Rousseau, storia di un amore mai nato

(Marco Imarisio – il Corriere della Sera) – Anche le immagini più struggenti si rivelano fragili davanti alle scosse del tempo e del disamore. Primo pomeriggio del 13 aprile 2016. Alla camera ardente dell’Auxologico di Milano erano appena giunti Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Roberto Fico e gli altri del direttorio varato da poco, tenendosi a braccetto l’uno con l’altro. Davide Casaleggio approfittò dell’agitazione per attraversare il cortile di via Mosè Bianchi in direzione opposta alla loro.

Andava in centro, alla sede della azienda fondata dal padre. Per mettere in Rete la piattaforma Rousseau. Si trattava di un debutto ancora non operativo, che durò pochi minuti, ma dal valore molto simbolico. Non solo un omaggio estremo al padre Gianroberto, anche un chiaro monito a chi gli sopravviveva: il futuro del Movimento 5 Stelle sarà questo.

Due giorni dopo, all’uscita del feretro dalla chiesa di Santa Maria alle Grazie, accanto al consueto «onestà, onestà» intonato dai parlamentari in lacrime, fece capolino anche il coro «Rousseau, Rousseau», scandito, tra gli altri, da Carlo Sibilia e dall’attuale ministro degli Esteri. Il messaggio era stato recepito.

Nascevano nella tempesta, la struttura tecnologica che si definiva «sistema operativo del Movimento 5 Stelle» e l’associazione che ne faceva da scrigno. Con uno statuto scritto l’8 aprile di quell’anno sul letto di morte del cofondatore, e il suo dissidio mai più sanato con Beppe Grillo, i rapporti gelidi di quest’ ultimo con Davide. Una scia carsica di rancore e di ambiguità. L’inizio fu disastroso.

E non solo per la porosità della piattaforma, messa alla berlina per alcuni attacchi informatici comprensivi di una finta donazione di un milione di euro da parte dall’odiato Matteo Renzi, e l’altrettanto fasullo scambio dei propri dati con un basso quantitativo di Bitcoin. A far venire i primi dubbi furono le vicissitudini della giunta di Virginia Raggi, che aveva fatto ampio ricorso ai servizi di casting offerti da Rousseau, e nel giro di un mese cambiò quattro assessori costretti a dimettersi per conflitti di interesse e altre magagne. Ma subito dopo venne il tempo della piattaforma in fiore.

La selezione dei candidati per le elezioni politiche del 2018 rimane il successo più grande ottenuto da Rousseau. Fino all’estate del 2019, l’Associazione che porta il nome del filosofo francese, di fatto fusa con il Movimento grazie allo statuto firmato all’Auxologico di Milano, ha il vento in poppa. Gestisce il primo partito d’Italia, sogna di diventare la guida di una Internazionale della democrazia diretta, mentre sulla piattaforma che conta appena 170.000 persone accreditate si fanno e disfano governi, si entra a destra alleandosi con la Lega e si esce a sinistra con il Pd.

La sua vita è così intrecciata con quella del Movimento che nel 2018 e nel 2019 mette a bilancio più di quattrocentomila euro di spese legali, destinate a saldare le invettive di Grillo, che intanto ha annunciato uno dei suoi frequenti passi di lato. Ma quando il Giuseppe Conte avvocato del popolo si trasforma nel Conte del troncare e sopire, garante di una alleanza con il grande Satana del Pd, benedetta da Grillo, salta tutto.

Davanti a quella inversione U, dal governo con la Lega al suo contrario, molti parlamentari cominciano a temere l’imminente implosione del M5S. E se ne vanno senza restituire il dovuto. Oppure restano smettendo di pagare l’Associazione, che sarà anche senza scopo di lucro, ma gestisce la piattaforma grazie all’obolo mensile degli eletti dei Cinque Stelle. La necessità di restare ad ogni costo al potere si trasforma nella pietra tombale per Rousseau. Il 22 gennaio del 2020 Di Maio si dimette da capo politico.

A Casaleggio, che ha iniziato a lamentarsi con una certa veemenza, il reggente Vito Crimi promette massima severità nei confronti dei reprobi. Ma invece provvede subito a bloccare le espulsioni. I numeri al Senato sono bassi, per tenere in piedi una maggioranza traballante non bisogna subire defezioni o vendette. Quindi non paga nessuno di quelli che non pagano.

Comincia così una reazione a catena, con tanti saluti a Rousseau e alla memoria di Gianroberto Casaleggio. Tanto più che Davide si è messo in testa di ribadire la regola dei due mandati, ultimo lascito dell’eredità paterna e del M5S che fu. La falla diventa uno squarcio. Le immagini e i cori commossi di cinque anni fa rimangono a futura memoria. Come la prova dell’ipocrisia di una classe dirigente nata dal nulla e terrorizzata dall’ipotesi di tornarci.

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