Poltrone e oboli leghisti, che fine fa l’imparzialità?

(di Gad Lerner – Il Fatto Quotidiano) – Lungi dal destare scandalo, sembrerebbe al contrario che susciti ammirazione, nei palazzi della politica, l’inchiesta di Stefano Vergine sull’obolo della riconoscenza versato anno dopo anno da centinaia di lottizzati alla Lega lottizzatrice. Mi è bastata una verifica empirica, telefonando (con l’impegno di non riportare i nomi) ad alcuni ex tesorieri di partito, per sentirmi dire: “I tabulati pubblicati su Il Fatto? Sono la riprova che la Lega resta pur sempre un vero partito, nel solco dei vecchi partiti di massa. Certo, sono rozzi e centralisti. Non avrei archiviato il catalogo degli amministratori-donatori nella sede della direzione. Ma anche noi ci aspettavamo la gratitudine dei nominati”.

Ho provato invano a obiettare che c’è una bella differenza fra l’autotassazione imposta nei partiti ai politici candidati ed eletti a incarichi retribuiti, e viceversa la vasta platea degli amministratori di pubblici uffici che – come recita l’articolo 97 della Costituzione – “sono organizzati in modo che ne siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”. Quella parola, imparzialità, sembra lasciare indifferenti i miei interlocutori, abituati al “così fan tutti”. Poco importandogli che il successivo articolo 98 della Costituzione chiarisca ulteriormente: “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione”.

Esclusivo, appunto. Vuol dire che il direttore sanitario di un ospedale, il dirigente di una Asl, l’amministratore di una municipalizzata, di una fondazione bancaria o di una grande azienda a partecipazione statale, dovrebbe essere selezionato in base alla competenza e successivamente valutato nella sua professionalità messa al servizio dell’interesse generale dei cittadini. La sua futura carriera non dovrebbe in alcun modo essere condizionata dall’erogazione di finanziamenti al partito, mascherati da donazioni spontanee in chiaro (deducibili dalle tasse) o in nero. Spacciati oltretutto per “dovere morale”, come si legge nella circolare della segreteria organizzativa della Lega, la stessa che cita testualmente una altrettanto singolare delibera: “L’on. Giorgetti avrà l’incarico di sovrintendere alle nomine dei nostri esponenti”. L’immarcescibile plenipotenziario del nominificio pare dunque essere in carica da 19 anni (la delibera risale all’ottobre 2001), il che spiega anche il prestigio di cui gode non solo fra i leghisti, ma fra gli aspiranti a cariche pubbliche ben retribuite.

Niente da fare. Anche di fronte a questa obiezione mi son sentito ripetere: “Se la materia viene codificata da regolamenti interni e i bonifici vengono registrati, non c’è violazione della legge, e quindi…”. L’impropria commistione fra cariche politiche elettive, designazioni di partito e funzioni di Pubblica amministrazione, continua a venir giustificata alla stregua di una consuetudine. Con seguito di richiami nostalgici alla prassi del vecchio Partito comunista, peraltro venuta meno già allorquando si trattava di pretendere contropartite ai vertici delle banche di territorio. Quanto agli altri partiti, a beneficiare dell’obolo erano più spesso le singole correnti in lotta l’una con l’altra. Sono di questa fatta le argomentazioni che spiegano il silenzio persistente lamentato da Maddalena Oliva intorno all’inchiesta de Il Fatto.

Quando fu emanata la regola del 15% la Lega era già per la seconda volta nel governo del Paese, pur continuando a concepirsi come uno Stato nello Stato. Scorrere l’elenco dei suoi donatori ci insegna come si costruisce un ramificato sistema di potere. A cominciare da quella che fino all’anno scorso veniva presentata come fiore all’occhiello: la sanità lombarda. Eccoli in fila, i direttori generali delle Asl di Milano, Varese, Cremona, Como, Pavia, Sondrio, Lecco, Legnano e tante altre. Per proseguire con i responsabili degli ospedali e degli Istituti a carattere scientifico più importanti della Regione. Ebbene, vogliamo dirci che i cittadini lombardi, anche alla luce delle malversazioni e delle inefficienze emerse nel corso della pandemia Covid, non si sentiranno affatto rassicurati dai criteri di selezione e di nomina di questa leva di direttori generali, socio-sanitari e amministrativi?

Il discorso non cambia quando passiamo in rassegna gli autotassati amministratori di banche, energia, informatica, Rai, Coni, aeroporti e quant’altro. Qui financo gli anonimi ex tesorieri, per quanto ammiratori della disciplina leghista, mi sono venuti incontro: riconoscono l’inesorabile, progressivo decadimento qualitativo che contraddistingue i manager abituati a essere prescelti per fedeltà politica. E minacciati di mancato rinnovo se venisse meno quel versamento del 15%. Magari in contanti, e direttamente a Salvini, come – stando al racconto di un’ex segretaria di via Bellerio – pare abbia fatto Giuseppe Bonomi, il recordman di presidenze passato da Alitalia a Eurofly a Sea ad Arexpo a Milanosesto.

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