Smart working, De Masi: “Brunetta lo riduce a telelavoro”

(Paola Alagia – affaritaliani.it) – L’estensione del Green pass a tutti i lavoratori sia pubblici che privati è un altro passo nella direzione auspicata dal ministro per la Pa Renato Brunetta e cioè il lavoro in presenza. L’altra gamba del piano, come ha scritto Affaritaliani.it, sarà al centro della discussione il prossimo 22 settembre con sindacati in vista del rinnovo del contratto per le Funzioni centrali: si tratta della regolamentazione dello smart working. Tuttavia, proprio su questo fronte arriva l’alt del sociologo del Lavoro Domenico De Masi. “Ma quale smart working – dice subito intervistato dal nostro giornale -. La bozza in circolazione, nel migliore dei casi, riduce il lavoro agile a telelavoro”.

Professore, il ministro Brunetta però ritiene che con il lavoro in presenza la produttività aumenterà. In una intervista al Corsera sostiene che “il Pil crescerà anche più del 6 per cento”.
Tutte le ricerche dimostrano invece che con smart working aumenta la produttività e che ritornando in ufficio non cresce, ma diminuisce. L’esatto contrario di quello che afferma Brunetta. Si badi bene: non lo dico io, ma gli studi. Hanno fatto ricerche la Telecom, il Credito italiano, la Regione Lombardia, per fare qualche esempio. Io ne ho rintracciate una quarantina.

Non crede, quindi, che passata la fase emergenziale, in cui lo smart working è stata una sperimentazione necessaria, occorra tornare alla “normalità”?
Innanzitutto bisogna dire che lo smart working sta continuando ancora. E soprattutto che non si è trattato di un esperimento di una settimana. Sono 19 mesi che va avanti. Tralasciando la prima fase in cui a causa del lockdown era una sorta di lavoro coatto, poi con il subentrare delle zone gialle e bianche è diventato smart working a tutti gli effetti. E’ stato vero e proprio lavoro agile.

Secondo Brunetta avere tutto il capitale umano a disposizione è importante anche per realizzare i progetti del Pnrr.
Ma cosa c’entra con lo smart working? Il Pnrr è tirato in ballo in maniera pretestuosa. E’ certo che i progetti vanno fatti bene, ma con tutti i mezzi a disposizione. E il lavoro agile è uno di questi. Senza contare, poi, che è assurdo che il Piano contempli 50 miliardi per la digitalizzazione se poi i dipendenti pubblici devono stare tutti in ufficio.

Comunque si va verso il ritorno al lavoro in sede. Questa è la direzione di marcia. Cosa non la convince?
In questi 19 mesi bisognava fare delle analisi e Brunetta è al Governo da sette. Per prima cosa sarebbe stato necessario capire dei 3 milioni 200 mila lavoratori della Pa quanti possono svolgere lavoro agile completo, quanti solo in parte e quanti no. Un’altra cosa da verificare erano la presenza e le potenzialità delle connessioni. Sono due parametri che dovevano essere accertati subito e in un paio di mesi si poteva fare. Solo dopo si può parlare con cognizione di causa. Ecco perché il ministro parla a vanvera. C’è da dire un’altra cosa, però.

Quale?
A dire la verità il precedente ministro aveva iniziato questo lavoro. Ma Fabiana Dadone è giovane, donna e digitale, mentre Brunetta è più anziano, maschio ed è analogico.

Il tetto per il lavoro agile fissato al 15 per cento è troppo basso?
Il tetto al 15 per cento non significa nulla proprio perché non abbiamo analisi e dati. E’ chiaro che nel caso di organizzazioni che hanno più operai, queste possono utilizzare meno la modalità di lavoro agile, ma nella Pa, che è costituita quasi solo da impiegati, funzionari e manager, è probabile che la percentuale di persone che può lavorare in smart working sia molto alta. Ecco perché occorrono delle analisi puntuali prima di parlare.

Intanto, la settimana prossima i sindacati discuteranno la bozza di regolamentazione dello smart working. Lei che idea se n’è fatto?
Questa è una bozza che riporta lo smart working a livello di telelavoro. Non esistono fasce nel lavoro agile. Una volta che il lavoratore ha l’obiettivo da raggiungere può anche decidere di lavorare di notte o all’alba. L’importante è il risultato. La ministra Dadone, nel novembre scorso, creò un Osservatorio nazionale del lavoro agile nella Pa ed una commissione tecnica composta da diversi esperti proprio con il compito di analizzare preventivamente tutti i progetti del Ministero. Questa bozza ha iniziato a circolare senza essere sottoposta prima al parere, seppure non vincolante, della commissione.

Lei lo sa perché ne fa parte, giusto?
Proprio così. Brunetta non ha eliminato l’Osservatorio e la commissione, ma di fatto è così. Le dirò di più: proprio perché io ho fatto presente tutto ciò, lunedì la commissione è stata convocata.

Esprimerà dunque queste critiche nel corso della riunione?
Certo che sì. Se vogliamo che aumenti la produttività della pubblica amministrazione dobbiamo tenere lontano dagli uffici tutti coloro che possono lavorare in smart working. Questa è la verità, il contrario di quello che sostiene Brunetta.

7 replies

  1. I tormenti del pacco capitalista: Amazon, mail a vuoto e cinesi

    Psico-diario di una consegna mancata.

    (di Daniela Ranieri – Il Fatto Quotidiano) – Il capitalismo sostiene che tu abbia ricevuto un prodotto che hai ordinato online, ma tu non l’hai ricevuto. Lo splendido e oliato meccanismo del consumo digitalmente mediato (desiderio-pagamento smaterializzato-attesa-possesso) s’è inceppato.
    Che fai? Scrivi una mail al capitalismo (per modo di dire: in realtà compili un form sul suo sito, form che è stato concepito per scoraggiarti, ovvero per disincentivare i reclami. Un menu a tendina ti indirizza verso il tuo caso particolare secondo un imbuto che prevede diverse possibilità: articolo difettoso, arrivato in ritardo, trovato a un prezzo più vantaggioso… Per selezionare “prodotto non consegnato” devi discriminare, discernere, cioè pensare: che è proprio ciò che ti si vorrebbe impedire di fare rendendotelo difficile).
    In questo caso il capitalismo è Amazon, il cui padrone è quel Jeff Bezos (patrimonio stimato: 205 miliardi di dollari) che a luglio ha fatto un giro di 4 minuti nello spazio nella sua navicella Blue Origin.
    Mi scrive da un ufficio globalizzato una certa Veronica: “Dopo aver effettuato una verifica”, è l’incipit di una mail lunghissima, “ti informo che l’ordine per cui ci hai contattati è venduto sul nostro sito da un venditore di terze parti. Ti spiego Daniela (sic), Amazon in questi casi è solo una vetrina per questi negozi. Il venditore è l’unico responsabile per la vendita e la spedizione dei propri prodotti… è la persona migliore per rispondere alle tue richieste in maniera veloce ed esaustiva”.
    Veronica, impiegata della multinazionale, mi sta scaricando. Il venditore, rispondo piccata a Veronica, è quello che sostiene di avermi consegnato un articolo che non mi ha consegnato: non mi pare il soggetto più affidabile per dirimere la questione. Ma la casella di Veronica è no-reply, non accetta mail in entrata. Per parlare col capitalismo devo ricompilare il form sul sito.
    Un messaggio mi informa che non posso fare un reclamo se prima non contatto il venditore, che – apprendo – è un’azienda privata ubicata a Shenzhen, Cina. Procedo.
    Esso, nella persona di Agata, mi risponde dopo un po’ confermando che il prodotto è stato consegnato: “Risulta”. A chi? C’è un’istanza superiore a me in grado di verificare l’effettuata consegna, che a me è sfuggita? Metto in dubbio la consistenza epistemologica della mia convinzione: davvero non l’ho ricevuto? Non potrebbe darsi che io lo abbia ritirato con le mie mani da qualche corriere insieme ad altra corrispondenza e lo abbia inavvertitamente buttato?
    Ricompilo il form, assicurando la mancata consegna. Il venditore risponde (sulla mia mail: il nostro rapporto è totalmente asimmetrico) che devo controllare presso i vicini di casa oppure all’ufficio postale.
    Valuto l’ipotesi. Sorge in me un dilemma etico: è giusto far pagare a questo povero venditore, con quello che ha passato la Cina nell’ultimo anno e mezzo, il costo di un prodotto che giace presso il mio ufficio postale, solo perché a me non va di andare a ritirarlo?
    Dura un istante. Mi si attiva il logos: posto che l’azienda è presumibilmente una scatola dentro infinite scatole societarie, facendo l’ordine io non mi sono avvalsa di uno sconto con la promessa che sarei andata a ritirarlo alle poste.
    Devo lavorare per loro? Fatto sta che io in mano non ho nulla, mentre loro hanno i miei soldi (mi fanno intendere, con questa sottovalutazione del mio caso, che sono davvero pochi spiccioli: allora perché non me li ridanno?).
    Faccio un po’ di manovre confuse e allora mi telefona Amazon, nella persona di Pasquale, da telefono ubicato in Uxbridge, Regno Unito. È gentilissimo, addestrato a mandarla per le lunghe (io ho fretta, ho altri pensieri: su questo contano, sul predominio della vita, a un certo punto, sopra la tigna e il tenere il punto del cliente; contano sul logoramento psicofisico), il quale mi spiega che è semplicissimo: bisogna attendere che il venditore risponda, ma devo dargli 48 ore; al che il residuo logos mi impone di chiedere: e se non risponde?
    Pasquale, semplicemente sbigottito, nondimeno replica assertivamente che devo aspettare fino alla scadenza del termine massimo dei tempi di spedizione, che il venditore ha previsto lunghissimi apposta, di modo che (ma questa è una mia congettura) nel frattempo il cliente si dimentica o sperabilmente muore, e quand’è così non che i parenti si mettono a esigere tutti gli ordini non ricevuti in vita dal defunto.
    La questione comincia a farsi gravosa, politica: magari il corriere è passato, ha suonato, ma io ero sotto la doccia e non ho sentito, e lui, poveraccio, ha scritto che aveva consegnato qualcosa che non ha consegnato, cosa strana perché i corrieri di Amazon mandano una mail pochi secondi dopo aver consegnato un pacco, e così per ognuna delle 200, 300 consegne che fanno al giorno, per 9 ore al giorno, per 6 giorni alla settimana, scendendo e salendo sul furgone centinaia di volte, urinando nelle bottiglie per non perdere un secondo; se consegnano poca merce, vengono puniti; se ne consegnano troppa, il giorno dopo ne avranno di più nel furgone perché l’algoritmo ha stabilito che sono in grado di farlo.
    Bezos paga zero dollari di tasse negli Usa, e in Europa ne paga pochissime perché le imposte sono sui profitti e non sui ricavi (basta investire molto); io e i suoi corrieri lavoriamo tutto il giorno per lui, per risolvere questo che tecnicamente è un furto ai miei danni perpetrato da “terze parti”.
    Lascia stare, mi consigliano amici e parenti, e in effetti mi converrebbe, ho già perso tre giorni, nei momenti meno opportuni mi arrivano telefonate dall’Albania o dall’Irlanda a cui rispondo sottoponendomi a una litania di premesse (“Stai lavorando?”: il capitalismo ti dà del tu perché ti ama. “Ti avviso che la chiamata potrebbe essere registrata”: potrebbe? Cosa ho fatto di male?
    È chiaro che non si fidano di me e sperano che cada in contraddizione).
    Scrive il venditore, ribadendo che devo “controllare 1. Casella postale domestica 2. Area d’ingresso 3. Dietro il prato 4. Vicinato”.
    Ricontatto Amazon, furente (quanto costano i miei sentimenti?), soprattutto perché non ho un prato. Francesco mi telefona da Tallaght, Dublino, è dispiaciutissimo, si scusa a nome del capitalismo e dice che Amazon mi rimborserà (che avevo pensato?), poi mi manda una mail lunghissima con parole come “Dipartimento”, “Tempistica”, “Contatta”, “Problemi con l’ordine”.
    Nel frattempo sullo schermo appare l’oggetto che avevo ordinato, e scopro di desiderarlo ancora, e anche se passo parte della giornata a leggere e a rispondere al telefono e alle mail sono a un passo dal cliccare su “Compralo di nuovo”.
    Così ci riduce il consumismo, servi scemi e devoti della merce adorata, che arriva, o giace.

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    • A me era successa una cosa molto simile e scrissi alla Valentina di turno di Amazon: “io sono cliente amazon, ho un account amazon e ho nel carrello amazon alcuni prodotti da acquistare su amazon. Io se compro da amazon e ho un problema, io contatto amazon e non il venditore. Se tu o qualcuno di amazon non mi risolvete la questione con il corriere o con il venditore, io cancello il mio account amazon e non acquisterò più su amazon. Certo della Vs comprensione e di una risoluzione bonaria di questo inconveniente”. E puff, caso risolto, ricevo email del tenore “grazie per averci contattato, scusandoci del disguido posso procedere con la restituzione del pagamento da Lei effettuato di euro Y.”

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      • Rob Erto
        Confermo, mai avuto problemi e sempre risolto con Amazon. Il venditore rifiuta il rimborso? Amazon mi rimborsa comunque.

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  2. Il ministro Brunetta, per dire, è quello che, (nel governo di B. era alla Funzione Pubblica), ricordandosi di essere stato socialista, ha reintrodotto i “piani quinquennali” dell’Unione Sovietica nella Pubblica Amministrazione. Risultato: i dirigenti passano più tempo a scrivere progetti, rapporti, analisi – che vanno per competenza e/o conoscenza a infiniti organi o settori dell’Amministrazione stessa – che a lavorare. Non è anziano: è antico.

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  3. Bisogna sempre partire da una premessa: oltre ad essere vecchio e obsoleto, Brunetta di Smart working e di produttività non sa assolutamente un cazzo. È ancora fermo agli anni 80. Infatti poi si è esclusivamente dato alla politica e ai giochi di potere. Sei poi passiamo a tutto il centrodestra la situazione è ancora più desolante: non solo non ci capiscono un cazzo ma per loro il rientro in ufficio è di primaria importanza solo perché in questo modo o dipendenti possono tornare a consumare i pasti nei bar e nei ristoranti in pausa pranzo. Se il livello del dibattito è a tali infimi livelli, meglio non mettersi neanche a discutere

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    • *calciolari,
      Esatto.
      Specie i meridionali devono tornare a Milano a pagare un posto letto in nero 600 euro, a consumare colazione pranzo e cena nei LORO locali , palestre, bar. pagare 500 euro il Volo Milano Bari per tornare a Natale a salutare i genitori .
      Ma non erano i settentrionali a reggere il sud?

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