Salvini, giù le mani da Berlinguer. È di tutti ma non per tutti

(Luca Telese – tpi.it) – Matteo Salvini sa benissimo che la sua sortita sugli ideali di Berlinguer salvato dalla Lega è poco più che una boutade. E non perché con uno stupido riflesso difensivo o proprietario qualcuno possa rivendicare una paternità politica esclusiva su Berlinguer. Non perché Berlinguer sia di qualcuno, dunque, ma – al contrario – perché Berlinguer è di tutti.

Come dice sempre sua figlia Bianca: “Berlinguer come uomo è nostro padre, ma come politico non è una proprietà privata della nostra famiglia: appartiene a tutti coloro che si riconoscono nelle sue idee e nei suoi valori. Nostro padre è morto nel 1984 – aggiunge la conduttrice di Carta Bianca – non ha potuto vedere l’Italia dopo la sua morte, qualsiasi tentativo di iscrizione postuma a questo o a quel partito nato dopo di allora è una forzatura”.

Il tema, in questi anni si è posto tante volte sia sul piano “dell’arruolamento indebito”, di cui parla Bianca Berlinguer, sia in quel del “disconoscimento parricida” di cui siamo stati testimoni. Negli anni in cui il Pd cercava una fantomatica “terza via” blairiana, molti apprendisti stregoni a sinistra hanno sofferto l’enorme e crescente popolarità del leader comunista. Più passano le stagioni più Berlinguer diventa un “bene rifugio”, anche tra i giovanissimi, considerato profetico per la sua intuizione del 1981 (nella celebre intervista a Eugenio Scalfari) sulla “Questione morale”. E così, mentre molti ex dirigenti di Botteghe Oscure (fra l’altro tutti cresciuti attaccati alle sue gonne) si dedicavano alla riabilitazione retroattiva di Bettino Craxi, generazioni di nati dopo il 1984, scoprivano o riscoprivano la figura romantica di Enrico. Una vera e propria guerra memoriale: Antonello Venditti gli ha dedicato una ballata dolente, “Dolce Enrico”, e Piero Fassino lo ha disconosciuto nella propria autobiografia, spingendosi fino a dire che era morto dopo aver sbagliato la mossa nella partita a scacchi con il riformismo craxiano.

Walter Veltroni, ricordando anche lui la sfida con Craxi, si spinse fino a dire che quest’ultimo aveva “capito meglio la sfida della modernità”. Anni dopo, in un docu-film di discreto successo (“Quando c’era Berlinguer”) Veltroni dedicò al suo ex segretario un ritratto pieno di affetto, ma allo stesso tempo si spinse anche fino a dire che la politica di Berlinguer era morta a via Fani insieme ad Aldo Moro, e che la sua prospettiva politica si era chiusa il giorno del ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani (un giudizio singolare). Di contro Massimo D’Alema, ha dedicato all’ex leader del PCI, un memoir autobiografico pieno di nostalgia (“A Mosca l’ultima volta”, Donzelli) in cui è contenuta una delle battute più caustiche di Berlinguer, pronunciata davanti al feretro di Andropov, ultimo segretario mummia dell’età brezneviana. Questa pagina di D’Alema è passata alla storia come quella sulle tre leggi del socialismo reale: “Vedi, Enrico: qui in Unione sovietica 1) i dirigenti mentono sempre, anche se non ce ne sarebbe motivo. 2) L’agricoltura non funziona mai, anche se nessuno capisce perché. E, soprattutto, 3) la carta resta sempre attaccata alle caramelle”. Immagine simbolica folgorante. Era la trasposizione eroica dello “Strappo” con Mosca che Berlinguer aveva avuto il coraggio di celebrare in più occasioni, dal 1976 al 1980, ottenendo da Leonid Breznev l’epiteto di “revisionista”.

Un capitolo a parte – in tempi più recenti – meritano i tentativi appropriativi di Matteo Renzi, che provó – nientemeno – ad arruolarlo retroattivamente nella sua sfortunatissima campagna elettorale per il Si al referendum Costituzionale, pubblicando dei meme con la foto dell’ex segretario e due citazioni sul bicameralismo ritagliate ad arte perché sembrassero -non è uno scherzo! – un endorsement a favore della riforma Boschi.

Da ultimo anche il leader di Azione Carlo Calenda nel suo ultimo saggio – “I Mostri” – prova a trovare in compromesso con l’eredità Berlingueriana. È quello di separare la figura umana di Berlinguer (a suo avviso da salvare sul piano dei valori) da quella politica (a suo avviso segnata da un errore): “La Dc e il PCI provarono a nascondere nel compromesso storico, il loro ritardo culturale sul terreno riformista”. Ecco dunque che, in questo rapporto schizofrenico fra la passione crescente del popolo berlingueriano, ed il disagio delle elitès politiche di sinistra schiacciate tra peso dell’eredità e difficoltà a convivere con un mito, si inserisce il tentativo di “scippo” di Salvini. Ma se è vero, come dice la figlia Bianca, che Berlinguer può essere di tutti, a patto che si riconoscano i suoi valori, è indubbio che molti dei valori della Lega sono assolutamente e sicuramente antitetici a quelli dell’ultimo segretario del PCI.

Berlinguer fu un comunista odiato al Cremlino (al punto da subire un attentato organizzato dal Kgb, nel 1973), mentre Salvini – ironia della sorte – è amato, sempre al Cremlino, proprio da un ex ufficiale del KGB. Poi Salvini – per dire – è un orgoglioso sovranista, mentre Berlinguer era un convinto internazionalista. Salvini è Dio Patria e famiglia, agitatore di immagini della beata Vergine, difensore della “famiglia naturale” mentre Berlinguer fu non credente, laico, difensore del divorzio. Ma soprattutto, Berlinguer è l’uomo della lotta ai blocchi della guerra fredda, della pace solidale, del dialogo con i francescani, dell’integrazione multi-etnica e solidale, delle marce per la Pace ad Assisi, e per scoprirlo non c’è bisogno di immaginare cosa sarebbe accaduto se non fosse morto a Padova: basta leggere i suoi discorsi. Basta documentarsi con una antologia per sapere che avrebbe combattuto ogni politica di discriminazione degli immigrati sia sul piano umano che su quello teorico.

Salvini dunque è furbo, ed il suo tempismo camaleontico si inserisce perfettamente nella campagna elettorale della Lega per conquistare la Toscana. Ma se Berlinguer avesse sentito – ad esempio – Susanna Ceccardi sostenere che “Imagine” di John Lennon “È un inno marxista”, proprio lui che era diventato comunista leggendo Marx e Lenin nella biblioteca segreta di uno zio, temo che non si sarebbe arrabbiato. Si sarebbe messo a ridere.

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