(Andrea Scanzi) – Sono passati sette giorni dallo sfogo video di Beppe Grillo, ma forse c’è ancora qualcosa da dire. Sei cose, per esempio.

Mediatico. Quello di Grillo, maestro quando vuole di provocazioni e comunicazioni, è un autogol fragorosissimo. E’ come se il comico avesse deciso di autodistruggersi. Se era difficile sbagliare (quasi) tutto, prestando così il fianco alla pletora di odiatori che non aspettava altro per martirizzarlo, lui c’è riuscito.

Politico (Parte I). Lo sfogo ha oltremodo imbarazzato il Movimento 5 Stelle, che da una parte ha provato a difendere il Grillo uomo ma dall’altra ha ribadito la fiducia nella magistratura (che Grillo mai ha messo in dubbio) e la gravità enorme del reato (laddove accertato in sede processuale). Con quel video, che una persona di buon cuore avrebbe dovuto impedirgli in ogni modo di girare prima e (soprattutto) pubblicare poi, Grillo ha poi verosimilmente messo ancora di più in difficoltà suo figlio. L’esatto contrario di quel che desiderava fare.

Politico (Parte II). L’avvocato Bongiorno è troppo professionale e scaltra per avere parlato di fatti sensibili con altri suoi assistiti, su tutti Salvini (anche se è stato il salvianissimo Il Tempo, prima di smentire se stesso coprendosi una volta di più di ridicolo, a sostenerlo). Non esiste però al mondo che una parlamentare possa continuare ad esercitare la professione di avvocato. E’ un cortocircuito inverecondo. Vale per qualsiasi parlamentare e partito, ma vale ancora di più se sei una parlamentare (nonché ex ministro) di peso della Lega, un’avvocatessa di grido e – contemporaneamente! – difendi la presunta vittima del figlio di uno dei tuoi più grandi nemici politici. Follia pura.

Processuale. Sarà la magistratura ad appurare la verità. Non certo noi. Il reato in oggetto è tra i più abominevoli che l’essere umano possa consumare. Invidio (si fa per dire) quelli che sono convinti che Ciro Grillo sia innocente a prescindere in quanto “figlio dell’Elevato”. E quelli che garantiscono che Ciro Grillo sia Ted Bundy in quanto “figlio di quello stronzo del fondatore dei 5 Stelle”. Viviamo nel paese dei tifosi, e il tifo è un cancro che corrode anima e pelle.
Umano. E’ l’aspetto che non frega nulla a nessuno. Infatti, sulle macerie emotive di Grillo, banchettano già le iene mediatiche coi riccioli unti e i quasi satiri a chilometro zero. Venerdì sera Crozza, che quando gli tolgono il gobbo è efficace come un Dertycia zoppo sotto porta, metteva malinconia nella sua foia inutilmente feroce contro un (si spera ex) amico in palese difficoltà psicologica. Chissà come reagirebbe, l’eroe per tutte le stagioni Maurizio, se come padre versasse in condizioni analoghe: come minimo invaderebbe la Polonia (ma sempre leggendo un copione, perché sta all’improvvisazione come la Meloni all’antifascismo). E’ spaventosa, nonché schifosa, questa voglia di infierire su chi già non riesce neanche più a muoversi. Il Grillo di quel video è un uomo oltremodo ferito, per nulla lucido e brancolante nel suo abisso: condividerlo no (quello è impossibile, e adesso ci arrivo), ma macellarlo è roba da bulli eunuchi.

Contenutistico. Qui Grillo è quasi sempre indifendibile, a partire dalla tesi – sconcertante – secondo cui una ragazza non possa essere stata stuprata davvero se ha denunciato il reato otto giorni dopo e non subito. Delirio totale, che non fa onore a una persona intelligente (ma purtroppo oggi fuori fuoco) come Grillo.

Concludendo. Il Grillo “avvocato” è irricevibile, il Grillo uomo merita quantomeno il rispetto che si deve a chi soffre. Chi non lo capisce o è Giletti, e lì c’è poco da fare, oppure – come disse quel tale – “ha un bidone dell’immondizia al posto del cuore”.
(Oggi sul Fatto Quotidiano)