Anche l’attuale crisi tra Hormuz e Bab el-Mandeb dimostra che mentre le flotte confidano nei missili le vere garanzie di sicurezza sono nelle coperture diplomatiche che agiscono sul suolo

Il potere marittimo si ottiene a terra

(estr di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] “Le potenze oceaniche e continentali sono riuscite a concepire e realizzare la proiezione alle grandi distanze ma non sono mai riuscite a gestire le complessità locali se non alimentando le guerre, le discriminazioni, lo sfruttamento.

Proprio nel Mediterraneo i popoli più potenti hanno contratto quella miopia intellettuale che costringe a guardare sempre più da vicino perdendo così il senso delle proporzioni e delle interazioni con il resto. Non sarebbe un grosso problema se il Mediterraneo fosse soltanto quello nostro, se fosse solo il luogo del sole e dei mandolini, se fosse solo una dieta o un vizio. Il Mediterraneo paradigmatico oggi si applica ad altre parti del mondo facendo della miopia non un vezzo o un difetto ma una minaccia anche in termini di sicurezza globale. Perché è vero che i fenomeni locali che innescano le crisi nelle varie parti del Mediterraneo sono diversi, ma la cassa di risonanza dei loro effetti è comune e in nessun altro luogo del mondo come nel Mediterraneo, da millenni, la risonanza è trasmissione di energia umana. L’unica spiegazione per tale miopia intellettuale può venire soltanto dalla scarsa conoscenza del Mediterraneo non tanto come luogo geografico, ma come fenomeno culturale e geopolitico. Non tanto e non solo come distesa d’acqua, ma soprattutto come insieme dei paesi, delle terre e delle culture che su tale distesa si affacciano. Inoltre, la stessa sicurezza ha ormai sfaccettature e connotazioni che integrano tutti gli ambienti geografici e umani e che toccano competenze non più relegabili alla specificità di una forza o di una nazione. […]

Predrag Matvejevic, discutendo del suo insuperato Breviario Mediterraneo ne aveva individuato i limiti non nei confini degli Stati e neppure nelle vicende storiche. Il Mediterraneo, diceva, arriva fino a dove arrivano l’ulivo, il mandorlo, il fico, il melograno, una brezza marina o la bora, oppure fino a dove arrivano sapori e profumi di certe erbe e spezie. Forse si estende fino a dove arriva il cicaleccio, la foga, il canto, la passione tellurica, perché il bordo del Mediterraneo è tellurico fisicamente e metaforicamente. L’idea di allargare il Mediterraneo in risposta all’incapacità di capirne e vederne i veri problemi è stato un modo tutto militare di esportare la miopia in altri ambiti con conseguenze disastrose. L’allargamento al Mar Rosso, al Caspio, al Golfo Persico, all’Oceano Indiano ha coinvolto più interlocutori della sicurezza ma non ha risolto un solo problema. L’idea ha però avuto un risvolto molto concreto nel giustificare una flotta d’altura e mezzi aeronavali altrimenti inutili e inutilizzabili. Ha soddisfatto gli interessi finanziari e personali di chi assegnava e chi otteneva enormi contratti di cantieristica, armamenti navali e aerei. Ha soddisfatto le ambizioni di chi nel mare vede soltanto la libertà di dominio di un ambito senza confini. Ha poi consentito alle forze armate d’impegnarsi in teatri operativi tradizionalmente considerati ‘fuori area’ per l’Europa e per la Nato. Ma anche in questo connubio tra visioni apparentemente simili si ripete la carenza di comprensione generale facendo prevalere la prospettiva del diretto interessato. Il Mediterraneo allargato è concepito come un’estensione del bacino marittimo in corrispondenza delle sue periferie meridionali e orientali come il Mar Rosso, il Golfo e l’area caspica secondo una prospettiva tipicamente rivierasca che vede il Mediterraneo come una sorta di ‘continente liquido’ o res nullius da occupare.

[…] Del tutto diversa è invece l’ottica americana che come sempre considera il Mediterraneo poco più di una pozzanghera, pittoresca ma insalubre. L’idea del Grande Medio Oriente ha il suo baricentro nel Golfo Persico e nella penisola arabica includendo tutti gli emirati, l’Arabia Saudita e lo Yemen ed è il Mediterraneo a essere una sua periferia con un ruolo del tutto marginale… L’Iran: la guerra per una bomba che non c’è. Alle minacce di attacco preventivo da parte americana e israeliana e alle sanzioni internazionali Teheran risponde con la minaccia di blocco dello Stretto di Hormuz e vaghe promesse apocalittiche. Gli Stati Uniti avvicinano le portaerei e Israele scalda i motori. Eppure è difficile prevedere un confronto diretto… gli Stati Uniti non avrebbero convenienza ad attaccare la Repubblica islamica e scatenare così una serie di eventi incontrollabili nella regione”. (da F. Mini, Mediterraneo in guerra, Einaudi 2012).

Gli Stati Uniti e Israele dopo 14 anni hanno attaccato con portaerei e missili scatenando una crisi continentale. L’Iran ha chiuso l’accesso al Golfo Persico e se fino a ieri la bomba non l’aveva, da domani potrebbe averla. In questa visione acquatica è venuta a mancare la valutazione di quei tratti di terraferma che chiudono, limitano o soffocano (choke) i mari e le relative rotte dell’economia mondiale, della proiezione di potenza navale e dei traffici leciti e illeciti. Sì, perché c’è da scommettere che anche i gestori dell’illecito globale sono tra coloro che premono per la riapertura degli accessi. Anche e soprattutto con la forza. Da un paio di mesi il mondo intero ha dovuto aggiungere al proprio dizionario politico nomi esotici come Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca, Lombok e altri alla Sandokan. Nomi che erano veri e propri capisaldi del potere marittimo e che per molto tempo sono stati dimenticati. Qualcuno ha imparato cosa significa la chiusura degli stretti, quasi nessuno ha imparato che il loro controllo non può essere acquisito soltanto dal mare. Occorre controllare o cooperare con la terra, con i paesi che li posseggono geograficamente o politicamente, con i governi che non sempre si fanno intimidire dalle portaerei. La lezione più recente viene dal mancato controllo di questi punti proprio da parte degli Stati Uniti, la maggiore potenza marittima del globo. Quella che non aderisce alla cosiddetta Legge del Mare e che da essa e dal diritto consuetudinario sceglie cosa adottare o rigettare a seconda dei propri interessi e perfino a loro scapito. Risulta inspiegabile che la potenza marittima per eccellenza si sia prestata al gioco d’Israele senza considerare la funzione degli stretti. Che non si sia resa conto che senza il loro controllo, il potere marittimo veniva atterrato. In realtà tale atteggiamento consegue proprio dalla sicumera geopolitica di considerare il dominio dell’acqua ignorando la terra.

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La risposta “alla marinara” all’attuale crisi degli stretti è stata il rafforzamento della militarizzazione dei mari. Sempre più spesso i diplomatici parlano di guerra e affidano alle armi compiti di presunta sicurezza che in realtà sono provocazioni o elevazione dei rischi. Gli ammiragli solcano i mari confidando nella forza di dissuasione e repressione dei loro missili. È un’illusione. La spavalderia in mare non è più l’efficace strumento di deterrenza di un tempo. Il vero scudo di sicurezza per le missioni navali a casa altrui, al seguito altrui, per interessi e avventure altrui sta nella copertura diplomatica a terra. Non basta affidarsi a vaghe e incredibili dichiarazioni di “non essere in guerra” mentre si è al fianco e agli ordini di chi ha avviato una guerra di distruzione. Se veramente non siamo in guerra, occorre metterci la faccia, oltre alla feluca, e dimostrare capacità di persuasione sui propri intenti. In maniera unitaria e sinergica fra politica estera e sicurezza militare. Cosa che nessun missile lanciato o schierato in mare è in grado di fare.