(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Ci risiamo. Rispondere alla complessità algoritmica di questa moltitudine di invisibili che ha incendiato Milano con la solita aritmetica dell’ordine misurato in anni di galera è patetico, grottesco e persino pericoloso. Mandare 500 soldati attribuendo loro funzioni di polizia giudiziaria significava avventurarsi oltre un confine mai valicato. Ci ha pensato il presidente Mattarella a fermare l’azzardo, cancellandolo. Se poliziotti professionalmente addestrati alla gestione dell’ordine pubblico non sono riusciti a fermare ragazzi che correvano, si disperdevano, ricomparivano altrove, che cosa avrebbero combinato soldati senza la stessa esperienza. Quante volte si sarebbe rischiato l’errore fatale?

[…] I soldati sono addestrati a fronteggiare un nemico. I cittadini non sono nemici. Una manifestazione, anche violenta, non è un campo di battaglia. E militarizzare l’ordine pubblico non significa renderlo più sicuro. Ma esattamente il contrario, come l’orrenda America di Trump insegna. Tanto più che la prima domanda alla quale il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi dovrebbe rispondere è perché le sue strutture, i suoi investigatori, non siano riusciti a prevenire disordini annunciati da giorni sui social. Il sindaco Sala ha sollevato il problema. Il ministro gli ha risposto dandogli del radical chic. Milano devastata, agenti feriti, ragazzi arrestati. Ma Piantedosi trova il tempo (e l’umore) per una battuta da maranza.

Il punto è che nessuno sembra sapere davvero chi siano questi ragazzi. Il 4 ottobre compare su Instagram l’account “Italia in Piazza”. Tredici giorni dopo migliaia di giovani si ritrovano nelle strade. A Milano il preavviso alla Questura lo firma un diciassettenne accompagnato dalla madre. A Roma due universitarie raccontano di essersi incontrate nei commenti di TikTok. Ma nelle piazze arriva di tutto. Studenti, minorenni delle periferie, antagonisti, reduci no vax, professionisti della tensione. Qualcuno protesta contro il carovita, altri contro il governo, altri sono soltanto a caccia di uno scontro e di un saccheggio. Nelle stesse chat convivono richieste di salari decenti, scuole abitabili, ma anche istruzioni su quali negozi assaltare. La Rete non seleziona. Somma, confonde, amplifica. Basta un messaggio, una convocazione. E una rabbia sufficientemente diffusa perché migliaia di sconosciuti decidano di incontrarsi.

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La moltitudine scesa in piazza non è un movimento politico. Non ha un programma o un capo. È rabbia sociale. Una miscela di esclusione, frustrazione, desiderio di consumo, bisogno di appartenenza. Molti sono figli dell’immigrazione, cresciuti in un paese che li considera stranieri. Desiderano quello che vedono sui loro schermi. Reclamano merci. Vogliono quelle scarpe, quella felpa, quel telefono connesso con un po’ di autostima. Non vogliono distruggere il mondo che li esclude. Vogliono entrarci, sfondando la porta. Non sanno, o fanno finta, che chi saccheggia commette un furto. Chi lancia una pietra contro un poliziotto può ucciderlo. Credono che la moltitudine cancelli le responsabilità individuali. In ogni caso se ne fregano. Il loro è un nodo scorsoio anche culturale. Ma tagliarlo solo per punire non è abbastanza. E non significa rimediare al danno. Dopo quattro anni e cinque decreti sicurezza, il governo scopre che qualche centinaio di ragazzi può assediare Milano. E propone altre uniformi, altre manette, altre pene. È la formula di Meloni e Piantedosi: trasformare la questione sociale in una penale. Ignorare sempre le proprie responsabilità, che precedono quelle dei manifestanti, da mettere puntualmente in capo alla sinistra. La quale trova a malapena il tempo di replicare con parole sensate, per poi rituffarsi dentro al proprio ombelico dove discutere di leadership, primarie, campi larghi, programmi. Mentre fuori dalle sue sedi cresce una rabbia che non conosce il suo linguaggio, non aspetta le sue decisioni. Sempre che quella rabbia vada a sinistra e non anche a destra, come accade in mezza Europa. O verso il nulla di nulla autoreferenziale. […]

Non saranno i 500 soldati a cambiare questo paesaggio. Potranno presidiare le piazze, sorvegliare le vetrine. Non potranno restituire una prospettiva di vita a chi non ne vede nessuna. Ma Mattarella ha fermato i poteri speciali, non la logica che li aveva concepiti. Il rischio resta la reciproca spirale: il governo che addita soltanto delinquenti e aumenta la repressione. I ragazzi che accerchiati dalle divise, raddoppiano la sfida. La politica scompare, resta lo scontro tra gli adulti che distribuiscono disprezzo e i giovani che restituiscono vendetta. Siamo dentro la guerra sociale delle diseguaglianze. Dentro al frastuono di un mondo che perde pezzi e a un governo che usa un altro po’ di fil di ferro elettorale per vincere la gara del comando. E poi vantarsene.