(Francesco Erspamer) – È da individualisti e liberisti credere che l’essenziale sia esprimere e realizzare le proprie personali convinzioni o ambizioni e pertanto pretendere che ci sia un partito (e spesso anche una religione) che le rappresenti. Se no batto i piedi e non vado a votare, e tanto meno in chiesa.

Invece io credo nelle comunità e nello Stato, e penso dunque che siano i cittadini a doversi riconoscere in un partito e ad adeguarsi a esso rinunciando a buona parte delle proprie fissazioni in nome di alcuni principi condivisi; e se proprio quel partito non ci fosse, allora dovrebbero aggregarsi per fondarne uno, anche in quel caso accettando sacrifici e compromessi. Lo dice chiaramente l’articolo 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Da nessuna parte c’è scritto che ai cittadini siano dovuti partiti in grado di accontentare ogni loro ossessione.

Sono due visioni antitetiche della politica e della società: da una parte chi è interessato solo a sé stesso e al proprio piacere immediato, e pretende libertà e diritti privati; dall’altra chi dà la priorità al bene comune e accetta doveri, privazioni e responsabilità collettive. Prima ci si accorge che i due gruppi non possono convivere ma uno dei due deve prevalere sull’altro, se necessario con la forza, prima ci si libererà dalla dittatura liberista; perché i liberisti già lo sanno e da decenni hanno imposto la loro ideologia facendo finta che sia la sola possibile.