L’inchiesta realizzata da Domani coi partner giornalistici internazionali ricostruisce che almeno 11 governi europei – tra i quali l’Italia – si sono affidati alla controversa azienda. Dalla mappatura inedita emergono contratti per almeno 1,4 miliardi, con un tassello italiano da 6,2 milioni

(Francesca De Benedetti e Stefano Vergine – editorialedomani.it) – Almeno undici governi europei – Italia compresa – hanno fatto ricorso a Palantir, l’azienda cofondata da Peter Thiel e Alex Karp (uno presidente del cda, l’altro amministratore delegato). Il valore totale dei contratti stipulati finora è di almeno 1,4 miliardi di euro. È quanto emerge dall’inchiesta guidata dalla piattaforma di giornalismo investigativo Follow the Money e realizzata da Domani coi partner internazionali Der Standard, De Tijd, Børsen, Delfi Meedia, El País, Helsingin Sanomat, Télérama, Netzpolitik.org, Inside Story, Haaretz, Siena, Morgenbladet, Frontstory.pl, Dagens ETC, Republik, WAV Recherchekollektiv e The Nerve.

In questa inedita mappatura internazionale si può ricostruire che hanno aperto un varco per Palantir i ministeri della Difesa o eserciti di otto paesi tra i quali l’Italia (si tratta infatti di Danimarca, Finlandia, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Ucraina e Regno Unito), le polizie di sei (Danimarca, Finlandia, Germania, Norvegia, Paesi Bassi e Svezia), alcune agenzie di intelligence (Danimarca, Francia, Ucraina e Regno Unito).

Dal 2025 Palantir è entrata pure dalla porta principale della Nato, che ha acquisito il Palantir Maven Smart System Nato: gli Stati che tengono le distanze dall’azienda si ritrovano comunque nel sistema come membri dell’Alleanza.

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Oltre a macinare enormi quantità di dati che usa per sorveglianza e armi autonome, Palantir opera in un orizzonte postdemocratico: per Thiel la democrazia è un intralcio, il monopolio l’obiettivo. Nel caso europeo, i governi, allertati da esperti e società civile, si pongono sempre più la questione della sovranità dei dati quando a operare è un’azienda che ha come priorità gli interessi Usa.

La panoramica dei legami

I risultati dell'inchiesta in una mappa che mostra gli Stati coinvolti Crediti: Marit Gijsberts/ FTM

Se si escludono gli Usa, dove l’azienda genera tre quarti del suo fatturato (nel 2025 di 4,5 miliardi di dollari), il Regno Unito è il suo mercato più rilevante: il nostro partner The Nerve, fondato dalla giornalista d’inchiesta Carole Cadwalladr, ha ricostruito che fino al 2025 Londra ha stretto accordi con Palantir per un valore di circa un miliardo e 170 milioni di euro, riguardanti svariati ambiti dalla sanità alla vigilanza finanziaria, passando per armi nucleari, Difesa, Interni. Dopo essersi insediato come premier britannico, Andy Burnham ha fatto sapere di voler trovare alternative nazionali a Palantir. Un segnale di tenore simile è arrivato a giugno scorso anche dal primo ministro francese. Avevamo raccontato di come Thiel fosse stato accolto nei migliori salotti di Parigi, e a dicembre il ministero degli Interni aveva rinnovato per altri tre anni l’accordo tra l’intelligence e Palantir. Ma questa estate Sébastien Lecornu si è intestato una svolta: «Vogliamo guidare la rivoluzione dell’Ia invece di subirla», ha detto il primo ministro macroniano, annunciando la transizione verso la compagnia francese ChapsVision.

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Anche se i segnali di presa di distanza si moltiplicano, l’Europa tentenna, non è compatta: appena un anno fa il governo polacco ha firmato con Palantir una lettera d’intenti sull’Ia e poche settimane fa, a fine settembre, il commissario Ue alla Difesa Andrius Kubilius ha definito Palantir «un’azienda grandiosa» i cui sviluppi con intelligenza artificiale e warfare sono «cruciali». Pure Bruxelles aveva aperto a Palantir: usando il software Gotham, tra 2012 e 2021 Europol ha speso circa 4 milioni di euro per il servizio; e l’Agenzia europea per la sicurezza aerea ha messi sul piatto altri 4,7 milioni tra il 2017 e il 2023.

In Lituania i vari accordi governativi con Palantir valgono 31 milioni, estendibili a 67 milioni da qui al 2031. In Norvegia finora polizia e dogana hanno versato circa 52 milioni di euro. La polizia danese è arrivata quasi a 30 milioni di euro. In Germania la spesa sostenuta dalle forze di polizia regionali è stata di almeno 47 milioni di euro finora. Nel 2022 in Spagna il ministero della Difesa ha garantito alla società un contratto da 16,5 milioni per la gestione dei database del Centro di intelligence delle forze armate. Di recente Madrid si è aggiunta però alla schiera dei riluttanti: quest’estate El Confidencial ha fatto filtrare che il governo avrebbe sconsigliato alle partecipate statali (Sepi) di affidare nuove forniture all’azienda americana.

Il caso italiano

Nel puzzle di contratti europei c’è anche un tassello italiano da 6,2 milioni di euro. Palantir ha clienti pubblici e privati, è impossibile conoscerli tutti (la società non li dichiara) né si può neppure escludere che alcuni di loro comprino i software dell’azienda da intermediari. La segretezza che circonda il tema è oggetto di critiche: l’esperta Francesca Bria, che guida l’iniziativa per la sovranità digitale europea EuroStack, nota che «quando si tratta di sicurezza nazionale non si può rivelare tutto, ma se si gestisce un’infrastruttura critica di un Paese si ha il dovere di chiarire chi controlla i dati e può far saltare il sistema».

Per avere un’idea di quanti affari faccia Palantir in Italia bisogna verificare i contratti pubblici disponibili e fare domande. Risulta nel 2013 un primo accordo ufficiale con la pubblica amministrazione italiana: 49mila euro provenienti da Sogei (controllata dal ministero dell’Economia) per acquistare «componenti per la sperimentazione del prodotto Palantir ai fini del trattamento delle informazioni». Sogei ci ha scritto che si trattò di un contratto «di prova», non ci furono «sviluppi oltre la fase sperimentale» e «non ha mai utilizzato, né utilizza attualmente, prodotti software di Palantir nell’ambito dei servizi offerti alle proprie Amministrazioni Clienti». Quasi tutte le istituzioni pubbliche che abbiamo contattato ci hanno risposto. Polizia, Ministero dell’Interno, della Salute, della Giustizia, Presidenza del Consiglio: tutti ci hanno detto di non aver mai usato Palantir. I carabinieri lo hanno testato nel 2011, ma «la piattaforma è stata ritenuta non rispondente alle esigenze e ai requisiti dell’infrastruttura tecnologica dell’Arma». La Guardia di finanza ci ha detto di aver provato gratuitamente Foundry, il software di Palantir usato soprattutto per i dati commerciali, ma poi «non è risultato di interesse». Di sicuro qualche ente pubblico italiano che ha deciso di affidarsi a Thiel e Karp c’è: il ministero della Difesa, come Domani aveva già svelato.

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Né il ministero né il Dis hanno risposto alle domande sull’uso di prodotti Palantir. I contratti pubblici dicono però che la Difesa dal 2018 a oggi ha acquistato suoi software per almeno 6,2 milioni di euro (il totale del valore delle varie “base d’asta”), due terzi dei quali comprati dall’attuale governo. Sono quattro appalti in tutto, sempre in procedura negoziata. Compreso quello per il software principe della società, Gotham, pensato per forze armate e intelligence, acquistato nel 2025. Ulteriore nota: Karp, ceo di Palantir, è «il principale investitore» dell’impresa di difesa tech avviata da Mychajlo Fedorov, l’ex ministro della Difesa ucraino al quale Crosetto ha da poco offerto una consulenza.

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L’allerta sulla sovranità

L’esperta di politica ed etica delle tecnologie digitali Elke Schwarz ritiene problematica la dipendenza dei paesi europei da Palantir anzitutto per i legami con l’agenda America First di Trump: «Quando si parla di sicurezza nazionale – dice la professoressa della Queen Mary University di Londra – dipendere da un soggetto che dichiara apertamente che un altro Stato, in questo caso gli Usa, ha la priorità assoluta, è assai rischioso».

La Svizzera lo ha capito già da qualche anno. Per ben cinque volte tra il 2020 e il 2026 il Dipartimento federale della Difesa svizzero ha valutato se adottare i prodotti di Palantir e ha concluso che non fosse il caso. L’azienda promette che il cliente mantenga il pieno controllo sui dati ma ogni volta che l’esercito e l’Ufficio federale degli armamenti vagliavano la proposta di Palantir, non soddisfaceva i requisiti. Tra le richieste dell’esercito c’era anzitutto la capacità di far funzionare il prodotto «su un’infrastruttura di nostra proprietà, in loco»; richiesta rimasta inesaudita: nel 2022 l’esercito annullò il test previsto. Le rivelazioni si devono ai partner svizzeri Republik e WAV Recherchekollektiv. Già nel 2025 ricostruirono come Palantir avesse cercato invano per sette anni di conquistare la fiducia delle autorità federali svizzere, che avevano invece individuato dei rischi (tra cui la fuga di dati sensibili); per quello scoop Palantir portò Republik in tribunale, che però diede ragione ai giornalisti.

Per questa inchiesta abbiamo rivolto una serie di domande a Palantir, che non ha risposto alle singole questioni ma ha inviato una dichiarazione sottolineando che «la sovranità tecnologica dovrebbe essere misurata in ultima analisi da chi controlla i dati, le decisioni e la missione, non semplicemente dalla nazionalità del fornitore del software» e che l’azienda «non possiede, vende o riutilizza i dati dei clienti; sono i clienti a controllare quali dati vengono elaborati e come».