La parabola di Super Mario

Nascere incendiario e finire pompiere è parabola persino banale. Ma nascere Super Mario, Professore con 110 e loden e a 78 anni finire dietro la lavagna della Costituzione auspicando un sistema “che dosi dall’alto l’informazione” per il bene dell’opinione pubblica citrulla, è il notevole corto circuito di sua eccellenza Mario Monti, senatore a vita per […]

(DI PINO CORRIAS – Il Fatto Quotidiano) – Nascere incendiario e finire pompiere è parabola persino banale. Ma nascere Super Mario, Professore con 110 e loden e a 78 anni finire dietro la lavagna della Costituzione auspicando un sistema “che dosi dall’alto l’informazione” per il bene dell’opinione pubblica citrulla, è il notevole corto circuito di sua eccellenza Mario Monti, senatore a vita per volontà della nazione e di re Giorgio Napolitano, primatista di ogni rigore, di ogni incarico di massimo prestigio, affabile quanto basta a mitigare la spietatezza d’alta burocrazia che lo pervade, anche lui candidato silente al prossimo rogo del Quirinale, dove bruciano i meriti propri, le cordate altrui, ma anche le vanità di tutti i convocati.

Molto dobbiamo al Professore, specialmente in quel fatidico novembre 2011. Raccattò l’Italia dal baratro in cui l’aveva sprofondata Silvio B. lo spread schizzato a 570 punti, il debito pronto a franarci addosso, l’economia ingolfata dall’incompetenza, il tessuto sociale sfibrato dagli scandali, i giornali di tutto il mondo che declinavano la tetra sceneggiata del Papi di Arcore che festeggiava i diciotto anni di una tale Noemi di Casoria, e i diciassette di Ruby Rubacuori, pensando seriamente di passarla liscia. Berlusconi fu buttato fuori a luci spente dal retro del Quirinale. E Monti entrò dall’ampio portone con tutte le fanfare del caso, presidente del Consiglio di un esecutivo d’emergenza, con l’incarico di sgomberare i camerini dall’avanspettacolo in corso, restituire un briciolo di onorabilità e disciplina al governo del Paese.

Il settimanale americano Time incorniciò quel cambio di stagione in due copertine che oggi andrebbero viste insieme a dirne l’arco narrativo. Nella prima compare un Berlusconi che indossa un sorriso sghembo alla Cerutti Gino, detto il Drago, e il titolo che recita: “Ecco l’uomo che sta dietro l’economia più pericolosa del mondo”. Nella seconda, appena tre mesi dopo, il primo piano in copertina è quello di Monti, serio, serioso, austero: “Ecco il primo ministro per i tempi disperati”.

Incoronato da così tante aspettative, il Professore si issò sulla cattedra della nazione. Era finalmente la sua grande occasione. Quella per cui aveva lavorato tutta la vita. Il fine ultimo della sua creazione, cominciata nelle aule del liceo classico Leone XIII, dove i gesuiti allevano al comando i rampolli dell’alta borghesia milanese. Poi quelle della Bocconi, laurea con tesi appassionata sul “bilancio revisionale della Cee”, stage a Bruxelles, un anno di specializzazione all’Università di Yale con il Nobel James Tobin, quello della Tobin Tax. Cattedra a 33 anni prima a Trento, poi a Torino, poi di nuovo a Milano, con obbligo della cravatta e del “lei” per gli studenti, in nome della buona pedagogia gerarchica, rettore a 46 anni della sua amata Bocconi. E dopo la morte di Giovanni Spadolini, presidente in perpetuo.

Consigliere sempre a contratto, entrò nei quartieri generali di Fiat e Banca Commerciale. Vantò rapporti professionali con Giovanni Agnelli e una discreta schiera di capitani d’industria. Dispensò scienza economica nelle commissioni governative dai tempi di De Mita e Amato. Collaborò con Banca d’Italia. Fu chiamato, con Emma Bonino, alla Commissione europea, anno 1994, primo governo Berlusconi, poi da D’Alema, 1999, con l’incarico di Commissario alla Concorrenza, dove obbligò persino la Microsoft di Bill Gates e la General Electric a dargli del lei, indossare la cravatta, e pagare multe per centinaia di milioni di dollari. Suo personale monumento alla regolamentazione antitrust dei mercati, contro le prepotenze delle multinazionali. Dunque sacerdote del rigore. Ma anche custode dei loro profitti che benedice, con altrettanta solerzia, da presidente della Trilateral, da membro del gruppo Bilderberg, da consigliere di Coca Cola, Goldman Sachs, Moody’s. Cioè presso tutti “i divoratori del pianeta”, secondo i segugi del complotto mondialista. Altra sua benemerenza agli occhi delle élite transnazionali.

Dunque eccoci al punto. Da così alta, proficua e multipla esperienza, altrettanto alte, proficue e multiple erano le aspettative per il suo governo. Che invece durò 17 mesi, nonostante il record di maggioranza trasversale. E in 17 mesi le sbagliò tutte. O quasi. Cominciando dalla madre di tutte le riforme, quella sulle pensioni, che tante lacrime costò a Elsa Fornero, signora che pure aveva studiato pensioni da tutta la vita, ma che quella volta, per la fretta o l’emozione, sbagliò i conti non di una spanna, ma di 360 mila disgraziati, finiti sotto la pioggia senza lavoro e senza pensione, e che i giornali battezzarono “esodati”, per non dire sfollati, come in tempi di guerra.

Invece della corte marziale, Monti offrì comprensione, mentre i grandi giornali provarono a rimpatriarli dimenticandosene, appassionati com’erano al “sobrio loden” del Professore che divenne emblema del nuovo corso economico e poi gogna politica. Visto che in quell’anno e mezzo di decreti legge e voti di fiducia, il debito pubblico crebbe di 9 punti, aumentarono le tasse, peggiorò la disoccupazione, si allargò la povertà. In quanto all’euro, fu Mario Draghi a salvargli la pelle con l’acquisto del debito pubblico grazie al celebre “Whatever it takes” lanciato contro la speculazione dalle cannoniere della Bce, la Banca centrale.

Anziché alzare le mani e darsela a gambe dopo il naufragio del suo governo, Monti perfezionò il danno precipitandosi in politica – “Non mi candido, non farò mai un partito”, aveva giurato fino al giorno prima – insieme con una compagnia di giro che ipnotizzò i migliori politologi su piazza, anche se sembrava uno scherzo, annoverando sotto al tendone il magnifico Luca Cordero di Montezemolo, l’eterno Pier Ferdinando Casini, un Carlo Calenda neofita e un Gianfranco Fini reduce. Oltre a una fantasmagorica Ilaria Carla Anna Borletti Dell’Acqua coniugata Buitoni. Il portento si chiamava “Scelta civica”, durò una manciata d’anni, trasformandosi in “Sciolta civica”, (Dagospia dixit) e amen.

La vanità, direbbero gli psichiatri, elaborò la trappola e l’abisso per il senatore a vita. Più prosaico diagnosticò Rino Formica: “Monti è un professore che conosce solo i libri che ha studiato e quelli che ha scritto”. Ma a sentirlo parlare oggi dei diritti e dei doveri della libertà d’informazione, nemmeno quelli.

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11 replies

  1. Sempre meglio lui del pregiudicato come capo dello stato. Forse è il caso di pensarci, Conte è troppo divisivo

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    • ma con lui, intende Monti?

      se si,
      lui non è divisivo, è proprio inviso, e con lui quella madonnina piangente della Fornero.

      e queste dichiarazioni, in odore di Aspen institute usa, sono solo la conferma che è fortemente inadatto
      ad essere uno che sta sta di sopra delle parti

      per questo potremmo trovarcelo come candidato, magari pure eletto,
      così possono continuare a mettere in piedi governi che poi quella manica di debosciati eletti
      votano, magari inghiottendolo come boccone amaro, ma lo votano.

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  2. “senatore a vita per volontà della nazione e di re Giorgio Napolitano”
    Da quando ricchi oligarchi, banchieri e confindustriali, sono diventati “la nazione”?

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