Beppe Grillo ha scelto: “Mario Draghi è la soluzione migliore per questo paese”

(Pietro Salvatori – Huffpost) – Beppe Grillo ha scelto: “Mario Draghi è la soluzione migliore per questo paese, tra crisi sanitaria e crisi economica siamo sull’orlo del baratro, dobbiamo portare i nostri temi al tavolo di questo governo, vigilare sui soldi del Recovery fund”. Questo il cuore del suo discorso all’ultimo piano del palazzo dei gruppi parlamentari, dove ha riunito intorno a sé tutto lo stato maggiore del Movimento 5 stelle. Raccontano di cinquanta minuti di puro show, sopra le righe, come è nelle sue corde, un monologo con fatica inframezzato dagli interventi di chi era seduto attorno al tavolo, da Luigi Di Maio a Vito Crimi, da Stefano Patuanelli ad Alfonso Bonafede, oltre ai capigruppo che insieme al capo politico componevano la delegazione di governo.

Non c’è stato bisogno di convincere Luigi Di Maio, il primo ministro uscente a seguire Stefano Buffagni, il primo della compagine governativa ad aprire al presidente incaricato, definendo il suo come un profilo “inattaccabile”. Nessuno sforzo anche con Roberto Fico, che si è collegato telefonicamente e ha convenuto: “Non possiamo stare a guardare, dobbiamo esserci, far pesare i nostri numeri e influenzare la gestione del Recovery plan.

Formalmente Giuseppe Conte è ancora il premier in carica per il disbrigo degli affari correnti, ma ha voluto bruciare le tappe del suo esordio da leader politico, sedendosi al tavolo con i maggiorenti 5 stelle. “Oggi la famiglia si allarga”, lo ha accolto Di Maio, cercando di allontanare i sospetti di una malcelata competizione al vertice. Perché Conte il leader lo vuole fare, di cosa, se del Movimento o della coalizione, o magari di entrambi, ancora non è chiaro. Il progetto di un pugno di fedelissimi di un blitz per annullare le modifiche statutarie che prevedono una segreteria a cinque è nato e morto nel giro di un paio di giorni, per l’indisponibilità dell’avvocato di entrare a gamba tesa in un partito dagli equilibri già fragilissimi. Ma il piglio da uno che non ha nessuna intenzione di tornare a fare lezione nella sua università di Firenze è stato chiaro. “Bisogna vedere quale sarà il perimetro della maggioranza, questo è un dato importante”, ha detto Conte, tirando un’applauditissima stoccata a Renzi, e spiegando di non avere nessun rammarico, “perché prima di tutto viene il bene del paese. Aggiungendo inoltre che “per il momento non è importante sapere se io farò parte del governo”, lasciando in sospeso una possibilità che nelle scorse ore il suo entourage ha smentito. Il fondatore si è girato e si è rivolto a lui: “Ma Giuseppe, tu devi assolutamente fare il ministro al Recovery plan!”, lo ha apostrofato, un po’ serio e un po’ faceto, non sapendo o facendo finta di non sapere che le redini del piano di ripartenza rimarranno salde nelle mani del suo successore.

Prima di incontrare Draghi Grillo spara sul blog un post dei suoi. “Le fragole sono mature”, scrive facendo come spesso gli capita il verso a Radio Londra, elenca una serie di temi: un ministero per la transazione ecologica, un consiglio superiore dello sviluppo sostenibile (definizione che richiama quella con cui Conte ha battezzato appena due giorni fa la coalizione giallorossa), meno imposte alle società che si impegnano su questo versante, idea che ha mutuato dopo alcune conversazioni con Catia Bastioli, presidente di Terna. 

Temi che hanno portato al tavolo con il presidente incaricato, con cui la delegazione pentastellata si è intrattenuta per poco più di un’ora, prima di fermarsi per qualche minuto per concordare una dichiarazione da produrre per i giornalisti. È chiaro che i 5 stelle puntino a intestarsi i quasi 70 miliardi previsti nel Recovery plan sulla transizione ecologica, ma il punto qualificante è stata la risposta ottenuta sul reddito di cittadinanza. I toni sono morbidi, la pattuglia pentastellata spiega che è disponibile a raddrizzare le storture, a rivedere le cose andate male, ma hanno chiesto garanzie sul fatto che la loro bandiera principale non venga ammainata. Fondamentale l’apertura di Draghi, che si è detto convinto che misure di sussidio per contrastare l’indigenza siano fondamentali, soprattutto in una fase come questa. C’è la richiesta di ripartire da quanto di buono fatto dall’ultimo governo, e la necessità di ripartire dalla stessa maggioranza. Draghi ha ascoltato, prudente, dopo aver salutato mezz’ora prima un Matteo Salvini sorprendentemente iper aperturista, il puzzle sarà complicato da risolvere.

Soprattutto nella scelta dei ministri, perché il nodo politico della coesistenza con la Lega sembra essere un problema più del Pd che del M5s. Dice un esponente del governo uscente: “Stiamo dicendo sì a Draghi, ma ti pare che possa essere un problema se c’è qualche ministro con la Lega, con la quale abbiamo già governato?”. Dopo il colloquio un parlamentare molto influente osserva: “Se il nuovo premier non smonta il reddito ed è aperto sull’importanza dei fondi stanziati sullo sviluppo sostenibile e la transizione ecologica è un’opportunità straordinaria di far legittimare i nostri temi”.

Esce Crimi per una dichiarazione lunga e un po’ involuta. “Abbiamo ribadito a Draghi che abbiamo consapevolezza della situazione in cui sta al paese, con la necessità di avere al più presto possibile di un governo”. Chiede di ripartire dalla maggioranza giallorossa, usa formule paludate e tutt’altro che grillesche per sostenere che “c’è la nostra disponibilità a valutare se ci sono condizioni per la nascita di un nuovo esecutivo”. “Ma qual è la linea, non si capisce nulla”, chiede praticamente in diretta un deputato, poco prima che il capo politico reggente la definisca nei suoi contorni: “Se si formerà un governo noi ci saremo con lealtà. La responsabilità viene prima del consenso, siamo pronti a superare ogni cosa per il bene del paese”.

La scissione è ormai messa in conto, non è una possibilità, ma quel che si sa che accadrà di qui a qualche settimana. È un problema di quanto, e non di quando, mentre chi fino a ieri era tetragono nel suo no oggi lo mette in discussione. Ecco la pasionaria Barbara Lezzi, che passa dal no al sì, per ora solo a “un governo a tempo”, domani chissà. Ecco Nicola Morra, che si appella all’unità dicendo che “se si cambia si può ricominciare, si può anche stupire”. Continua a martellare Alessandro Di Battista: “Io non ho cambiato idea, non potrò mai avallare questa accozzaglia”. L’ex deputato romano è il più duro, ma a chi lo ha sentito ha spiegato di non volerne fare una questione di aut aut sulla sua permanenza nel Movimento, non smentendo né confermando, con un lapidario “io combatto per il no”. Dopo l’incontro Grillo fila via, si materializza su Facebook citando Platone: “Non conosco una via infallibile per il successo, ma una per l’insuccesso sicuro: voler accontentare tutti”. La scissione è messa in conto. Il problema è quanto, non quando.

8 replies

  1. Sto Salvatori chi è, il regista? Ma che film ha visto e sentito sto scribacchino da 4 lire…neanche il sceneggiatore di Beautiful intrippato di colla vinilica..arriverebbe a scrivere ste minchiate..

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  2. Quindi Conte, e 5stelle, ci hanno portato sull’orlo del baratro.
    Quindi aveva ragione quasi tutta la stampa, confindustria e tutto il cdx.
    Potevate dirmelo prima, così avrei perso meno tempo nel difendervi e sostenervi.

    I figli so pezz e’core!

    Chi vuol capire capisca.

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    • “Quindi Conte, e 5stelle, ci hanno portato sull’orlo del baratro.”
      Ma che ragionamento è? Intanto non siamo sull’orlo del baratro, questo è il succo “amaro” estratto dal giornalista, ma poi le difficoltà di oggi derivano principalmente dalla pandemia.

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  3. Ho letto solo il titolo; posso: AHAHAHAHAH… PS: mi avvisate voi se si tratta di un titolo ingannevole? A leggere l’articolo intero, nun j’e ‘a fo… AHAHAHAH…

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    • E allora non doveva elogiare Draghi, ma dire semplicemente che serve un Governo.
      “l’uomo giusto al momento giusto” non si può proprio sentire da Grillo che ci ha fatto una carriera con le sue invettive sull’operato di draghi e draghetti vari e ciò che rappresentano.

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  4. Un dato che viene spesso trascurato è che una gran parte dei parlamentari del movimento 5S non verranno rieletti alle prossime elezioni perché i sondaggi non li favoriscono e i parlamentari sono stati tagliati.
    E’ del tutto normale che tenderanno a favorire qualsiasi prospettiva che aumenterà la legislatura.
    Molti di loro non hanno una professione remunerativa, altri nemmeno una professione.
    Se il M5S non sostenesse Draghi, molti parlamentari alla fine finirebbero comunque per sostenerlo.
    E’ umano, non voglio nemmeno criticarli.
    Se non avessi un lavoro di qualità e ben remunerato a cui tornare, lasciare il Parlamento non sarebbe facile.
    Quindi il Sì a Draghi, che può avere ragioni anche onorevoli, è condizionato anche dalla necessità di non spaccare il movimento.
    Nel mix di ingredienti che caratterizzano questa situazione caotica, bisogna metterci anche questo.

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  5. La decisione comunque l’hanno presa un gruppetto ristrettissimo di uomini, in una riunione privata, esattamente come una segreteria di partito.

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