“Hanno usato Salvini e ora lo scaricano”

(Michele Serra – la Repubblica) – Due partiti sovranisti nello stesso paese, anche se è un paese strambo come l’Italia, sono troppi. Il classico doppione. Senza improvvisarsi politologhi, basta questa banale constatazione per capire come mai il Salvini annaspi dentro e fuori la Lega, specie quel pezzo di Lega che si sente di governo e invece si ritrova a contendere alla Meloni il voto dei complottisti e dei No Vax. Che è come contendere a Walt Disney il copyright di Paperino: si perde di sicuro.

Detto questo, ci si chiede come mai i famosi moderati, i vari Giorgetti e Fedriga e Zaia, si siano muniti di un leader siffatto, che certamente ha portato voti (a breve termine) ma ha radicalizzato la Lega perfino oltre il livello di insofferenza per la democrazia e la buona educazione (parenti stretti) già ben presenti nel Dna di quel partito dai tempi di Umberto Bossi, dei gesti dell’ombrello, dei “trecentomila fucili bergamaschi”, dei soli delle Alpi istoriati nei banchi della scuola pubblica come se fossero cosa loro.

La parabola leghista ricorda quella dei repubblicani americani: se si sono fatti irretire da Trump, consegnandogli il partito, non si lamentino poi dell’assalto al Campidoglio, e facciano i conti, piuttosto che con la protervia di Trump, con la loro ignavia.

Alla stessa maniera non destano molta simpatia i bravi leghisti presentabili, qualcuno perfino con la cravatta giusta, che oggi biasimano il Salvini perché perde colpi, ma quando le folle social smaniavano per lui e lo chiamavano Capitano, non hanno detto una sillaba nemmeno nei momenti più bruti della sua ascesa. Ora che lo hanno usato, lo schifano. Lui potrà rifarsi una vita come vice della Meloni. Loro, i presentabili, possono contare sulla poca memoria dell’opinione pubblica.

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6 replies

  1. Comunali Sicilia: tornano Totò e i suoi compari

    (di Saul Caia – Il Fatto Quotidiano) – L’alleanza giallorosa da una parte e le molte intese trasversali dall’altra. Il centrodestra apparentemente spaccato, e il ritorno di alcune vecchi glorie, con la presenza del gattopardo per eccellenza: l’ex governatore Totò Cuffaro e la sua Democrazia cristiana.
    È la Sicilia che torna al voto, in due diversi round: il 10 e il 24 ottobre. Alle urne andranno oltre 500 mila siciliani che voteranno in 46 su 391 comuni (11,7%).
    Sarà soprattutto il banco di prova dell’alleanza nazionale giallo-rossa, che servirà per valutare l’asse Pd-M5S nell’isola, portata avanti dal segretario regionale Anthony Barbagallo e dal sottosegretario pentastellato Giancarlo Cancelleri. L’unione è riuscita però in soli 5 comuni (Adrano, Caltagirone, Lentini, San Cataldo e Favara), e in alcuni casi c’è stato il supporto del partito di Claudio Fava. Ma in diverse città il M5S andrà da solo, mentre il Pd viaggerà insieme all’Udc, ricevendo anche il sostegno da Forza Italia.
    Sulla carta, appare disunito e frammentato il centrodestra. In molti comuni regge l’alleanza Lega e Forza Italia, che si troveranno dall’altra parte il duo Fratelli D’Italia-Diventerà Bellissima, partito del governatore Nello Musumeci. Una divisione dettata almeno al primo turno, probabile che in caso di ballottaggio il centrodestra torni a serrare le fila e ricompattarsi. Sarà interessante capire quanti voti riusciranno a portare al Carroccio siculo i nuovi acquisti, a partire dall’ex renziano e deputato regionale Luca Sammartino.
    E se molti partiti hanno preferito nascondersi dietro liste civiche, torna in grande spolvero lo scudo crociato targato Salvatore Cuffaro. Totò “Vasa Vasa”, dopo aver scontato 7 anni di carcere per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e rivelazione di segreto istruttorio nel processo “talpe alla Dda”, e con la promessa che si sarebbe ritirato dalla politica per dedicarsi alla medicina e alle missioni in Africa, ha rifondato la Dc Sicilia. La Balena bianca si presenta in quattro comuni al fianco di Forza Italia, vecchio alleato di un tempo.
    E se parliamo di vecchie glorie ed evergreen, non possiamo non citare il 78enne Nino Di Guardo, candidato sindaco a Misterbianco (Catania) dove ha già ricoperto la carica già 5 volte, tra il 1988 e il 2017, con una parentesi di due legislature alla regione. Proprio nel 2017, la sua amministrazione è stata sciolta per mafia, ma il tribunale civile di Catania ha dichiarato “insussistenti i presupposti per la declaratoria di incandidabilità”.
    Ai piedi dell’Etna il centrodestra riabbraccia altre due vecchie glorie. Fabio Mancuso ad Adrano, 3 volte deputato regionale e 2 volte sindaco (2000-2008), finito in arresto nel 2011 con l’accusa di finanziamento illecito ai partiti e condannato in via definitiva nel 2013 a otto mesi di reclusione e 2.500 euro di multa (pena sospesa).
    E il 73enne Pippo Limoli a Ramacca, sfiduciato appena due anni fa dal consiglio comunale (poi commissariato) quando era sindaco. Vanta due legislature all’assemblea regionale e due da sindaco (1998 e 2003). Infine ci sono anche i casi di Vincenzo Combo a Canicattì (Agrigento) e Giuseppe Montesano a Vallelunga Platameno (Caltanissetta), entrambi sindaci per ben due volte dei rispettivi comuni. Vallelunga venne sciolto per mafia nel 2009 proprio quando c’era Montesano, decisione poi annullata dal Tar.
    Riavranno un sindaco anche quei 10 comuni sciolti per infiltrazioni mafiose, mentre sarà la prima volta nella storia di Misiliscemi, comune di circa 8 mila abitanti istituito lo scorso febbraio 2021, dopo che otto frazioni si sono scisse da Trapani. Saranno 15 invece le candidate sindache che proveranno a ottenere la fascia tricolore, a Lentini (Siracusa) saranno tre sui sei totali.

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  2. Infatti è quello che scrivo da sempre: da capitano a ubriacone ed ora un paio di calzini azzurri ( o una ” modella” che denuncia molestie) aleggiano minacciosi. Le Iene sono agli ordini ed in attesa…

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  3. A Un o m a t t i n a sembra esserci una sorta di pandemia. Tutti col vizietto della politica. Questa volta con un piccolo giallo. Dopo il caso di Marco Ventura, costretto a lasciare l’incarico di autore dopo esser diventato
    consigliere della presidente del Senato Casellati, spunta un altro autore col doppio incarico. Si tratta di Paola Tavella che, se da una parte risulta essere in forza a Un o m a t t i n a dopo aver lavorato a Unomattina Estate come autrice,
    dall ’altra è stata fino a pochissimo tempo fa (31 agosto) consulente del ministro per il Sud, Mara Carfagna. Un incarico che, come pubblicato dal sito trasparenza di Palazzo Chigi e riportato dal sito Vigilanza Tv, ha inizio il 14 febbraio 2021 e termina alla “scadenza del mandato governativo”. Senonché dal ministero si affrettano a spiegare che “Tavella non è più consulente”. E la stessa Tavella, dopo che il dem Andrea Romano aveva invitato la Rai a fare chiarezza, ha twittato: “Vorrei rassicurare che al momento nessun contratto mi lega al ministero del Sud, né alla Rai”. Fonti di Viale Mazzini, però, raccontano che, contratto o meno, Tavella a settembre è stata parte integrante della redazione di Un o m a t t i n a , con tanto di presenza in redazione. Tanto che il consigliere Riccardo Laganà ha scritto all’ad Carlo Fuortes sollevando questioni di opportunità. Adesso, però, al ministero non ci lavora più, quindi il problema sarebbe risolto. Tavella, già autrice di programmi Rai, è stata consulente di Carfagna anche quando quest’ultima era vicepresidente della Camera. Ed è un personaggio noto: scrittrice, ex giornalista del manifesto, autrice di diversi libri, di cui il più noto è Il prigioniero, scritto con Anna Laura Braghetti, la brigatista che accudì Aldo Moro nel covo di via Montalcini, testo su cui Marco Bellocchio si è basato per il film Buongiorno notte. Ma in queste ore un altro caso turba il sonno dei dirigenti
    Rai. È il nuovo sito d’informazione, Rai24, quello che avrebbe dovuto curare Milena Gabanelli. Ora è tutto pronto. “Si parte entro l’anno”, si è esaltato Fuortes con Andrea Vianello. Il progetto c’è già, mancano i giornalisti: ce ne sono 22
    e ne servono una quarantina. Per questo è stato fatto un job posting interno che, però, ha scatenato un mare di polemiche: l’invito è aperto solo alle testate giornalistiche con sede a Roma e non alle regionali, che hanno personale più giovane e più adatto al web. Risultato: dai tg nazionali nessuno si vuole spostare, se non con mega promozioni. E dalle Regioni, dove il personale c’è, non può arrivare nessuno. GIANLUCA ROSELLI

    FQ

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  4. Caro Serra, ma perché scrivi ancora, non era meglio per te morire “giornalisticamente” giovane, quando ancora quando beltà e onestà intellettuale e coraggio splendeano negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi e tu lieto e pensoso il limitare appena del tuo conto in banca salivi? Molto meglio direi. Ora prendendo di mira quel poveraccio di Salvini credi di poter riguadagnare lo sguardo ridente e fuggitivo guardando ogni giorno il salire del tuo conto corrente giulivo? Mah..

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