(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Il test di ammissione a Medicina scritto con i piedi fa ormai parte della tradizione italiana. A settembre ci sono la vendemmia, il Gran Premio di Monza e le bestialità annidate nel questionario per aspiranti medici. Anche quest’anno tra le domande sottoposte ai candidati ce n’erano quattro sbagliate e altre perlomeno surreali. Perché a un futuro dentista di Bergamo o di Catanzaro dovrebbe essere utile conoscere il significato di «zapoteca», aggettivo che indica una antica e nobilissima popolazione del Messico centromeridionale, a meno che non intenda partecipare a un telequiz?

La ministra Messa ha garantito che il prossimo anno ficcherà il naso nei lavori della commissione incaricata di confezionare i test per allestire «qualcosa di un pochino meno debole». Pochino, meno e debole non sono le prime parole che verrebbero in mente a noi comuni mortali per tranquillizzare gli studenti imbufaliti, ma apprezziamo lo sforzo. Perché diventa inutile reclamare più medici negli ospedali e sciogliere inni al primato della scienza, se poi la figura dell’esaminatore, circondata giustamente da un’aura sacrale, si trasforma in una macchietta pasticciona, minando la credibilità delle istituzioni più delle sparate di un sottosegretario. E pensare che basterebbe pochino per essere meno deboli. Basterebbe che oltre a un autore televisivo, un enigmista e uno sciamano, si prendesse la buona abitudine di inserire tra i componenti della commissione qualche medico competente, anche zapoteco.