L’ultimo tradimento sull’acqua pubblica

DI Comuni dovranno motivare all’Antitrust, con tanto di analisi sui costi e i servizi agli utenti, l’eventuale scelta di non ricorrere al mercato. Questo, ovviamente, lascia ampia facoltà di ricorso in tribunale alle imprese, esponendo per di più Comuni e amministratori al rischio di essere chiamati a rispondere per danni.

(DI VIRGINIA DELLA SALA – Il Fatto Quotidiano) – Non c’è pace per l’acqua pubblica e neanche per il tradimento, ciclicamente riproposto, del referendum che dieci anni fa di fatto negò allo Stato il potere di affidare la captazione e la distribuzione dell’acqua a società private e che cercò di porre un limite ai profitti possibili. Eppure la delega al governo per riformare i servizi pubblici locali, approvata due giorni fa dal Consiglio dei ministri nel ddl Concorrenza, fa proprio questo: consegna, di fatto, i servizi degli enti locali – quindi trasporti, energia, rifiuti ma anche, appunto, la gestione dell’acqua pubblica – ai privati.

I Comuni dovranno motivare all’Antitrust, con tanto di analisi sui costi e i servizi agli utenti, l’eventuale scelta di non ricorrere al mercato. Questo, ovviamente, lascia ampia facoltà di ricorso in tribunale alle imprese, esponendo per di più Comuni e amministratori al rischio di essere chiamati a rispondere per danni. Non bastasse, la delega impone anche una serie di paletti e monitoraggi per disincentivare l’affidamento in house e concede incentivi alle aggregazioni, di fatto favorendo le grandi multiutility. Un tradimento in piena regola di quanto stabilito dieci anni fa dai cittadini su un tema che fece molta presa sull’opinione pubblica: la gestione del servizio idrico affidata ai privati.

DAL 2008 AL 2012: TUTTO QUELLO CHE E ‘SUCCESSO

A spiegarci come si è arrivati a oggi e come si possa (forse) ancora intervenire è Enzo Di Salvatore, docente di Diritto costituzionale all’Università di Teramo ed estensore nel 2016 del referendum sulle trivelle. “Con questo ddl sulla Concorrenza – racconta – si torna alla situazione pre-2011. Il Testo Unico degli enti locali, fino al 2008, lasciava infatti liberi i Comuni di decidere il modello da adottare per tutti i servizi pubblici: titolarità pubblica ma gestione del privato, gestione completamente pubblica oppure mista. Poi, nel 2008, si decise che la gestione dei servizi pubblici locali da parte dei privati dovesse costituire la regola e quella degli enti locali l’eccezione. Ovviamente questo avrebbe riguardato anche il servizio idrico, nonostante l’Unione europea lasciasse libero lo Stato di decidere a quale modello ricorrere. E anche in quel caso fu introdotto l’onere della prova sul perché si fosse deciso di non ricorrere al libero mercato, la dimostrazione inequivocabile dell’eccezionalità”.

L’acqua in realtà era già un bene comune non alienabile, non vendibile, né privatizzabile: lo era prima del referendum e lo è rimasto anche dopo. Lo stesso vale per gli acquedotti, che erano e restano pubblici. Il punto “conteso” era ed è la gestione delle reti. Fu in quegli anni che maturò il referendum del giugno 2011: andò al voto il 5 per cento degli italiani, il 95 per cento dei quali fu favorevole all’abrogazione della norma. Il referendum fu identificato come “sull’acqua pubblica”, ma di fatto col primo quesito ci si esprimeva sull’affidamento di tutti i servizi degli enti locali, nel secondo sui margini di profitto dei gestori e la remunerazione fissa del capitale. Al vuoto normativo che si era creato con l’esito del referendum, spiega Di Salvatore, il governo riparò però con un decreto che, pur escludendo dal campo di applicazione il settore idrico, reintrodusse per gli altri servizi una regola analoga a quella abrogata

Ancora una volta si provò a dare precedenza al mercato e poi, ed eventualmente e solo come eccezione, alla gestione pubblica. Praticamente anche allora si chiedeva agli enti locali interessati di motivare con un’analisi di mercato perché la “libera iniziativa economica” non fosse idonea “a garantire un servizio rispondente ai bisogni della comunità”. Un raggiro, come poi certificato da una sentenza della Corte Costituzionale, che ha annullato la norma nel 2012..

La recidiva di Draghi: come 2 governi di Silvio

Con un impressionante parallelismo, il ddl Concorrenza di Draghi stabilisce ora che la gestione dei servizi pubblici locali (tutti, acqua compresa) debba essere affidata nuovamente ai privati e che quella dei Comuni debba costituire solo l’eccezione motivata. Un eterno ritorno, una recidiva che oggi riporta in vita le decisioni di due governi Berlusconi bocciate dalla volontà popolare prima e dalla Corte costituzionale poi. E visto che per legge non esiste una durata massima delle decisioni di un referendum, né si è mai arrivati a una opinione unanime su di essa, può ben essere considerato un tradimento.

La delega al governo: ”Si può intervenire”

Resta in verità uno spazio di manovra. Il testo approvato in Consiglio dei ministri è un ddl di iniziativa governativa che assegna una delega a se stesso e chiede al Parlamento di identificare i criteri sulla base dei quali dovrà poi produrre i decreti legislativi per attuare quella delega. “C’è spazio per un intervento dei parlamentari – dice Di Salvatore – e anche nel rispetto della stabilità del governo, quanto meno le forze che si impegnarono dieci anni fa dovrebbero recuperare quell’impegno. Si possono proporre degli emendamenti”.

Anche perché, a oggi, la gestione dell’acqua pubblica in Italia vede già nella gran parte dei casi la presenza dei privati (da soli o in commistione pubblico-privata) e ciononostante, come testimoniano i continui aumenti delle bollette dovuti alla debolezza delle reti, l’efficienza non è una sicura conseguenza. “La principale obiezione che viene mossa dai neoliberisti è che il mercato garantisca efficienza e che opporvisi sia solo una presa di posizione ideologica – conclude Di Salvatore – Ma la politica è per definizione ‘ideologica’ e se ci si dovesse basare solo sull’efficienza e la migliore amministrazione, non ci sarebbe bisogno di un Parlamento o di una legge. Si spaccia per tecnica una volontà politica: la modalità di gestione dei beni comuni. La vera sfida sarebbe garantire l’efficienza della loro amministrazione pubblica”.

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3 replies

  1. Quella dell'”efficienza” e’ una stronzata mega-galattica, con estensione agli universi paralleli.

    L’efficienza e’ quella delle mazzette (o ‘contributi alla fondazione’, o ‘retribuzione per l’intervento al convegno’, o ‘importo per l’acquisto del documentario’) con le quali i ladri industriali comprano sfusi e a pacchetti i ladri pollitici, per appropriarsi di qualcosa che non gli appartiene (che poi, essendo ladri la cosa non dovrebbe destare eccessiva sorpresa).

    Se dando una mazzetta di 100.000 euro ad un ladro pollitico, ottieni un appalto di 10.000.000 (con 1.000.000 di furto garantito che ti finisce nelle saccocce tramite appositi paradisi fiscali), l’efficienza e’ incontestabilmente elevatissima.

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