Quella di Morricone non era solo musica: era la trama stessa dei suoi film e delle nostre vite

(Luca Telese – tpi.it) – “Maestro Morricone, si sente orgoglioso di essere italiano?”
“No”.
“Come no?”
“Non voglio essere frainteso. Sono contento di essere italiano. Mi avevano offerto una casa a Los Angeles, gratis, e l’ho rifiutata per abitare a Roma”.
“Però?”
“Però io mi sento in tutto e per tutto cittadino del mondo”.

Dobbiamo ringraziare Giovanni Floris, per questa intervista al Maestro che è andata in onda ieri, e che ci arriva dal passato come un messaggio in bottiglia. Perché Ennio Morricone, con le sue lenti spesse e la sua parlata placida, con la sua aria a metà strada fra un cartone animato e Zaratustra, non era mai un uomo banale. Floris gli chiede cosa ci sia di difficile nel comporre una colonna sonora, e lui spiega: “Il cinema è bellissimo, ma è rovinato dai registri”. Poi si mette a ridere e si corregge: “Intendevo dire: rovinato dai compositori”. Poi però sentiva il bisogno di spiegare meglio questa provocazione e aggiungeva: “I registi vengono sempre da te a chiederti qualcosa che hai già fatto e che gli piace. Io ho provato sempre a scrivere qualcosa di nuovo e migliore che sentivo di poter fare”.

Un giorno in cui lo intervistai per Sette, quasi 25 anni fa, il Maestro mi diceva che la vera musica di Morricone era quella che componeva per se stesso, e non quella che lo aveva reso famoso in tutto il mondo. Era il suo esercizio di stile accademico, non le melodie immortali che la gente fischiava per strada. Per metà ne era convinto. Per metà era un vezzo, perché bastava farlo parlare della colonna sonora di “Per un pugno di dollari”, quella che aveva fatto deflagrare il suo talento, per vederlo illuminarsi: “Iniziai a sonorizzare i rumori, i suoni del fabbro, strumenti musicali poco utilizzati come la frusta!”. Poi, con la consueta nota antiretorica diceva: “Non sono stato il primo, lo facevano già altri. Solo che io l’ho fatto meglio”.

Ecco, sta tutto qui dentro: si può essere consapevoli di un talento assoluto e in qualche modo umile? Morricone aveva sempre – e invecchiando ancora di più – qualcosa del bambino che si stupisce del mondo. Morricone era consapevole di sé, fino a prendere in giro il modo di lavorare dei registi: “Talvolta, sotto promessa di segretezza ti facevano leggere il copione, talvolta solo alcune scene, talvolta ti facevano vedere il film quasi finito, e talvolta nemmeno quello, non ti dicevano nulla di nulla e tu comunque dovevi scrivere”. Poi iniziava a parlare di Sergio Leone incrociando le dita davanti agli occhi per comporre con una gabbia il campo della cinepresa: “Lui il film te lo raccontava, mostrandoti addirittura come avrebbe fatto le inquadrature. Ti raccontava i personaggi con un numero impressionante di dettagli, e così per me diventava tutto più facile”. Sembrava di poterteli immaginare al lavoro i due artigiani-maghi. Sulle ali della fantasia, fra parole e note, in una osteria di Roma, magari quella dove si erano ritrovati adulti – perché la vita dei grandi è buffa – dopo essersi conosciuti andando insieme a scuola, da bambini, nella stessa classe.

C’è un momento splendido, dell’intervista a Floris, ed è quello in cui il Maestro racconta la sua grande verità, il segreto dell’artigiano-stregone, dopo che il regista paranoico tipo, quello che centellina il suo copione, non gli ha rivelato nulla della sua opera: “C’è un momento in cui non lo sa nemmeno lui, come finisce il suo film. Ma la mia musica lo sa. Lui non lo sa, perché non ha ancora deciso come finisce, ma le mie note sì, perché lo hanno già capito”. Ed era vero. Era questo il lampo del genio che trovavamo nei suoi temi, era questo il canto dell’oboe dei sacerdoti di Mission, buono per pregare o morire. Era questo il tema che ci rende tutti ragazzi quando “C’era una volta in America”, questo che ci porta nel sospetto con gli accordi di “Indagjne su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, dietro a Gian Maria Volonté.

Era questo il segreto che ci rende tutti giovani, liberi e ribelli, quando James Coburn sorride e accende la miccia con il sigaro, e “Giù la testa”. Senza “Scíon! Scíon!”, non sarebbe lo stesso film. Sarebbe bello, forse, ma non sarebbe quello. Perché la musica del maestro non accompagnava i personaggi ma ERA i personaggi, non era un contorno, ma la quintessenza, perché era la semplicità che è difficile a farsi, l’assoluto che in un attimo ti regala il sogno di una vita non tua e ti accompagna per sempre.

Per questo Morricone oggi è anche la chitarra elettrica struggente di Giacomo, lo studente che lo ricordava con il suo plettro sui tetti di Roma durante il lockdown del Covid, è il coro celeste che accompagnava Geoffrey Rush nella pinacoteca de “La Migliore Offerta”, incantato in mezzo al bello. Per questo oggi non è il giorno in cui il Maestro burbero con gli occhiali a fondi di bottiglia se ne va, ma è il giorno in cui si pianta nelle nostre vite, con la sua innata vocazione melodica, e la sua galleria di sogni, per restare definitivamente tra noi, con noi. La colonna sonora della nostra vita.

2 replies

  1. Luca Telese dà il meglio di sé quando non frequenta le stanze della politica.
    Bel pezzo, per ricordare un uomo che ha avuto la fortuna, soprattutto per chi l’ascolta, di comporre la sua vita con
    le note del suo genio.

    "Mi piace"

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