Draghi, solito “bla, bla, bla”. L’Italia non è quella che racconta il premier

Governo, Draghi racconta un Paese che va benissimo. La realtà, purtroppo, è un’altra

(Alberto Maggi – affaritaliani) – Chiacchiere. Chiacchiere. Chiacchiere. Il presidente del Consiglio Mario Draghi – baby pensionato Inpdap a 59 anni che allunga e di molto l’età lavorativa per i cittadini ‘normali’ che non hanno un passato da banchiere – riceve l’ennesima standing ovation, questa volta da parte dei sindaci prima per il suo intervento all’Assemblea Anci a Parma. Tante promesse, tante parole come “stiamo facendo, abbiamo stanziato” e il solito can can mediatico del main stream di giornaloni e tv compiacenti che lodano il presidente del Consiglio che finalmente sta risollevando l’Italia.

Guarda caso l’Unione europea, oggi che a Palazzo Chigi c’è un suo amico-alleato, segnala una crescita boom del Pil italiano pari al 6,2% e superiore alla media dell’Unione europea. Tutto bene? Tutto fantastico? Non proprio. Sul fronte della manovra economica, che ovviamente arriva in Parlamento in ritardo e blindata silenziando le Camere e umiliando la democrazia, abbiamo una riduzione delle tasse a dir poco ridicola e irrisoria – nessuna svolta tanto attesa da lavoratori autonomi e dipendenti -. Sulle liberalizzazioni il governo meraviglioso e stupendo di Draghi è riuscito a far infuriare molte categorie, ultima in ordine di tempo i tassisti che hanno annunciato uno sciopero generale per il 24 novembre.

Non solo, restando in campo economico, le modifiche al reddito di cittadinanza sono minime e marginali e guarda caso è proprio di oggi la notizia dell’ennesimo scandalo di furbetti. Un insulto a chi soffre davvero e soprattutto ai disabili e alle loro famiglie che dallo Stato hanno una miseria. Sulle pensioni Draghi ha trovato un compromesso con Quota 102 per l’anno prossimo per poi rimandare la riforma al 2023, e cioè al suo successore. Bravissimo, la vecchia regola del rinvio.

Non parliamo poi del tanto atteso assegno universale unico, quello della ministra renziana Bonetti, che avrebbe dovuto portare all’Italia in linea con i Paesi più evoluti sul tema del sostegno alle famiglie, ai figli e alla natalità, che, stando alle prime simulazioni, porta in molti casi a una perdita per i lavoratori rispetto alla situazione attuale (a meno che non abbiano tre o più figli) o a un guadagno esiguo. Il tutto con uno schiaffo assurdo e incomprensibile come il mancato intervento specifico a favore delle tante famiglie monogenitoriali (madri o padri vedovi) che avrebbero bisogno da uno Stato egoista un’attenzione particolare.

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5 replies

  1. Altra cannonata contro dragula da parte della stampa, una volta amica ,prevedo tempi duri per il baby-pensionato ex BCE…

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  2. Sì certo PIL più 6%, ma rispetto a dati catastrofici 2020 per la pandemia. Se Dragula e giornaloni si nascondono dietro il dito, si accomodino. Ma forse se invece di Draghi mettevano come PM l’inventore del vaccino facevano prima

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  3. Ma davvero, anche l’acqua?
    Di Giulio Cavalli -12 Novembre 2021

    Dieci anni dopo i referendum contro la mercificazione dell’acqua, il premier Draghi, con il ddl Concorrenza, ripropone la stessa ricetta della famigerata lettera Bce all’Italia sulla necessità di privatizzare la fornitura dei servizi pubblici locali. L’allarme lanciato dal Forum dei movimenti per l’acqua

    Il Forum movimenti per l’acqua non ha dubbi e lo scrive netto:

    «Era il 5 agosto 2011 quando l’allora Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, insieme al presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, scrisse la famigerata lettera al presidente del Consiglio Berlusconi in cui indicava come necessarie e ineludibili “privatizzazioni su larga scala” in particolare della “fornitura di servizi pubblici locali”. Uno schiaffo ai 26 milioni di italiani/e che poco più di un mese prima avevano votato ai referendum indicando una strada diametralmente opposta, ossia lo stop alle privatizzazioni e alla mercificazione dell’acqua.

    Oggi Draghi, da premier con pieni poteri, ripropone in maniera esplicita e chiara quella stessa ricetta mediante il Ddl Concorrenza approvato dal Consiglio dei ministri giovedì scorso. La logica che muove l’intero disegno di legge, oltremodo evidenziata nell’art.6, è quella di chiudere il cerchio sul definitivo affidamento al mercato dei servizi pubblici essenziali. Un provvedimento ispirato da un’evidente ideologia neoliberista in cui la supremazia del mercato diviene dogma inconfutabile nonostante la realtà dei fatti dimostri il fallimento della gestione privatistica, soprattutto nel servizio idrico: aumento delle tariffe, investimenti insufficienti, aumento delle perdite delle reti, aumento dei consumi e dei prelievi, carenza di depurazione, diminuzione dell’occupazione, diminuzione della qualità del servizio, mancanza di democrazia. Questa norma, di fatto, punta a rendere residuale la forma di gestione del cosiddetto “in house providing”, ossia l’autoproduzione del servizio compresa la vera e propria gestione pubblica, per cui gli Enti Locali che opteranno per tale scelta dovranno “giustificare” (letteralmente) il mancato ricorso al mercato.

    Nel Ddl emerge chiaramente la scelta della privatizzazione. Gli enti locali che intendano discostarsi da quell’indirizzo dovranno dimostrare anticipatamente e successivamente periodicamente il perché di altra scelta, sottoponendola al giudizio dell’Antitrust, oltre a prevedere sistemi di monitoraggio dei costi”. Mentre i privati avranno solo l’onere di produrre una relazione sulla qualità del servizio e sugli investimenti effettuati. Inoltre, si prevedono incentivi per favorire le aggregazioni indicando così chiaramente che il modello prescelto è quello delle grandi società multiservizi quotate in Borsa che diventeranno i soggetti monopolisti (alla faccia della concorrenza!) praticamente a tempo indefinito.Tutto ciò in perfetta continuità con quanto previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ed è proprio dal combinato disposto tra Pnrr, Ddl sulla concorrenza e decreto semplificazioni (poteri sostitutivi dello Stato) che il Governo intende mettere una pietra tombale sull’esito referendario provando così a chiudere una partita che Draghi ha iniziato a giocare ben 10 anni fa dimostrando, oggi come allora, di fare solo gli interessi delle grandi lobby finanziarie e svilendo strumenti di democrazia diretta garantiti dalla Costituzione.

    L’art. 6 è un proditorio attacco alla sovranità comunale: i comuni da presidii di democrazia di prossimità ridotti a meri esecutori della spoliazione della ricchezza sociale. È il punto di demarcazione tra due diverse culture, quella che considera un dovere il rispetto e la garanzia dei diritti fondamentali e quella che trasforma ogni cosa, anche le persone, in strumenti economici e merci».

    Non è un buon momento per esercitare la memoria dei risultati dei referendum (quello sull’acqua e sul nucleare) e nemmeno per chi crede in una politica che non sia solo privatizzazione. E non notate anche voi come se ne parli poco in giro? Quanto durerà ancora questo servizievole allineamento?

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