La comunicazione cattivista di Salvini non fa altro che esaltare il buonista Conte

(Luca Telese – tpi.it) – Mai erano stati così divisi, nello stile e nella comunicazione: nel giorno in cui Matteo Salvini definisce Giuseppe Conte “Criminale” (a suo parere sulla vicenda di Alzano) il presidente del Consiglio appare nella conferenza stampa del suo terzo decreto era-Covid, più accattivante composto e piacione che mai, in una comunicazione tutta giocata sulla prima persona plurale: “Dobbiamo essere attenti, accorti e intelligenti”. Noi, ovvio, nessuno si senta escluso, direbbe il sommo poeta Francesco De Gregori.

Mai la forbice tra i due leader era stata così divaricata e confliggente: Salvini cattivista chiama alla guerra, e celebra la cerimonia finale dei selfie ribelli negli stabilimenti balneari, mentre Conte buonista alla doppia panna, esorta gli italiani a godersi l’estate, anche se senza sottovalutare il virus, dagli schermi televisivi. La conferenza stampa di Conte è il trionfo di questa prima persona plurale: “attenzione, dobbiamo muoverci in modo responsabile e preoccuparci della salute delle persone care e di quelle più fragili”. Salvini invece è in modalità western, cerca l’avversario e lo sfida apertamente come in un duello da saloon: “Quello che emerge dai verbali del Comitato Tecnico scientifico è gravissimo!”.

Ma forse è proprio in questa divaricazione così netta la spiegazione del perché Salvini sembra al palo (stando ai sondaggi) mentre Conte sta vivendo uno dei suoi momenti di maggiore popolarità. Nella sala dei Galeoni il premier arriva stanco, ma felice per il varo del “nuovo importante decreto Agosto“. Con questi ultimi 25 miliardi di investimenti, il governo tocca quota cento miliardi di finanziamento, una cifra venduta con grande entusiasmo propagandistico come l’unico rimedio possibile per rilanciare l’economia e sollevare famiglie, lavoratori, imprese: “Tuteliamo l’occupazione, alleggeriamo le scadenze fiscali e aiutiamo gli enti locali”. E, ovviamente, complice la mano di Rocco Casalino, la conferenza stampa arriva in diretta (ieri sera) proprio nell’intervallo della partitissima tra Juventus e Lione: tifo sincronizzato.

È una comunicazione efficace, un po’ ruffiana e prime time, perfetta per le famiglie, attenta ad ogni dettaglio, quella di Palazzo Chigi. Mentre Salvini reitera il suo modello dello scorso anno: leader Pellegrini e itinerante tra piazze, spiagge, comizi e selfie, in una continua rincorsa del nemico. Conte cerca di prendersi sulle spalle una nazione: “Siamo il Paese che ha il numero più basso di contagi – dice solleticando un orgoglio da bollettino Covid – non vanifichiamo gli sforzi fatti. Siamo stati il primo Paese occidentale colpito, ma siamo usciti prima degli altri dalla fase acuta”. Salvini cerca il muro contro muro: “Stiamo andando allo sfascio. Sento la rabbia che sale”. Da un lato – quello della Lega – una mobilitazione di guerra permanente, dall’altro – quello del premier – l’ottimismo rassicurante, quasi come maniera. Salvini batte sui “migranti infetti”, Conte ripete anche stavolta il suo mantra, come un cantante di successo in tournée: “Non lasceremo indietro nessuno”.

Vorrei fermarmi qui per fare una sorta di esegesi comparata. Sia il cattivismo salviniano che il buonismo contiano sono due lingue retoriche, due narrazioni che lasciano scoperti ampi margini di realtà. Ma il tema è: quale di questi due racconti è più in sintonia con il Paese reale e con il suo umore? Salvini scommette “sull’agosto caldo” e sulla protesta, Conte sul consenso e sulla rassicurazione. E il tema interessante è che gli italiani apparentemente avrebbero molti motivi per protestare, ma non lo fanno. Anzi. Ed è di queste ore un’altra notizia clamorosa, quella che persino in Puglia Michele Emiliano, malgrado la rottura dell’alleanza giallorossa (a livello regionale) sarebbe di nuovo in testa su Raffaele Fitto, addirittura di quattro punti. Tutti errori degli istituti demoscopici? Tutta brace che cova sotto la cenere?

Io ho un’altra idea: ho come l’impressione che il Covid sia stato uno spartiacque nella comunicazione politica, non solo in Italia ma in tutto il mondo, e che Salvini non ne voglia prendere atto. Ho l’idea, molto netta, che la pandemia abbia infranto “il racconto belligerante” della Lega, soprattutto nel profondo Nord, soprattutto in Lombardia e Piemonte (forse persino in Liguria) mentre il governo del buonismo corale è riuscito a mettere simbolicamente il suo timbro sull’unica operazione-miracolo di questi anni, l’edificazione del Ponte sul Polcevera a tempo di record. Siccome poi nella comunicazione conta anche il culo, i “buonisti”, lunedì scorso, hanno avuto persino il conforto di un arcobaleno in diretta tv. La Lega “di lotta” ha separato il suo racconto belligerante da quello del Nord che si lecca le ferite. Attenzione: non dappertutto, perché in Veneto Luca Zaia ha capito questo cambio di Stato d’animo, e si è calato lui nel ruolo che Conte gioca a livello nazionale. Al punto che mentre Salvini nega la mascherina, si fa i selfie baciando i bambini e – addirittura – beve platealmente dal bicchiere con il cocktail che gli porge una signora, “Zaia il buono” diventa il leader delle tracciature, delle misure difensive, il padre buono e severo dei veneti.

Trovo incredibile che Salvini non abbia sentito il bisogno – Umberto Bossi lo avrebbe di certo fatto – di un rito pubblico e laico per le vittime di Bergamo: che non abbia sostituito alla mobilitazione belligerante una requiem leghista per le vittime del suo popolo. Salvini sembra non vedere che il Covid ha cambiato lo stato d’animo dei lombardi, i loro consumi, le loro priorità, il loro rapporto con la Paura e con la sicurezza, l’estetica degli aperitivi, dei fine settimana, del weekend, della fiera. Il virus ha fatto sparire la criminalità dall’agenda. Ha smussato la retorica dei barconi e degli immigrati, e oggi sembra persino divertente e clownesca la campagna “xenocinofoba” di Libero, con cui Pietro Senaldi e Vittorio Feltri, maghi del sensazionalismo da prima pagina, provano a gonfiare i titoli come ai bei tempi, con il dittico cubitale immigrati-cani. Un giorno per dire che “arrivano sui barconi con i barboncini” (uno su seimila!) il giorno dopo (ieri) per titolare una intera apertura di pagina sul grido di dolore di una fantomatica “imprenditrice agricola” di Lampedusa: “Gli immigrati mi hanno mangiato quattro cani”.

Ed ecco il punto: Libero può sconfinare nell’eccesso senza temere il grottesco: il suo allarmismo diventa satira, e forse un po’ lo sa. Salvini a mio parere non può permetterselo: giusto o sbagliato è proprio il suo nord Lombardo che non capisce la “disobbedienza civile” contro il distanziamento sociale, che non capisce il suo muro contro muro, che non considera “criminale” il lockdown imposto da Conte. È come se Salvini, reiterando “ad infinitum” lo schema che lo ha favorito nell’ascesa, non si rendesse conto che adesso quel ritornello suona come una nota sgraziata. E questo diventa assolutamente plateale sulle presunte scelte “criminali” di Conte: possibile che Salvini non si renda conto che se davvero il premier potendo chiudere “solo” la Lombardia (come dicono le carte del Cts e come lui denuncia) ha deciso di fermare tutta l’Italia, questo gesto crea consenso subliminale nello zoccolo duro nordista produttivo della Lega? Possibile che Salvini dopo aver cercato per mesi di raccontare un Conte anti-Lombardo, (seguendo la sua narrativa cattivista) oggi non capisca che lo sta inconsapevolmente esaltando agli occhi del suo popolo?

Adesso che il Superomismo nordista è messo in crisi dal Covid, la prima persona plurale e la retorica della comunità nazionale prevalgono sul tema delle piccole patrie: la retorica della protezione cancella quella della contestazione. Adesso che il Nord mette in discussione il suo stile di vita frenetico e rivede i suoi consumi, l’Italia diventa tutta “meridione” nazionale, tutta Paese-famiglia, tutta noi-uniti, e non settentrione secessionista e loro-contro. Forse non per sempre: forse solo per questa stagione sospesa tra un lockdown e un non so che. Questo Salvini cattivista ribelle, oggi, mi pare come uno che sta in attesa alla fermata dell’autobus che ha preso tutti per tutta la sua vita, ogni giorno, sempre alla stessa ora, sempre con puntualità impeccabile, sempre arrivando in orario. E questo deja vu lo inganna. Purtroppo (per lui) non si accorge che sopra il palo della fermata oggi c’è una etichetta: l’autobus ha cambiato percorso, causa epidemia. Lo sta guidando Conte, e quella fermata non la fa più.

2 replies

  1. Perchè riconoscere a questo sprovveduto sempre in ricreazione delle capacità che non ha? L’abbiamo già visto all’opera, sta sulle balle anche ai maneggioni leghisti accomodatisi alle Camere da decenni. Sono di Varese e conosco i miei polli . Questo sarebbe il pirla della compagnia e come tale trattato. Invece no , grazie alla prosa logorroica di pseudo giornalisti a caccia di pettegolezzi da montare e non di notizie, questo “habeas minus” assurge a novello Cavour. per piacere… Salvini va a da via i ciapp

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