Tutto il mondo sulla Lapa (visto dalla Sicilia)

Altro che “Smart Mobility” l’Ape Piaggio al pari della Cappella Sistina, del canto di Paolo e Francesca, di Fiorello e della granita di mandorle, vanto e orgoglio del genio italiano.

(Pietrangelo Buttafuoco) – Dicesi Lapa o, l’altrimenti detta Motolapa (quella che accanto alla targa porta la sigla “MCN”), l’Ape. Ha il motore laterale e si guida scianchina, ovvero di fianco e questa posa non è un vezzo: ci si mette seduti a fare un angolo sghembo col manubrio perché il virtuosismo della Lapa a tre ruote si conferma nel non avere il volante. “Se non si capisce la Lapa – scrive l’antropologo Franco La Cecla – si stenta a capire la l’Italia”. La Cecla e Melo Minnella, un fotografo nato a “Il Mondo” di Pannunzio, sono gli autori di “La Lapa e l’antropologia del quotidiano”, un prezioso libro di testo e immagini, edito da Elèuthera (7,00 Euro). “L’altro mezzo che ha tre ruote come la Lapa è l’aereo, e nel suo movimento – si legge ancora nel libro – la Lapa accenna continuamente al decollo e alla partenza e all’incertezza soave, pericolosa e leggera di quei momenti. Fatto sta che i veri piloti di formula uno non sarebbero capaci delle acrobazie dei pescatori di Mazara che portano le cassette di pesce al mercato di Palermo”. Puro teatro della vita, la Lapa è fenomenologia, l’attraversamento della dialettica servo-padrone, ed è quel veicolo a tre ruote dall’incedere robotico cui la lingua madre delle strade ha graziosamente raddoppiato l’articolo per farne tutta una parola: la Lapa. Così come succede per “il Lufo”, ovvero l’Ufo, “la Lulcera”, ossia l’ulcera e per tutte quelle parole del vocabolario pop e plebeo del meridione radunate, ai bei tempi, nel quotidiano di Palermo “l’Ora”, che, va da sé, veniva strillato così: “Accattatevi il Lora”.

La motolapa Lapa è, al pari della Cappella Sistina, del canto di Paolo e Francesca, di Fiorello e della granita di mandorle, vanto e orgoglio del genio italiano. Vanto della Piaggio che nel dopoguerra lanciò nel mercato i primi motori Ape 50, questo veicolo di per sé veivolo fatto di manubrio, cabina e cassone ebbe imitazioni e varianti: il motocarro dell’Aermacchi innanzitutto, progenitore dell’attuale motocarro, quindi l’Ercole della Guzzi (con rombante motore Falcone a 4 tempi), poi l’Ercolino, un altro cinquanta che però non è rimasto scolpito nell’identità italiana come il Lapino, il “treruote” cui non era richiesta la patente e perciò mezzo di locomozione ottimo per il precariato impossibilitato a produrre qualsiasi documento nel mare grande dell’illegalità.Motocarro Aermacchi Diesel 1954/1964. Credits: aermacchimoto.com

Motocarro Aermacchi Diesel 1954/1964. Credits: aermacchimoto.com

Ottimo veicolo anche per mezzi orbi, sciancati e disgraziati di vario genere. La Lapa è progenitrice del pick-up, ce ne possono essere di scoperte e di coperte, ma con la sua versatilità diventa una casa viaggiante aperta sulla strada: la fortuna della musica leggera italiana è stata costruita tutta sulla Lapa. Con mangiadischi collegati al megafono. Per non dimenticare gli amori: un venditore di uova di Leonforte giocava sempre sull’equivoco. Alle grida “Ajo l’ova”, quando incontrava l’amata cambiava registro: “I love you”. La Lapa – con la sua sigla “MCN”, con l’Asso di Bastoni adesivo (altrimenti detto “la pace della famiglia”), con la scritta “Invidioso crepa”, con tutta la sequenza dei combattimenti di Orlando e Rinaldo, con la Grattugia appesa sul ribaltabile (ove s’intende: “Grattatevi le corna”), con Padre Pio sul parabrezza e le femmine alla nuda sul lunotto – è un carretto nell’epoca della modernità compiuta. È anche l’ultimo avamposto della civiltà eurasiatica nel bel mezzo dell’Occidente (la fabbrica più importante è la Chetak, in India, licenza Piaggio), ed è soprattutto il confine inaccessibile dello chic. Le sponde più belle vengono dalla ditta “Mazza Nunzio” da Santa Maria di Licodia che, in un certo senso, è il Giorgio Armani della Lapa. Sulla Lapa, infatti, vanno bene tutti gli adattamenti estetici, è l’unica vettura che può accampare primogenitura sui transformer: le automobili che diventano robot. La Lapa è consunstanziale al principio di velocità e non nel senso dei chilometri orari, ma nel fare presto: vecchiette obese, attrezzate di ciabatte e bombole d’ossigeno al seguito trovano maggiore agio “a cassone” sulla Lapa piuttosto che sull’autombulanza: vengono collocate già sedute e arrivano al pronto soccorso perfino pronte per la bara ovviamente trasportata sulla stessa Lapa.

La motolapa detta Lapa appartiene alla lotta di popolo ed è per ovvietà di stile, uno status tutto cavalleresco e sempre per non trascurare il dettaglio del volante di cui la Lapa è priva – sempre perché in tema di Lapa i confini tra mitologia e la realtà sono labili – va ricordato l’episodio delle sei e mezzo del mattino di un due d’ottobre a Catania, questo: Salita di San Giuliano, angolo di via Etnea. Lapa reduce dai mercati generali. Il mezzo è carico di cavoli, broccoli, finocchi, lattuga, sedani e melenzane. Sovraccarica ben oltre la cabina, barcollante d’ogni delizia ortofrutticola, la Lapa arranca dietro una Prinz guidata da professoressa che al momento di scalare la marcia arresta l’automobile in cima alla ripida salita di San Giuliano.

La Lapa, pur senza tamponare la sciagurata vettura, è costretta a uno stop rovinoso: tutto il carico precipita a terra, disseminandosi per scivolare lungo il pendio. L’autista della Lapa, con un fiammifero tra i denti, prima di aprire la porta, pensa: ‘Ora che fazzu, l’ammazzu?’. L’autista della Lapa, con la panza fuori dalla cintura, scende infine, guarda il massacro delle sue mercanzie e pensa: ‘Ora che fazzu, l’ammazzu?’.

La professoressa intanto cerca di mettere in moto la Prinz. Invano. Il rumore strozzato della macchina scatena un pensiero all’autista che fissa la punta dello stecchino in perpendicolo con la propria panza e pensa: ‘Ora che fazzu, l’ammazzu?’. L’autista si avvicina alla Prinz, la professoressa tenta sempre di avviare il motore, l’autista che bussa al finestrino nel frattempo che pensa ‘che fazzu, l’ammazzu?’, quando può parlare con lei ha già concluso un suo ragionamento: “…perché poi, le femmine, altro dovete manovrare, e non sterzi!”.

Ben altro una signora deve maneggiare, altro che il volante. Ecco, non l’ammazzò. Un ragioniere di Cuneo avrebbe sporto denuncia, un padroncino di Pontassieve avrebbe calcolato i danni, il pilota di una Lapa invece – scolpito in una pagina redatta da Tino Vittorio, storico – ha mantenuto fede alla regola cavalleresca di portare pazienza e basta.

“La Lapa – scrive La Cecla – è la meditazione filosofica sulla dignità della piccolezza del genere umano. La Lapa e le stelle e noi quaggiù”. La Lapa è terragna, vulcanica, sembra un clone delle “macchina inutile” di Marcel Duchamp, ma è piena di umori e di vita. Mcn appunto, significa questo: “Minc*** cac*** niente”.

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