11 mesi e 20 giorni: questo è l’orizzonte di Mr. Bce a Chigi

POI È DESTINATO AL COLLE

(di Marco Palombi – Il Fatto Quotidiano) – Undici mesi e una ventina di giorni. Questa, se si guarda con attenzione al campo da gioco della politica romana, è la probabile durata del governo che Mario Draghi si appresta a varare, appoggiato più o meno da tutti e contrastato davvero da nessuno. Tra undici mesi e una ventina di giorni, infatti, il Parlamento sarà convocato in seduta comune per la prima volta per eleggere il successore di Sergio Mattarella, il cui mandato scade il 3 febbraio 2022. A quel punto, come tutti i partiti sanno, per come si è messa la legislatura c’è un candidato unico al Colle ed è proprio Mario Draghi (l’unica possibile altra soluzione, pur residuale, la vedremo alla fine). Questo, ovviamente, comporterebbe il ritorno al voto nella primavera del prossimo anno, soluzione che – peones e partitini a parte – non dispiace sostanzialmente a nessuno.

La presumibile non lunga durata della permanenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi dovrebbe spingere, dunque, a una certa cautela nel rimpolpare sui media l’agenda del premier incaricato – che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa – di quintali di riforme, ovviamente epocali. I compiti del prossimo esecutivo, d’altra parte, sono enormi anche senza. Ovviamente l’ex presidente della Bce dovrà gestire la pandemia: di quanto e come aprire dovrà iniziare a occuparsi entro lunedì per la mobilità extra-regionale; se continuare col sistema delle zone a colori dovrà deciderlo entro il 5 marzo; di campagna vaccinale ha già parlato lui e delle mille altre incombenze legate al Covid non stiamo qui a dire. Restando sul tema pandemia, peraltro, un primo impegno sarà varare subito il decreto Ristori 5, quello per cui il Parlamento ha già autorizzato maggior deficit fino a 32 miliardi: difficile, in questo caso, che le priorità siano diverse da quelle disegnate dal precedente esecutivo (aiuti a chi ha chiuso, Cig, blocco dei licenziamenti, eccetera).L’altro impegno ovvio sarà il rapporto con l’Ue che dovrà essere giocato su diverse questioni. In primo luogo il Recovery Plan da presentare alla Commissione europea entro fine aprile: è presumibile che sarà riscritto in maniera sensibile. Insieme a questo va portato a termine l’accordo sulla programmazione 2021-2027, il normale bilancio europeo (già molto avanzato). A latere si giocherà la partita più importante e che rappresenta il vero valore aggiunto di Draghi a Palazzo Chigi: la discussione non facile sulla riforma del Patto di Stabilità, vale a dire il sistema dei – vecchi, insensati e pericolosi – vincoli di bilancio previsti dai Trattati Ue. Il desiderio dei “rigoristi” di tornare quanto prima (cioè dal 2023) al business as usual dei consolidamenti fiscali e degli zero virgola è evidente tanto nei documenti (vedi il regolamento per l’uso del Recovery approvato ieri) che nei comportamenti: alla Spagna, ad esempio, Bruxelles ha già chiesto la riforma (il taglio) delle pensioni per approvare il suo Piano di ripresa.

Il lavoro sulle regole fiscali europee influenzerà anche l’altro appuntamento fondamentale del governo: quello con la legge di Bilancio da presentare in autunno, che disegnerà il quadro triennale dei conti pubblici (2022-2024). Di fatto – tra Recovery Plan, programmazione Ue e finanziaria post-Covid – Draghi traccerà il bilancio dello Stato per i successivi cinque anni almeno. In questo contesto potrebbero essere abbozzate, come collegati o deleghe, le “grandi riforme” (senza aggettivi, né contenuti) di cui sempre si parla sui media: giustizia civile, P.A. e fisco. Le posizioni della sua maggioranza, su questi temi, sono a dir poco eterogenee: risulta difficile, al momento, immaginarsi un accordo (forse un taglio delle tasse per la fascia di reddito 28-55mila, non proprio una riforma). In mezzo, peraltro, andrebbero risolte cosette di non poco conto e su cui la sintesi sarà complicata: Alitalia, Mps, una tornata da 500 nomine in primavera, etc…

Passiamo adesso alla soluzione “B”: può Draghi restare a Palazzo Chigi fino a fine legislatura (primavera 2023)? In un solo caso: che Sergio Mattarella accetti, come Giorgio Napolitano, un secondo, breve mandato. L’attuale capo dello Stato lo ha sempre escluso e ancora in questi giorni – sollecitato sul tema – lo staff del Quirinale rispondeva col recente discorso per i 130 anni dalla nascita di Antonio Segni, nel quale Mattarella cita l’invito al Parlamento del suo predecessore a introdurre il divieto di rielezione alla presidenza della Repubblica abolendo, contestualmente, il “semestre bianco”. Parrebbe un no, ma anche Napolitano disse no finché non disse sì.

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5 replies

  1. In un anno cambiano tante cose. Mattarella diceva che se cadeva Conte ci avrebbe mandato al voto ma poi ha cambiato idea nel giro di qualche settimana.Draghi non ha ancora presentato il suo governo e tutti i suoi sostenitori gli stanno preparando il balzo successivo al quirinale senza pensare minimamente a quello che lui farà in questi mesi ammesso che il suo governo non cada prima.Ma ammesso che venga eletto pdr, come farà ad essere contemporaneamente anche pdc ? E per quale motivo dovrebbe sciogliere le camere appena eletto pdr mentre è contemporaneamente pdc e pdr ? La verità è che certo giornalismo si nutre di legende, miti ,propaganda e “futurismo”mettendo da parte la propria funzione principale che è quella di informare .

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  2. Chiunque può dire no fino a quando non dice sì
    Qualunque ipotesi può essere valida o meno, dipende dalle variabili della storia.
    Chissà che non sia Berlusconi il prossimo Presidente della Repubblica.

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