(Giuseppe Di Maio) – Fino a prova contraria il giudice Di Matteo e il Ministro Bonafede lavorano ancora dalla stessa parte della barricata. Ma sono stati attirati entrambi nella trappola del potere mediatico solleticati più dal loro narcisismo che dal loro amore per la verità. Questo finora s’è afferrato dal loro fantomatico scontro. La libertà di stampa segue la più generale libertà di espressione, e sarebbe ora di capire come da una libertà si può generare una schiavitù.
In America – paese dei sogni e delle opportunità che nessuno garantisce – la stampa era considerata il cane da guardia del potere politico. E chissà, forse per un certo periodo e in una certa misura lo è anche stato. Ora l’Italia e gli USA si assomigliano molto di più, e la pluralità dei centri di potere americani non garantisce più né la libertà di parola né un’informazione attendibile. Da noi la stampa non ha mai impensierito alcun potere, in Italia è sempre stata il bollettino del padrone.
La classifica generale della libertà di stampa e la celebrazione di un’apposita giornata (domenica 3 maggio), rinforzano il raggiro e lo nascondono. Quella di stampa è la più alta espressione della libertà di parola, ma parlare e farsi sentire da tutti è un potere che hanno solo i padroni e il loro denaro. Perciò, le classifiche composte sulle quantità di costrizioni politiche e minacce fisiche ai danni dei giornalisti, non sono gli unici indicatori di questa libertà.
Manifestare tutto ciò che ci passa per la testa, apertamente, senza censure che non siano quelle dell’opportunità, del buon gusto e della decenza, è considerato tra le libertà garantite dalla Legge. Riuscire però a dirlo contemporaneamente a milioni di persone non può essere un esercizio di mera libertà, ma un’opportunità obbligatoriamente soggetta ad altre regole. L’informazione è il fondamento della democrazia. Poiché senza la conoscenza delle proposte politiche, senza le notizie che riguardano gli agenti delle forze economiche e sociali, è impossibile la formazione della volontà generale da cui procede tutta la vita democratica.
E la notizia, prima di sorpassare la soglia della nostra dimensione privata, deve essere tratta dal magma di una pluralità d’interessi e di autorizzazioni senza i quali resterebbe nel fuori scena. A questo proposito, un esercito di specialisti (in Italia più di 100 mila) lavora alla confezione dei fatti, dunque, dell’opinione. Le loro remunerazioni non sono proporzionali alla loro bravura, ma all’esecuzione del progetto di chi li paga a fine mese. In questo reticolo cristallino di proprietari, impiegati, stipendi e obblighi contrattuali, la generica libertà d’espressione è una ridicola farsa.
Tuttavia il capitale privato si ostina a parlare di attentato alla libertà di stampa ogni volta che la società democratica rifiuta di sottostare all’indottrinamento padronale, ogni volta che un suo dipendente è stato colto con le mani nel sacco della turlupinatura. Attraverso i dipendenti del proprio giornale i padroni occultano le loro colpe, molestano i loro nemici, promuovono se stessi e i loro interessi. Attraverso Giletti, un reazionario come Cairo accusa Bonafede (ministro degli odiati 5 stelle,) di aver subito la pressione della mafia. Meraviglia!
Attraverso le squadre impiegate da Elkan, De Benedetti, Berlusconi, Caltagirone etc, si accusano quotidianamente di incompetenza e disonestà le rappresentanze democratiche, si sottopone il governo del paese ad un mobbing feroce, come si fa per scacciare un dipendente scomodo. Meloni e Salvini gridano allo scandalo se il Presidente Conte fa un’apparizione in TV; gridano all’abuso e al dispotismo, se il governo del paese ha trovato un pulpito dal quale far giungere un messaggio ai cittadini. Essi pretendono – come comandano i loro sovrani – che la verità sia funzione del potere, che informare resti definitivamente nelle mani del Capitale, e che la Democrazia possa averne solo scampoli insignificanti e residuali.
“Attraverso le squadre impiegate da Elkan, De Benedetti, Berlusconi, Caltagirone etc, si accusano quotidianamente di incompetenza e disonestà le rappresentanze democratiche, si sottopone il governo del paese ad un mobbing feroce, come si fa per scacciare un dipendente scomodo”
Parole da incorniciare!
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Premesso che il fatto è accaduto due anni durante il governo Di Maio-Salvini (Conte 1^);
a cui, tra l’altro, fu dato ampia spazio nella “cronaca” di allora:
“Quei segnali ambigui del governo Lega-5 Stelle sulla lotta alla mafia.
Tanti annunci e proclami in campagna elettorale, ma le prime nomine vanno nel senso della conservazione rispetto alle precedenti amministrazioni, con Nino Di Matteo né ministro né capo del Dap…” (L’Espresso, 03 luglio 2018)
Premesso inoltre che non condivido né il luogo né le modalità scelte da Di Matteo…
Mi permetto di condividere una “riflessione” di G. Di Lello, già magistrato del pool antimafia con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino:
“Fuori Bonafede dal ministero o fuori Di Matteo dal Csm?
Siamo in Italia e, comunque vada a finire, rimarranno entrambi ai loro posti. (…).
Scontro di titani della giustizia quello tra Alfonso Bonafede e Nino Di Matteo, e senza nessuna ironia, trattandosi del ministro della giustizia e di un componente del Csm, nonché scontro abbastanza strano all’interno del campo politico del movimento grillino, data la notoria tifoseria di quest’ultimo per il magistrato adottato come simbolo dell’antimafia.
La diatriba è nota e non vale la pena ripercorrerla per intero se non per un punto cruciale che, se vero, dovrebbe portare alle dimissioni di Bonafede e se farlocco alle dimissioni di Di Matteo dal Csm: l’avere il ministro scartato l’incarico di Di Matteo come capo del Dap, Direzione degli affari penitenziari, per accertati malumori per una tale nomina dei boss mafiosi detenuti. Bonafede nega decisamente, Di Matteo insiste nella sua versione dei fatti: chi ha ragione?
Il nodo va sciolto perché, come detto, l’accusa è grave e ha pesanti implicazioni istituzionali, specie dopo la nomina di Dino Petralia alla direzione del Dap.
A lume di naso e conoscendo Petralia e la sua storia professionale, sono certo che nel cambio i boss non abbiano fatto un buon affare, e allora?
Bisogna chiarire, altrimenti potrebbe aprirsi un nuovo capitolo del romanzone “trattativa stato mafia”, altamente dannoso per lo stato e nel quale questa volta Di Matteo si troverebbe a contrastare nientemeno che un componente dello schieramento che lo sosteneva nell’originaria inchiesta ora in corso di dibattimento”. (da Il Manifesto)
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Facciamola breve! Un magistrato non telefona a Gilletti in diretta! Se ha delle rimostranze le esprima in sedi appropriate e non dopo 2 anni!punto
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