Gualdo Tadino (Perugia), la guerra per l’acqua

“Giù le mani dalla nostra acqua. A noi non la date a bere”. Da due mesi e mezzo la valle del Fonno, a Gualdo Tadino (Perugia), è presidiata. 500 famiglie lottano accampate nel bosco e in tribunale per ottenere il controllo della fonte che l’azienda sfrutta dagli anni 50…

(DI M. CRISTINA FRADDOSIO – Il Fatto Quotidiano) – “Giù le mani dalla nostra acqua. A noi non la date a bere”. Da due mesi e mezzo la valle del Fonno, a Gualdo Tadino (Perugia), è presidiata. Qui dagli anni 90 Rocchetta spa preleva la famosa “acqua della salute”. I pozzi e la sorgente – da cui la società prende il nome –, insistono in un’area di 208 ettari, che rientra nella più ampia proprietà collettiva della Comunanza agraria dell’Appennino gualdese. Sono circa 500 le famiglie che hanno ereditato questo territorio, riconosciuto peraltro come Sito di interesse comunitario (Sic). Sono loro i proprietari sin dal 1893. Lo stabilisce il commissario per la liquidazione degli usi civici, Antonio Perinelli, nella sentenza dello scorso anno che Rocchetta ha impugnato dinanzi alla Corte d’appello di Roma. Sono beni collettivi – si legge nella decisione – “non sono alienabili, né usucapibili e neppure possono essere oggetto di espropriazione forzata. La titolarità, di natura privatistica, esclude qualsiasi potere del Comune e della Regione Umbria sugli stessi”.

Eppure sinora a gestire l’area sono stati solo gli enti locali. “L’acqua minerale è un bene demaniale – chiosa Roberto Morroni, vicepresidente della giunta regionale con delega alla tutela ambientale – il potere concessorio è in mano alla Regione”. La battaglia giudiziaria dura da anni. Ma la tensione è cresciuta ad agosto, quando la presidente della Comunanza agraria, Nadia Monacelli, ha annunciato le dimissioni: “L’ho fatto per il clima che si era creato in città, sono stata minacciata – dice – hanno cercato di estorcere il mio silenzio. È tutto in mano al mio avvocato”. Gli attivisti e i proprietari dei terreni da quel momento si sono accampati nel bosco, a poche centinaia di metri dai pozzi di Rocchetta. A causa dell’elevato rischio di frana, con un’ordinanza dell’allora sindaco Morroni, nel 2012 l’accesso alla sorgente è stato interdetto a tutti, tranne che alla società. La decisione è stata poi rinnovata dopo l’alluvione del novembre 2013, quando la valle venne travolta da un fiume di detriti. Per quel disastro idrogeologico, ancora da risanare, in Procura a Perugia vennero presentati vari esposti per presunte irregolarità dell’azienda nella realizzazione delle opere e per il mancato ripristino dello stato dei luoghi. Dagli atti depositati dall’unità forestale dei Carabinieri di Gualdo Tadino emerge che alla società venne anche contestato l’abusivismo edilizio per i perfori di sondaggio temporanei poi trasformati in pozzi permanenti. Ma tutto è stato prescritto e il procedimento per omessa bonifica è stato archiviato. Rocchetta ha beneficiato di varie sanatorie, fino alla sentenza di giugno del Consiglio di Stato che ha confermato il reato di abusivismo esclusivamente per i cabinotti costruiti sopra ai pozzi. Il Consiglio di Stato, ribaltando la sentenza del Tar Perugia, si è anche espresso in merito alla concessione ritenendola legittima. La Comunanza pochi giorni fa ha presentato ricorso in Cassazione.

Lo sfruttamento della sorgente a scopo industriale è iniziato nel 1952. Negli anni 90 è arrivata Rocchetta spa, di proprietà ­– assieme alla Uliveto – del gruppo Cogedi International, che controlla la spagnola Industrias Reunidas. Il patron è l’ereditiere Luigi de Simone Niquesa, proprietario anche di una catena di alberghi di lusso. La concessione mineraria di Gualdo Tadino sarebbe scaduta nel 2022, ma è stata prorogata nel 2015, con un ampliamento e un aumento della capacità estrattiva per 25 anni fino al 2040. Il tutto è avvenuto – secondo l’Antitrust – “senza avere previamente dato corso a una procedura competitiva ad evidenza pubblica per la scelta del concessionario”. Chiara Bigioni, legale di Rocchetta, fa sapere invece che “è stata regolarmente effettuata ma nessuna istanza concorrente è stata presentata”. A seguito dell’intervento dell’Autorità garante, la legge regionale 22/2008 – promossa proprio dal vicepresidente Roberto Morroni – è stata modificata. Ma non ha subito variazioni la delibera con cui è stata concessa la proroga.

Poche settimane fa è partito un secondo esposto all’Antitrust e alla Polizia di Stato: secondo i senatori 5S Sergio Romagnoli ed Emma Pavanelli la registrazione del marchio con lo stesso nome del toponimo dove insiste la sorgente rappresenterebbe un impedimento “al subentro di eventuali altre aziende a seguito di eventuale gara pubblica”.

I comitati e la Comunanza chiedono lo stop degli emungimenti e il ripristino dei luoghi di modo da renderli accessibili alla comunità. Regione, Comune e Rocchetta, invece, hanno un’altra priorità: la valle deve produrre. Quanta acqua ancora sia disponibile non si sa.

Umbra Acque, il gestore che si occupa del Servizio idrico integrato e che preleva l’acqua dalla vicina sorgente di Santo Marzio, nel 2017 ha riferito alla Camera di varie crisi idriche. “I nostri prelievi sono infinitamente piccoli rispetto a quelli dell’acquedotto pubblico”, si difende la società, che conta meno di 30 assunti, per un totale di 150 lavoratori tra diretti e indiretti. Stando alla proroga, Rocchetta investirà 30 milioni e 500 mila euro, di cui 6 milioni e 500 mila euro per la salvaguardia dell’area in concessione. Il progetto esecutivo ancora non c’è e gli attivisti temono che si confondano i finanziamenti pubblici (tra cui i 750 mila euro dell’Ue per il ripristino del costone roccioso) con quelli privati col rischio che a rimetterci siano i cittadini. I legittimi proprietari dell’area a oggi non hanno ricevuto nulla né possono accedere ai terreni. Si era tentata una conciliazione, ma l’azienda l’ha rifiutata: “È un sovracanone – sostiene – L’unico soggetto a cui la società deve dare conto è la Regione, l’attività estrattiva è di pubblica utilità come le autostrade”. Al pubblico però va ben poco: con una produzione annua di 160 milioni di bottiglie, Rocchetta paga alla Regione un canone concessorio di un euro al metro cubo, per un totale di 400/450 mila euro l’anno, di cui il 40% va al Comune, a fronte di un fatturato di circa 60 milioni di euro.

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