Salvini licenziato da metà della Lega

(Laura Tecce – lanotiziagiornale.it) – Se qualcuno volesse un segnale tangibile della crisi nera che sta attraversando la Lega – o meglio la leadership salviniana – con tutte le sue contraddizioni e i suoi errori strategici, basta leggere la paradossale dichiarazione di voto con la quale ieri la deputata del Carroccio Rossana Boldi, ha tentato di giustificare il sì del suo partito alla fiducia posta dal governo alla Camera sul secondo decreto Green Pass.

“Rinnoviamo la fiducia al presidente Draghi e al governo ma ricordiamo la promessa di non aumentare in nessun modo le tasse, di aprire i cantieri, di tenere sotto controllo i costi dell’energia. Noi facciamo proposte concrete per il Paese – ha puntualizzato – non vogliamo aumenti di tasse, no alla riforma del catasto. Vorremmo si parlasse di questo e non di riforme ideologiche come lo ius soli e il ddl Zan”: è evidente che citare le misure di contenimento della pandemia – fra cui appunto l’estensione dell’obbligo della certificazione verde – insieme a questioni come le tasse e lo Ius soli sia un maldestro tentativo di nascondere la polvere sotto al tappetto, di negare che sulla questione Green Pass Matteo Salvini ha fallito su tutta linea, cedendo di fatto ai diktat del premier Draghi – irremovibile nella sua posizione “rigorista” – ma anche a quella parte della Lega – il solito Giancarlo Giorgetti e tutti i governatori del Nord – che su questi temi non ha mai seguito il segretario e l’ala barricadera – capitanata da Claudio Borghi e da Armando Siri – super critica sulle misure del governo, ritenute restrittive ed eccessive.

GLI ADDII INIZIANO A PESARE. All’interno del Carroccio si tende a minimizzare: la parola d’ordine, per tutti è quella di tenere un low profile, di non fornire il fianco a chi dipinge la leadership di Salvini traballante e il partito in guerra fra fazioni (critici e governisti, la dualità fra la Lega di lotta e di governo, per intenderci). A tal proposito si cerca di ridimensionare anche l’addio dell’europarlamentare siciliana Francesca Donato – la cui candidatura a Bruxelles è stata sapientemente “costruita” e lanciata nei salotti tv, dove fino a ieri veniva mandata dalla Lega a perorare la causa – che dopo “una lunghissima e approfondita riflessione” è “giunta alla sofferta decisione di uscire dal partito” nel quale è stata eletta (messa in lista direttamente da Salvini visto che non è mai stata una militante della leghista), partito che ormai, scrive sui suoi social , non è più in sintonia coi valori in cui crede fermamente, “quelli dell’uguaglianza, della libertà individuale e della dignità umana, sempre più calpestati dai provvedimenti presi dal governo Draghi, di cui la Lega fa parte”.

Ovviamente il riferimento è alle decisioni su Green Pass e all’ipotesi e obbligo vaccinale, ed è subito Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia Giulia e della Conferenza delle Regioni, fiero esponente dell’ala “governista”, a precisare che: “Nel primo partito d’Italia è normale che ci siano correnti diverse, ma dentro la Lega non c’è spazio per i No vax”. Fatto sta che Salvini non può non prendere atto che, nonostante i suoi equilibrismi e i cambi di parere repentini, non riesce più a tenere il partito.

ZAIA METTE IL CARICO. “Chi va via lo ringrazio, lo saluto e tanti auguri”, prova a tagliare corto Salvini, che deve fare i conti con la defezione a Bruxelles della Donato che arriva dopo qualche mese da quella “pesante” di Vincenzo Sofo, scettico della prima ora sul governo Draghi, che ha sbattuto la porta e mollato il gruppo Identità e Democrazia dopo il voto di fiducia della Lega al premier lo scorso 18 febbraio. In quell’occasione, anche il deputato e coordinatore leghista dell’Emilia Gianluca Vinci decise di non votare, in dissenso con la scelta del suo partito, la fiducia all’ex numero uno della Bce.

Sia Sofo che Vinci sono poi approdati in FdI, che sui territori ha visto in questi ultimi mesi incrementare la richiesta di “accoglienza” da parte dei leghisti in fuga dalle incoerenze salviniane. Sottolineate ieri, peraltro, anche dal governatore del Veneto Luca Zaia, che ammette: “La Donato neanche la conoscevo… Ma un partito è uno spaccato della società quindi non trovo nulla di strano che ci sia chi non la pensa come noi”. Peccato che fosse una di loro scelta direttamente dal capo come i vari Borghi, Siri e Durigon. E in ogni caso, il Doge, conclude sibillino che “una sintesi va fatta”. Ergo: i nodi prima o poi vengono al pettine.

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  1. “Il mio terreno? Mica lo sapevo a chi vendevo…”

    (di Andrea Sparaciari – Il Fatto Quotidiano) – Se gli affari immobiliari di Christian Solinas fossero una serie tv, l’ultima puntata s’intitolerebbe: “Non so chi compra i miei terreni”. E racconterebbe di come il 4 novembre 2020 il governatore sardo si sia recato nello studio del suo notaio per firmare un preliminare di vendita di alcuni rustici di sua proprietà per 550mila euro, e di come solo allora abbia saputo che l’acquirente era Roberto Zedda. Un imprenditore da almeno 15 anni in affari con la Regione. Fino a quel momento, infatti, Solinas ignorava l’identità di chi si stava impegnando a versargli oltre mezzo milione di euro entro il 30 giugno 2021 e di chi pochi minuti dopo gli avrebbe dato una caparra da 200mila euro, promettendo di versarne altri 50mila entro 10 giorni. A raccontarlo è lo stesso Solinas, che lunedì ha rotto il silenzio sull’inchiesta del Fatto sulle sue compravendite: i due preliminari sottoscritti nel 2013 (per 40.350 mq di terreno a Capocaccia) e nel 2021 (per i ruderi a Santa Barbara) dal governatore con due imprenditori in affari con la regione. Vendite che hanno visto passare di mano due caparre da complessivi 400mila euro e delle quali all’Agenzia delle Entrate non risultano i rogiti.
    Il Fatto ha poi rivelato come Solinas, subito dopo la “vendita” dei ruderi, il 2 dicembre 2020, Solinas abbia acquistato una villa da 1,1 milioni, grazie a un mutuo da 880mila euro concessogli dal Banco di Sardegna. Unica garanzia, la villa stessa. Operazione sulla quale la Procura a giugno ha aperto un fascicolo senza indagati, come anticipato dal Fatto.
    Lunedì, Solinas ha dato la sua versione. In un post su Facebook ha spiegato che per vendere i ruderi aveva messo un annuncio su un sito (senza riportarne né il nome né la data dell’inserzione). E ha aggiunto di “aver conosciuto l’amministratore della società promissaria acquirente (Zedda, ndr) solo in occasione della sottoscrizione del contratto preliminare dinanzi al notaio”. Poi ha confermato che “l’atto definitivo non è ancora stato stipulato” perché il venditore avrebbe chiesto una dilazione di tre mesi. A testimoniare il tutto ci sarebbero due Pec che però Solinas non ha pubblicato.
    Il governatore ha parlato anche del secondo preliminare (2013), che non è stato mai seguito da un rogito perché l’acquirente “è venuto a mancare”. E aggiunge che il contratto è stato “consensualmente risolto con gli eredi, ai quali ho restituito per intero la caparra”. Anche in questo caso, la spiegazione appare molto lacunosa. Il preliminare fissava la scadenza per firmare il rogito al 30 maggio 2014 e il compratore, Antonello Pinna, è deceduto ad aprile 2016, ben 23 mesi dopo la scadenza del termine. Dulcis in fundo, il presidente non spiega quando ha restituito la caparra.

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  2. Fatto fuori il chiacchierone rimane il fatto che i 5star sono con il “governo” più antidemocratico di sempre…Governo di potere assoluto che determina chi vive e chi muore civilmente.Che di fatto obbliga a vaccinarsi tutti senza veri riscontri di tale “beneficio”.A cazzate non stanno meglio le forze pd-l e 5star.Un amalgama da stalle con problemi di eccessiva m da spalare a cui non riesce la pulizia.Ricordarsi che in Lombardia con fontana e galera è cominciata e provocata tutta la crisi sanitaria attuale.Non è un enigma irrisolvibile.

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