iniziata in tutta tranquillità, ora la stava per far finire in Dad con una circolare che imponeva le lezioni a distanza anche con un solo positivo. Una decisione forse suggerita dal ministro della Salute di cui sopra, ma che il presidente del Consiglio, dopo le inevitabili polemiche, ci ha messo un giorno per cancellare, ripristinando le precedenti disposizioni.

Sì, oltre a dover tenere a bada i conti e la valanga di emendamenti presentati dalla sua stessa maggioranza, le curve pandemiche e i ritardi nell’applicazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, cioè i soldi che l’Europa ci dà solo se rispettiamo i tempi e le promesse, l’ex governatore della Bce deve guardarsi le spalle per evitare che l’armata Brancaleone che lo circonda lo porti al disastro. Comprensibile dunque, che pensi a levarsi d’impiccio con un’ascesa al Colle. Tuttavia, non disponendo ancora di poteri soprannaturali, se vuole arrivare al Quirinale Draghi deve darsi da fare. Manca poco più di un mese e mezzo all’appuntamento con il voto e, se non vuole restare con il cerino in mano, cioè circondato dalla trimurti ministeriale, forse un po’ quelle mani se le deve sporcare. Non si diventa presidente della Repubblica se non c’è qualcuno che ti candidi per davvero. Ai tempi di Mattarella fu Renzi, ma ora il Rottamatore è rottamato. Dunque, se vuole fare il capo dello Stato Draghi ha a disposizione sette settimane e mezzo. E per noi sarà meglio di un film.

5 replies

  1. Come nel ’94 – Dopo quello della discesa in campo, questo si intitolerà: “Un nuovo sogno italiano”

    (DI GIACOMO SALVINI – Il Fatto Quotidiano) – Al posto del “miracolo” sarà il “sogno italiano”. Il “nuovo sogno italiano”. Al posto dello sgabuzzino della villa di Macherio, dove abitava la moglie Veronica, con ogni probabilità ci sarà la villa di Arcore o la scrivania di villa Zeffirelli, nuovo quartier generale romano sull’Appia Antica. L’obiettivo però non è cambiato: dopo 27 anni, Silvio Berlusconi vuole scendere di nuovo in campo. Allora, nel 1994, il videomessaggio trasmesso a reti Fininvest unificate (“l’Italia è il Paese che amo…”) serviva per lanciare Forza Italia e correre da leader politico alle elezioni mentre crollava il sistema dei partiti. Oggi il videomessaggio servirà per rincorrere il sogno di una vita, quello che aveva promesso anche a mamma Rosa: la Presidenza della Repubblica. Ufficializzando, così, la sua candidatura. L’idea di Berlusconi e dei suoi consiglieri è quella di non registrarlo adesso – “è troppo presto” dicono ad Arcore – ma dopo Capodanno, alla vigilia del grande ballo del Quirinale. Se il leader di Forza Italia capirà che le condizioni per essere eletto saranno concrete, deciderà di giocare la carta del videomessaggio agli italiani.
    D’altronde, mentre prosegue la caccia ai voti per essere eletto, Berlusconi sa benissimo che prima o poi una mossa per ufficializzare la sua candidatura dovrà farla. E, come suo solito, lo farà in grande stile. L’ipotesi del videomessaggio quindi sta prendendo sempre più piede tra i suoi consiglieri. L’idea è semplice: parlare a tutti gli italiani per convincere i parlamentari a scrivere il suo nome nel segreto dell’urna. Lo slogan su cui si sta riflettendo è: “Un nuovo sogno italiano”. Un modo per rievocare il 1994, ma allo stesso tempo presentarsi come il garante delle speranze dei cittadini. Un’idea non nuova visto che il remake del discorso del 1994 Berlusconi lo aveva già fatto nel 2019, in occasione del 25 esimo anniversario, alla vigilia delle elezioni europee. Questa volta però il nemico da battere non saranno più i “comunisti” o il M5S ma il coronavirus, la crisi economica e le “fratture sociali” del Paese”. Per questo Berlusconi sta pensando a un discorso che si baserà su tre principi: la lotta al Covid e i vaccini “per tutti”, la rinascita italiana come ai tempi del Dopoguerra e soprattutto la pacificazione nazionale dopo “trent’anni di guerra sulla giustizia”. Un modo, pensano ad Arcore, anche per tendere una mano ai suoi avversari storici. A questo aggiungerà anche una rappresentazione di sé che è già stata in parte anticipata con l’opuscolo che Berlusconi nelle ultime settimane ha fatto recapitare a tutti i parlamentari. Una brochure in cui si presenta come l’erede del liberalismo di Giolitti e del cattolicesimo di don Sturzo e De Gasperi e ricorda i suoi valori cardine: l’europeismo, la cristianità e il garantismo. Prima di gennaio, però, Berlusconi non starà fermo. Mentre continua la caccia ai peones, per tutto dicembre tornerà al centro della scena. Voci di corridoio parlano anche di un suo ritiro a Merano per una beauty farm in vista della sfida del Quirinale, ma ieri lo staff del leader di Forza Italia smentiva seccamente. A ogni modo Berlusconi vedrà spesso gli alleati Matteo Salvini e Giorgia Meloni e continuerà a dare interviste per corteggiare i parlamentari: solo nelle ultime due ha elogiato il Reddito di cittadinanza e le tematiche ambientaliste per lisciare il pelo agli ex M5S. Avance confermate ieri anche da Luigi Di Maio che, pur auspicando un accordo col centrodestra e spiegando che l’ex premier “sarà fregato dai suoi”, ha detto: “Non sottovalutiamo la presa di Berlusconi sul Parlamento, lui ci crede”. Ed è proprio così. Non è un caso che a sostenere l’ex premier ci siano gli stessi che lo aiutarono, alcuni malvolentieri, a scrivere il discorso del 1994.
    Tra questi Fedele Confalonieri, Gianni Letta e Marcello Dell’Utri. Manca quel Paolo Del Debbio che scrisse la prima bozza del discorso per la discesa in campo. Ironia della sorte, 27 anni dopo, proprio Berlusconi ha deciso di rinnegare il suo ghostwriter chiudendo il suo programma tv Diritto e Rovescio per tutte le feste natalizie fino all’ultima settimana di gennaio. Obiettivo: frenare il “telepopulismo” proprio quando avrà bisogno di presentarsi come uno “statista” moderato.

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