
(di Michele Serra – repubblica.it) – È comodo e gratificante, sui giornali e in tivù, dichiararsi «dalla parte dei ragazzi». Lo fanno in tanti e ci sono solide ragioni per farlo. L’emarginazione sociale di alcuni; la mancanza di occasioni per quasi tutti; il semi-abbandono della scuola pubblica, degli edifici e degli insegnanti; l’ottusità dei governi (non solo quest’ultimo) che si accorgono di loro solo quando spaccano le vetrine.
Bisognerebbe però fare un piccolo sforzo supplementare, che è quello di non annacquare gli umori del momento, umori forti, in un generico e stucchevole plauso. I giovani non sono tutti uguali. Sono, proprio come gli adulti, persone diverse.
A parte che ci sono anche quelli di destra, anche quelli ricchi, anche i fascisti che vorrebbero travestirsi da gendarmi per menare i riottosi, specie se i riottosi hanno la pelle scura; ci sono differenze, di postura e di coscienza di sé, anche tra chi scende nelle strade.
Molti lo fanno per la stessa precisa ragione per la quale si fanno le rivoluzioni o più umilmente si fa politica: cambiare lo stato delle cose. Qualcuno, più debole, lo fa rimanendo schiacciato dentro lo stato delle cose, percorrendo come via di riscatto il saccheggio — così mi vesto anche io come i ricchi.
La critica del consumismo è stata fino alla fine del Novecento un punto di forza dei movimenti giovanili — fino a No Logo: contro i marchi perché contro le multinazionali. Nel nuovo evo degli influencer, il marchio ha stravinto.
A Piazza Pulita il giovane Fouad, vent’anni, barista, italiano di seconda generazione, famiglia operaia, otto persone in un trilocale, lo ha detto benissimo: non condanno la rabbia disorganizzata, per molti è l’unico modo di farsi sentire. Ma bisogna politicizzarla, se no non serve. Stare con Fouad non vuol dire «stare con i giovani». Vuol dire stare con Fouad.
Qualche sera fa, verso le otto e mezzo, mi sono brevemente imbattuto nella disamina di un tizio canuto che parlava dei giovani e, come Vespa, li metteva in guardia dall’affrontare certi temi senza essere preparati. Il riferimento era a difesa della Storia che, nel secolo scorso, ci ha consegnato cose brutte brutte; perciò questa €uropa va difesa ed esclusa dalla mischia. I giovani devono studiare, altrimenti diventano fascisti e spaccano le vetrine.
Sembra che i giovani siano una categoria merceologica piazzata da sola in uno scaffale e non una comunità umana che vive con genitori e nonni , responsabili della loro crescita ma che sempre più spesso devono prendere carta e penna per fare i conti centesimali del bilancio quotidiano. Questi drammi respirano in casa i giovani, ogni giorno.
Poi magari sentono anche qualche politico che se ne fotte del largo parere degli italiani sulle armi e vara altri pacchetti ; e lasciamo perdere cosa sentono se si girano dall’altra parte dello schieramento.
Genocidi e altre gesta di stampo occidentale a completare il quadro.
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