Perché la gestione italiana della pandemia si basa ancora su dati vecchi?

(Giancarlo Sturloni – wired.it) – Ogni venerdì si attende il bollettino dell’Istituto superiore di sanità (Iss), l’analisi settimanale che fotografa l’andamento dell’epidemia e che il governo usa per decidere aperture e restrizioni da cui dipende la nostra vita quotidiana. Eppure questa fotografia tanto attesa arriva sempre già sbiadita: per il calcolo di Rt, il parametro più importante per avere il polso della situazione, si riferisce infatti a dati vecchi di due settimane, il tempo necessario per consolidare l’affidabilità delle informazioni raccolte sul territorio. E così, per quanto possa sembrare incredibile a più di un anno da quando è cominciata l’emergenza, la gestione della pandemia continua a essere afflitta da un sistemico ritardo. Il nuovo coronavirus è sempre un passo avanti e noi siamo costretti a inseguire, varando misure di contenimento più severe quando ormai è tardi. Una lentezza che si paga con chiusure più prolungate, maggiori perdite economiche e un più alto tributo di vite umane. Com’è possibile?

All’origine del problema restano le inefficienze e le disomogeneità con cui le Regioni e gli enti locali raccolgono i dati epidemiologici che confluiscono a Roma. Basti pensare che tra l’esecuzione di un tampone su un caso sospetto al giorno in cui l’eventuale esito positivo è conteggiato nella tabella della Protezione civile possono passare anche due settimane“, spiega a Wired il fisico e divulgatore scientifico Giorgio Sestili, fondatore del gruppo di ricerca Coronavirus – Dati e analisi scientifiche che da ormai un anno segue l’andamento del contagio.

Le diverse modalità di raccolta dei dati su base regionale e i ritardi nella loro notifica al sistema di sorveglianza nazionale affliggono persino le informazioni sui ricoveri in terapia intensiva e i decessi. Una babele che priva di significato a ogni analisi sull’andamento dell’epidemia basata sul bollettino quotidiano della Protezione civile e che ritarda anche l’analisi più sofisticata condotta su base settimanale dall’Iss. A partire dal calcolo di Rt, il parametro più importante usato dal governo e dal Comitato tecnico scientifico (Cts) per assegnare i colori alle regioni o introdurre nuove restrizioni, che stima quante persone può contagiare in media una persona infetta: se è inferiore a uno, l’epidemia tende a regredire, se invece è maggiore di uno, l’epidemia è in fase espansiva.

Per eliminare le oscillazioni giornaliere che abbiamo imparato a conoscere, con la flessione del lunedì dovuta al minor numero di tamponi eseguiti nel weekend e la risalita della curva epidemica dal martedì al sabato, non c’è altro modo che riferirsi all’andamento settimanale. Ma non basta. Per avere dati uniformi e affidabili – o consolidati, come si dice nel gergo degli esperti – l’Iss calcola l’Rt con una formula piuttosto sofisticata che si basa sulla data in cui le persone positive al tampone hanno manifestato i primi sintomi, così da eludere le diverse tempistiche delle diagnosi.

Non è un sistema perfetto perché esclude dal calcolo le persone asintomatiche, nonostante contribuiscano anch’esse alla circolazione virale, cosicché l’Rt può risultare sottostimato; un problema non trascurabile in una situazione come la nostra dove l’elevata diffusione del contagio impedisce ormai da mesi di fare un contact tracing affidabile. Inoltre, poiché l’Rt è una media, tende a mascherare l’andamento a cluster tipico delle infezioni di Sars-CoV-2, che non si diffonde in modo uniforme nella popolazione, bensì attraverso focolai ed eventi di superdiffusione.

Il limite più importante è però un altro: “Basarsi sulla curva dei sintomatici per calcolare l’Rt consente senz’altro un calcolo molto preciso e sofisticato, ma poiché si basa su dati che risalgono almeno a due settimane fa, la stima dell’Iss non rispecchia mai l’attuale situazione epidemiologica“, afferma Sestili. Il bollettino dell’Iss pubblicato oggi, in effetti, calcola l’Rt sui dati del periodo 10-23 febbraio, cosicché prima del prossimo aggiornamento saranno passate addirittura tre settimane: un’eternità per un patogeno che si diffonde tanto in fretta, e per di più ora che la variante inglese, ancora più contagiosa, è ormai prevalente anche nel nostro Paese.

Eppure le alternative oggi non mancherebbero. “In questi mesi sono stati sviluppati diversi metodi di calcolo che funzionano altrettanto bene e consentono di stimare l’Rt in base ai dati degli ultimi sette giorni“, assicura Sestili. Un esempio è CovIndex, sviluppato sulla piattaforma libera e gratuita CovidTrends dall’ingegnere Maurizio de Gregorio, che consente una stima sempre aggiornata all’ultima settimana in base al rapporto fra nuovi casi positivi e tamponi effettuati. Oppure si può calcolare l’Rt a partire dagli ingressi in terapia intensiva, un metodo che non risente delle oscillazioni sui tamponi eseguiti. “Sono metodologie forse meno raffinate ma che consentono di riprodurre fedelmente l’andamento di Rt con due settimane di anticipo rispetto al bollettino dell’Iss. È facile verificare che oggi l’Rt ha un valore più elevato delle stime usate dal governo per prendere le decisioni“, aggiunge Sestili.

Che sia così non è un segreto da iniziati, tanto che nei periodi in cui i casi positivi cominciano a diminuire, le regioni non esitano a denunciare che i provvedimenti in vigore si basano su dati vecchi per chiedere di anticipare le riaperture. In pochi ricorrono però al medesimo argomento per invocare chiusure anticipate ai primi segnali di aumento dei contagi. Anzi, nonostante in questi mesi dovremmo avere imparato, come attestano anche diverse ricerche scientifiche, che più le misure sono precoci più sono efficaci e meno dovranno essere prolungate, l’impressione è che nessuno voglia prendersi la responsabilità di alzare gli scudi alle prime avvisaglie di pericolo.

Il primo campanello di allarme è suonato circa tre settimane fa, quando in alcune Province i contagi hanno ricominciato a risalire molto in fretta, forse anche a causa della diffusione delle nuove varianti“, racconta Sestili. Ma finora mai niente è stato deciso finché non è parso inevitabile, e dunque anche più accettabile dalla popolazione. Il problema è che se si interviene solo quando vediamo riempirsi le corsie di ospedale, ormai è tardi: la situazione epidemiologica è già sfuggita di mano.

Da un lato è molto umano: la nostra percezione del rischio si è evoluta per reagire a minacce visibili e imminenti. Per migliaia di anni, l’istinto di stare alla larga dal fumo di una foresta in fiamme o da una persona che mostra i segni di un’infezione è basato a salvarci la pelle. Ma per affrontare i rischi della modernità, come le pandemie o la crisi climatica, abbiamo bisogno di strumenti che ci consentano di vedere più in là e agire in modo preventivo. Le conoscenze dell’epidemiologia e della climatologia sono gli strumenti per guardare più lontano, ma per anticipare le minacce serve anche coraggio e lungimiranza: due qualità oggi più scarse e preziose dell’oro.

4 replies

  1. Buone notizie in vista:
    dopo il sì all’idrossiclorochina tramite sentenza, il Tar boccia le linee guida del Ministero:

    Fai clic per accedere a Sentenza-Tar-N.-015572021-REG.RIC_.pdf


    ora i medici dovranno iniziare a curare i pazienti, anzichè lasciarli aggravare restando “in vigile attesa”.

    E un migliaio di avvocati in tutto il mondo, guidati dallìavvocato Reiner Fuellmich, si sta organizzando per chiedere un processo stile Norimberga per incriminare i servitori dell’impostura global-liberista Covid, imposta di “Davos Man”.
    Nella rete che hanno teso… inizia ad impigliarsi il loro piede… o:
    “il diavolo fa le pentole ma dimentica i coperchi”.
    Fin ora, la tebella di marcia uscita da Canada, è stata puntualmente eseguita…

    Fai clic per accedere a Une-note-du-Haut-Commissariat-au-Plan-devoile-notre-avenir.pdf

    … e meno male era solo gomblottismo…

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      • Pensi di fermare il virus con le carte bollate?

        Vai, fai pure.

        Il resto del mondo, dal Brasile (grande sponsor dell’idrossiclorochina con i suoi brillantissimi 250.000 teschi) alla Russia (che ha 4 volte il numero dei morti rispetto a quelli dichiarati), evidentemente non vi ha insegnato niente.

        E questo a prescindere che penso sia una incredibile cazzata pretendere che una persona con una malattia grave stia a tachipirina e ‘vigile attesa’, senza nemmeno consigliargli un pò di vitamina C/D.

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  2. “Per migliaia di anni”?
    facciamo 200.000 anni, per l’uomo “moderno”
    ma dubito che già gli Hominina non stessero alla larga da foreste in fiamme
    animali predatori e malanni visibili, per le pandemie tipo l’odierna,
    credo di non sbagliare pensando che ce ne fossero,
    magari in scala ridotta, vista la quantità di virus preistorici presenti nel DNA umano (6%)
    ma pare problematico sapere se le evitavano, in ogni caso le incontravano.

    sul fatto che i dati siano vecchi è il problema di avere dati consolidati
    mentre l’Rt per gli ingressi ospedalieri hanno risposto oggi nella conferenza stampa

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