Il vero medico è in famiglia

Dal dottor Tersilli di Alberto Sordi al Balanzone di Gigi Proietti, dobbiamo tornare a quei medici dell’immaginario e della grande letteratura

(Di Pierpaolo Sileri – fondazioneleonardo-cdm.com) – Una cosa stiamo imparando da questa pandemia. Dobbiamo tornare ai medici di una volta. Quelli che insieme a lazzaretti e opere pie sostenevano la medicina del territorio. La guidavano senza quegli estremismi che permettono, per esempio, la dismissione del reparto nascite dell’ospedale di un’isoletta mediterranea o di una cittadina, solo perché non fa i numeri di una metropoli.

Dobbiamo tornare a quei medici che l’immaginario collettivo ha fatto scivolare nella caricatura del dottor Guido Tersilli interpretato da Alberto Sordi nel Medico della mutua. Oppure nel romanzo dei medici delle comunità di Balzac, di Kafka, o che vivevano nelle parrocchie tutte uguali, in equilibrio tra il bene e il male, raccontate da Bernanos. Ma penso anche al mirabile Dottor Balanzone interpretato da Gigi Proietti in A me gli occhi please: “Quando arrivo io la mort la va via starnazzando… l’è arriva’ il dottor… ho finito di lavorar…”.

A partire dal 1978 con il nostro sistema sanitario nazionale nasce anche il medico di medicina generale (conosciuto pure come medico di base o medico di famiglia), una figura che unisce il ruolo che era stato del medico della mutua e del medico condotto (quest’ultimo ancora poco prima era stipendiato dal comune, si muoveva con il cavallo o il mulo e girava per le case curando i pazienti meno abbienti).

Il medico di medicina generale assisteva i suoi pazienti ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Una figura imprescindibile perché riusciva a filtrare i casi che non richiedevano la medicina specializzata, li individuava con grande capacità clinica.

Analizzando un mal di testa e prima di indirizzare verso ulteriori esami, un buon medico di medicina generale avrebbe potuto leggere una sinusite, un problema alla vista, una cattiva alimentazione, o problemi in casa del paziente. Il medico conosceva la medicina ma anche la famiglia, l’ambiente e il contesto in cui l’assistito viveva. Lavorava a partire da una storia e da un territorio. Il Dovere del Medico, per usare il titolo del repertorio pirandelliano, era rivolto al “paziente”, non certo a un “cliente”.

Oggi la tendenza delle regioni italiane più all’avanguardia è quella di diventare luoghi ad altissima specializzazione medica, in cui il medico di medicina generale è considerato inutile.

A fronte di una così delicata figura sociale non vi è mai stato il riconoscimento di una specialità e quindi l’ufficializzazione di un corso di studi dedicato. Il medico di medicina generale diventava specialista sul campo. Fonendoscopio, borsetta, capacità clinica, esperienza, forza e coraggio. Questi i suoi strumenti. Un filtro per il territorio, la cui rilevanza però non è stata integrata a livello professionale e strutturale. Si è parlato nel tempo di poliambulatori associati, ma a fronte delle richieste per una medicina del 2000 (sono passati vent’anni!) non è arrivata una risposta se non attraverso iniziative isolate e sporadiche.

Nel frattempo, le modifiche di legge hanno giustamente reso le unità sanitarie delle aziende, in un’ottica di gestione manageriale sulla base di competenze. Però con il dirigente a nomina dalla politica che si è rivelato spesso un boia dei tagli lineari, privo di visione e strategia.

L’altissima specializzazione è remunerativa e ha tutte le attenzioni, mentre la medicina del territorio è abbandonata e il medico generico è solo con le sue ricette, schiacciato dalla burocrazia.

La medicina generale resta però il servizio sanitario più conveniente dal punto di vista costi-benefici.

Essere specialista in medicina è importante ma proprio una missione speciale è quella di un medico di famiglia. È utile ripetere che al momento non è la tecnologia a minacciare i medici di medicina generale. Oggi un medico di base potrebbe, infatti, unire alla sua esperienza irripetibile il progresso della tecnologia riducendo le risorse necessarie e al tempo stesso guadagnando in precisione.

Sarebbe finalmente libero di curare le persone. Realizzato nel suo “dovere” di Medico. Nel segno di sempre, quello di Ippocrate.

2 replies

  1. “Nel frattempo, le modifiche di legge hanno giustamente reso le unità sanitarie delle aziende, in un’ottica di gestione manageriale sulla base di competenze.”

    Giustamente? Giustamente un par di…
    Il fine dell’azienda è fare profitto, mentre il fine delle unità sanitarie dovrebbe essere la salute dei cittadini.

    Piace a 1 persona

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