Laurea, in Italia più che altro è un’eredità

Il rapporto annuale dell’Eurostat sui giovani laureati in Europa con la conferma della maglia nera italiana non ha stupito nessuno

(Orsola Riva – corriere.it) – Quando qualche giorno fa è uscito il rapporto annuale dell’Eurostat sui giovani laureati in Europa con la conferma della maglia nera italiana (peggio di noi solo la Romania), in pochi si sono sorpresi, ancor meno si sono stracciati le vesti. Sì, la ministra dell’Università Cristina Messa ha battuto un colpo, ma nessuno ha risposto.

In Italia i 25-34enni con un titolo di istruzione terziario (si dice così) sono il 29 per cento contro una media Ue del 41 per cento. Intendiamoci: il nostro è un ritardo antico, ma il fatto è che progrediamo troppo lentamente (negli ultimi due anni siamo cresciuti di un solo punto percentuale). Colpa di una serie di fattori.

Le nostre tasse universitarie sono fra le più alte d’Europa mentre le borse di studio scarseggiano (ne beneficia uno studente su dieci contro una media europea di uno su quattro) e gli alloggi studenteschi sono un miraggio (servono appena il 3 per cento degli universitari). Tutti dati, questi, che si possono leggere nel Piano nazionale di ripresa e resilienza varato dal governo Draghi, che non per nulla ha messo un miliardo in alloggi e 500 milioni in borse di studio, oltre a un altro miliardo e mezzo per raddoppiare gli iscritti agli Its, percorsi di alta formazione tecnica alternativi alla laurea vera e propria che sfornano super periti richiestissimi dalle aziende. Misura che potrebbe servire a recuperare almeno in parte il ritardo dei maschi, fermi al 23 per cento di laureati contro il 35 per cento delle femmine.

Peccato, invece, che ancora non si sia riusciti ad ampliare la platea dei beneficiari di esenzioni totali e sconti, nonostante l’Italia sia molto indietro anche su questo. Un’occasione mancata in un Paese dove si fa un gran parlare di meritocrazia ma la laurea resta ancora in gran parte ereditaria, visto che quasi 4 laureati su dieci in giurisprudenza e in medicina sono figli di avvocati, notai, medici…

4 replies

  1. C’è anche un altro problema; molte lauree sono inadeguate .
    . Lasciando da parte DAMS et similia, che purtroppo si moltiplicano ( le città sugli studenti ci campano), quelle a carattere tecnico scientifico restano spesso indietro nei confronti della corsa ad esempio dell’informatica. Fatti i dovuti distinguo, ci sono corsi di formazione a pagamento organizzati da grandi aziende molto più sul pezzo. Le nostre Università vivono di rendita anche riguardo ai professori i ricercatori. Esportiamo bravi professori e ricercatori ma ben pochi arrivano da noi. Una mia cara amica, straniera e ricercatrice da anni in un settore assai “gettonato”, si è finalmente risolta ad accettare le lusinghe di una multinazionale straniera ( guadagno più che triplo fin da subito, lavoro da remoto) dopo l’ennesimo invito da parte delle “colleghe” di andare con loro … a messa.
    Un tempo le Università erano praterie per il PCI ora lo sono per CL

    Risultato stranieri zero. Parlo di quelli ad alto valore aggiunto, ovviamente. Esportiamo laureati ed importiamo bassissima manovalanza. Quando va bene… Poi ci lamentiamo che “non cresciamo”

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  2. E’ molto importante sottolineare anche un altro paio di fatti: nonostante i “pochi” laureati rispetto alla media europea (che considera anche solo laureati triennali), questi ultimi spessissimo non trovano occupazione, o non la trovano correlata al proprio percorso di studi, o la trovano altamente sottopagata, frequentemente perdendosi in stage e tirocini gratuiti. Non parliamo solo delle vituperate lauree umanistiche, ma anche di lauree altamente tecniche e specialistiche. Se un ingegnere riceve, quando è fortunato, e solo al nord, stipendi iniziali di 1300 euro mensili, è assolutamente evidente che un tale percorso di studi non si correla ad un’occupazione adeguata, con salario degno. Del sud, non parliamone nemmeno, siamo al nulla cosmico. Il problema è quindi nell’ordine di salari, di diritti dei lavoratori, di contratti di lavoro farlocchi, e infine, solo alla fine, di orientamento universitario poco focalizzato sulle reali richieste di mercato (che però spesso mutano in maniera rapidissima).

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    • In un Paese in cui “vivere” significa andare a bere la sera, non c’è laurea che tenga. Infatti le città universitarie ( praticamente tutti i capoluoghi) sono ormai pub a cielo aperto e le nostre Università fanalini di coda. Da pizza e mandolino a finto sushi e sciortino. Sempre lì siamo, ma più global: al posto dei mandolini concerti di bongo notturni. Vuoi mettere…

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    • Infatti, pensi che tragedia sarebbe se i laureati fossero di più! Tutti regali a Francia, Germania… Noi paghiamo gli studi e loro si ritrovano il laureato gratis.
      Però noi siamo buoni ed accoglienti con robusti giovanotti sconosciuti e senza arte nè parte. Vuoi mettere? Il Paradiso ci attende ed è quello che conta, parola di Bergoglio.
      Lui però cercac in ogni modo di andarci più tardi possibile: dieci e più “luminari” al suo capezzale. Qualcosa non mi quadra…

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