Gli ignoranti sono rimasti ignoranti, ma hanno smesso di vergognarsi…

(Alberto Caprotti – Avvenire) – L’ultimo rapporto Istat boccia l’Italia riguardo il suo livello di istruzione: solo il 62,2% delle persone tra i 25 e i 64 anni nel nostro Paese possiede almeno il diploma. Nella Ue sono mediamente il 78,7%, e in alcuni Paesi la percentuale sale ancora: 86,6% in Germania, 80,4% in Francia e 81,1% nel Regno Unito.

Solo Spagna, Malta e Portogallo hanno valori inferiori all’Italia. Non è una sentenza di condanna: ciascuno di noi conosce incolti straordinariamente brillanti e intelligenti, così come laureati insulsi e imbarazzanti.

Ma è indubbio che un livello di istruzione così basso abbia creato una società superficiale, raggirabile ed emotiva. Soprattutto ha privato l’Italia di una opinione pubblica che sappia avere un’opinione. E ne ha fatto crescere un’altra che crede che il congiuntivo sia una malattia degli occhi.

Gli italiani probabilmente sapevano mediamente poco anche cinquant’anni fa. Però forse erano più curiosi, e certamente più imbarazzati per la loro ignoranza. Non era grave. La cosa brutta è accaduta dopo, quando gli ignoranti sono rimasti ignoranti ma hanno smesso di vergognarsi per questo.

Convinti, come sono molti oggi, che la cultura non serva a nulla, e che sia solo la vita a insegnare come si sta al mondo. Tesi legittima, ma i risultati che vediamo ogni giorno fanno pensare anche che sia leggermente errata.

Categorie:Cronaca, Inchieste, Interno

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7 replies

  1. Interessante, dopo le dimostrazioni di intelligenza date dai politici di tutto il mondo sulla pandemia, beh, che dire…
    Venire qui a fare le pulci ai poveracci mi sembra sensato.
    Comunque lo studio, o meglio, l’evoluzione personale di un individuo tramite lo studio, presuppone anche la voglia di farlo, ..e voi, la voglia, la fate scappare a gambe levate.

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  2. Articolo in larga parte condivisibile, anche se trovo che faccia un po’ di confusione tra cause ed effetti (quello che definirei il livello culturale, più che di istruzione, ha iniziato ad abbassarsi in seguito allo sdoganamento collettivo della vergogna per la propria ignoranza avvenuto a cavallo fra gli anni ottanta e novanta, ignoranza che è addirittura assurta a valore di cui andare orgogliosi a partire dal decennio successivo, con l’attiva complicità dei media, dei modelli proposti come “vincenti” e non solo, penso al Senatùr: prima di lui, un politico si sarebbe vergognato a mostrarsi in pubblico come all’osteria numero mille, mentre lui l’ostentava, e chi è venuto dopo gli è andato dietro).

    L’unico altro appunto che mi sento di muovere è che andrebbe chiarito meglio come lo stesso concetto espresso nell’articolo sia valido per l’ignoranza in tutti i sensi, non solo in ambito prettamente scolastico.
    Una delle conseguenze più evidenti di questa situazione, che io considero concausa della decadenza della società in cui abbiamo tutti la ventura di sopravvivere, è che, spesso, tocca quotidianamente avere a che fare (ad ogni livello, dalla discussione al bar fino alle massime autorità) con gente che, quando va bene, ha solo un’idea molto vaga di ciò di cui si occupa o di cui discorre, gente ignorante nel senso letterale di colui che ignora; cosa di cui, appunto, una volta non si andava certo fieri, eppure, non solo c’è chi non se ne vergogna e non corre ad informarsi, ma ormai la cosa è talmente degenerata che ora c’è anche chi pretende pure di essere trattato da esperto in ogni campo, senza mai un dubbio, degradato a simbolo di debolezza, e con esso il senso critico.

    La cosa agghiacciante è che, in un certo senso, nella maggior parte dei casi fanno bene a comportarsi così: tanto siamo ignoranti ma democratici, quindi, essendo ignoranti anche del concetto di democrazia, la possiamo benissimo intendere nel senso che la parola del primo che passa può benissimo avere lo stesso peso di quella di un premio Nobel, anzi di più, se è capace almeno di urlare bene. A che serve fare lo sforzo di migliorare la conoscenza della materia di cui ci si occupa, quando la carriera è assicurata a prescindere? Anche quando c’è di mezzo la salute, perchè informarsi quando è molto più semplice e meno faticoso dar retta allo spaventapasseri che ci piace di più? Se portare la mascherina è scomodo e uno degli spaventapasseri dice che non serve, non occorre aggiungere altro: ha ragione lui, e non solo su questo: su tutto.

    Tutte cose che, con un minimo di istruzione, certamente anche scolastica, ma soprattutto con una cultura almeno basilare, si potrebbero minimizzare, tornando a relegare l’ignoranza al ruolo che gli compete, ovvero quello di lacuna da colmare, invece che considerare lo sforzo di informarsi (possibilmente senza preconcetti) un’inutile fatica da sfigati, della quale si può fare benissimo a meno. Ed è tremendo che a comportarsi così sia gente che passa buona parte della giornata (dunque della vita) attaccata ad internet, che incidentalmente, oltre ad essere il supremo regno del cazzeggio basato sul nulla, sarebbe anche la più ricca miniera di informazioni del pianeta, se solo si avesse l’accortezza di spendere meglio il proprio tempo, magari unita ad un po’ di sana curiosità (anche un minimo di memoria non guasta di certo).

    C’è stato un tempo in cui, guardando una qualunque trasmissione televisiva, fosse essa d’informazione, di approfondimento ma anche di intrattenimento, si rischiava pure d’imparare qualcosa. Adesso che si trascorre una fetta consistente della vita nel regno stesso dell’informazione, l’unica cosa che s’è imparata è come mettere i like ai gattini su facebook. Sarebbe davvero il caso di vergognarsi.

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  3. Non vi è molto da stupirsi, in un mondo in cui la “ricchezza” viene demandata completamente al denaro appare risibile, futile e oltremodo inutile l’istruzione, figuriamoci una cultura autonoma per principio di interesse personale; ma il mondo fatto a scale, ha ancora delle buone rampe con gli scalini fatti da libri, cinema d’autore, musica per orecchie che sanno ascoltare, è solo che sono scale nascoste quanto solitarie elitarie e di piccolissima cerchia; L’economia orchestrata dai grandi capitali ha fatto in modo da creare vasti contenitori dove mostrare merci e oggetti di consumo e anche la cultura si è adeguata a questo processo di mercificazione perdendo i suoi connotati orinali di sapienza utile, di conoscenza sfruttabile, collegata ad un essere educato, ragionevole quanto ragionatore e possibilmente civile.
    Un falegname , come un sarto relegavano la loro scienza alle mani, così come è rimasto in quelle industrie che usano il capitale umano ancora a fini produttivi; ma la scienza del pensiero, del pensare, del meditare sulle questioni ponendole sulla bilancia è divenuta quasi una perla rara, anche se vi sono in giro ancora degli esemplari.
    Ciò che dispiace veramente è la messa in scena quotidiana di un adeguamento a questo mondo in itinere e del motto stolto del così fan tutti; mi adeguo quindi esisto e se adeguarsi significa sciorinare ignoranza invece di sapienza ecco che la stupidità, anche buona, appare in tutta la sua maestosa melmosità.
    Il discorso potrebbe vertere invece su cosa oggi rende giustizia ad un sentimento di natura sociale e di appartenenza alla società e quindi alle variegate istituzioni, se il collante è il denaro oppure lo sport o la stupidità nelle sue diverse gradazioni o la preparazione in connubio alle capacità sia dialettiche /oratorie, che logiche, di calcolo o artistiche.
    Una bella donna colpisce perché è bella non perché conosce tutti i libri di Omero e li ripassa tre volte la mattina; e una donna è bella anche se stupida e anche se è ignorante; il fascino dell’uomo intellettuale invece è stato scalvato dal bruto, dal palestrato, dal riccone con l’auto veloce che non vuol dire ignoranza, ma sicuramente un palestrato rende all’occhio un’immagine più gradevole dello studioso arcigno che guarda tutti dall’alto verso il basso… e ciò è stato potenziato all’ennesima potenza dal mercato della pubblicità.
    Ma se l’istruzione seminasse bene, qualcosa di buono si raccoglierebbe e in fondo ci si forgia da bambini.. da adulti oltre ad essere più difficile si dovrebbe conciliare la formazione con il mondo del lavoro ed ecco tutti i mal di pancia del mondo.

    Un economia di basso profilo ha più bisogno di operai che di matematici o astrofisici e di cassiere o magazzinieri invece di musiciste o letterati..

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  4. All’Avvenire non hanno idea della qualità dei diplomi e delle lauree all’estero. Mio figlio vive in Svezia e si è reso conto del livello di ignoranza degli Svedesi e dello scarso valore dei servizi di quel Paese, tanto decantati da chi non conosce di persona i fatti e si limita alle statistiche.

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  5. L’inutilità della cultura si inizia ad intravedere negli anni 80, quando il neoliberismo incomincia a farsi largo nella società, professando l’importanza del singolo rispetto alla collettività e alla solidarietà. Accumulare ricchezza diventa il valore più importante, ricordate gli yuppies, giovani dediti al culto del dio denaro. Berlusconi è stato l’ esponenti più emergente di quella cultura, fare i soldi a qualsiasi costo, non importa come arrivare ad accumulare denaro il fine giustifica ogni mezzo, anche quello illegale. Mostra a tutti la sua vita da paradiso terreste in terra, fatta di belle donne, di case e ville sontuose , i suoi avversari bollati come invidiosi perché lui e ricco e loro poveri. Per assicurassi la vittoria nelle elezioni affermava che avrebbe fatto diventare ricchi tutti gli italiani, disprezzando la cultura con trasmissioni in cui venivano mostrati culi e tette. Così ai giorni nostri i personaggi da imitare sono diventati i tronisti, le pupe, i Vacchi e Briatore. Il vero razzismo non è dato dal colore della pelle ma dal ceto sociale a cui si appartiene

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  6. Commento di Jonny DIo apprezzabile e, come suo solito, sempre interessante da cui prendere spunto per una serena e distaccata riflessione: nulla da togliere anche ai commenti seguenti di Rocciafusa e di Giulio Fadda !
    Ad avercene ! Complimenti !

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