La virtualità è il male assoluto

(Francesco Erspamer) – Quale è il problema sociale e culturale di facebook e in generale dei social? Certo, quello di essere dei monopoli, nel senso che sono riusciti a farsi accettare come inevitabili e necessari dai governi, dagli intellettuali e dalla gente, cancellando senza alcuna significativa resistenza il principio, che aveva accompagnato la diffusione delle precedenti tecnologie moderne (stampa, elettricità, ferrovie, telegrafo, telefono, radio, cinema, televisione), che dovessero essere controllate dagli stati nazionali o che almeno fosse garantita una molteplicità di gestori privati in concorrenza fra loro. Ma c’è di peggio: per la prima volta nella Storia, infatti, siamo davanti a monopoli a obsolescenza programmata. Perché è una cosa grave? Perché i monopoli precedenti, dagli imperi alle religioni alle grandi compagnie industriali o commerciali, sono sempre stati a lunga durata o almeno intenzionati a durare, il che permetteva ai loro utenti di comprenderne il meccanismo e gradualmente di appropriarsene, fino a condizionarne lo sviluppo. Con facebook è impossibile; non solo perché viene pretestuosamente modificato di continuo, ma anche perché è già stato in parte soppiantato da Twitter, e questo da Instagram, e adesso da TikTok. In sostanza, il fattore determinante e sempre presente (in ogni senso) è la novità, e nei confronti della novità i fruitori sono inevitabilmente degli apprendisti ingenui e impreparati, in una condizione di strutturale inferiorità e passività. Non appena cominciano a considerare quel linguaggio come proprio e magari a manipolarlo, gli comunicano che non è più attuale e di moda e che occorre impararne un altro. E a chi si oppone gli spiegano, con un sorriso di commiserazione (quanti miei coetanei ce l’hanno stampato in faccia), che i sedicenni (l’età più influenzabile dai venditori di fumo e per questo liberisti e liberal vogliono dare loro il voto) ormai preferiscono un’altra piattaforma e dunque è bene adeguarsi perché sono loro il futuro, senza badare al fatto che è un futuro brevissimo.

Il danno maggiore dei social, tuttavia, è un altro: è la subdola trasformazione degli eventi, ossia di esperienze che si possono soltanto vivere nel presente, ossia in una temporalità senza dimensione e senza coscienza di sé (fino a che non accadono sono futuro e mere possibilità, appena sono accaduti sono passato e “fatti” immodificabili), in identità, dunque in qualcosa percepita come permanente e universale. Una regressione allo stadio infantile, in cui l’egocentrismo del bambino e la sua mancanza di coordinate storiche gli fa credere che ogni cosa che scopre sia eterna. Verba volant, scripta manent, è un vecchio detto latino che ha avuto senso fino a pochi decenni fa e che oggi è incomprensibile: ma non tanto perché adesso si scriva con la medesima fretta e superficialità con cui un tempo si discorreva all’osteria del villaggio, o perché certamente dei miliardi di frasi affidate ogni giorno a internet non rimarrà nulla. È che è scomparsa, o sta scomparendo, l’idea stessa di durata (delle cose, dei valori, delle esperienze) e pertanto la capacità di distinguere fra il sentirsi vivere (sentirsi un soggetto) e il sapere di vivere (sapersi un oggetto). Il sentirsi vivere è, appunto, mera sensazione, immediata reazione agli stimoli; per trasformarlo in esperienza e in conoscenza occorre ripensarlo, analizzarlo, confrontarlo con avvenimenti da noi vissuti in precedenza e diventati memoria, con la consapevolezza degli altri e di una realtà esterna e indifferente. Serve tempo: in quanto è un processo lungo e in quanto i giudizi richiedono una certa distanza, una prospettiva. I social invece pretendono reazioni istantanee, totale immedesimazione; e per impedire che ciò che attira la nostra attenzione possa provocare una riflessione e così oggettivarsi, viene rapidamente rimosso e sostituito da altre suggestioni. Così si resta confinati nella virtualità e i padroni della virtualità divengono i nostri padroni.

Ecco, sono giunto alla conclusione che la virtualità sia il male assoluto, a cui una volta era dato il nome di diavolo, etimologicamente “calunniatore”, ossia chi travisa la realtà, ne rifiuta le limitazioni, svilisce la stessa immaginazione immaginandola vera. A ciò è dovuto il mio silenzio di queste ultime settimane. Non ho smesso di leggere, pensare, scrivere; però avevo bisogno di creare una separazione. Meglio: un ritardo. In modo da scoraggiare chi sia interessato solo all’attualità, da consumare sùbito e altrettanto rapidamente dimenticare. Molto consolatorio: fingere che tutto cambi in modo che tutto resti come prima, in particolare i soldi ai miliardari e il potere agli stronzi: la fretta è la causa della superficialità ed entrambe sono le condizioni del liberismo. Pubblicherò nei prossimi giorni i miei appunti sulle sette che celebrano la libertà individuale o sull’orgia di pseudo-nazionalismo che sono state le Olimpiadi, ora che i servi mediatici delle multinazionali hanno smesso di occuparsene; e quello che ho scritto ieri e stamattina sull’Afghanistan dovrà aspettare che non siano più “breaking news”. Per chi è interessato alle mode ci sono decine di migliaia di altri siti.

4 replies

  1. cmq due cose pro e contro FB:

    1- pro, è molto più riflessivo e discorsivo, con la possibilità di commentare per giorni ogni post interessante, in teoria commentarlo anche per anni se fa comodo di farlo.

    2- FB censura di brutto, come gli altri, e Montagna di Zucche non si vergogna nemmeno quando si parla di COVID: fino a qualche mese fa era assolutamente vietato dire che il COVID fosse una creazione artificiale, adesso hanno rimosso l’obbligo. E quando rimuoveranno anche l’obbligo di non parlare di effetti collaterali? Per giunta c’é un algoritmo che censura e fa sentire colpevole chi posta, poi dicono che sono a corto di personale causa covid quindi non puoi discutere con un operatore ‘umano’. intanto anche delle cose proibite si parla eccome, basta che non ti becca il ‘robot’ guardiano.

    E poi spiano che è una bellezza, d’accordo con NSA.

    E dimenticavo: la linea EDITORIALE non dovrebbe essere propria di un social. E il COVID, e l’hate speech, e il body shaming, sempre una buona occasione per censurare chi parla di qualsiasi cosa.

    Quanto agli altri media: ma dopo il suicidio, ripeto: SUICIDIO, di almeno 2 ragazzine per strangolamento, pare per imitare gare lanciate su Tik-tok, non avevano bloccato questo schifoso social per pedofili? O i cinesi ritengono di poterci spiare quanto fanno gli americani con gli altri social?

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