(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […]Quando nel 1984 durante un comizio Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista italiano, si accasciò sul palco colpito da un ictus devastante, la Rai troncò le trasmissioni. Il momento della morte è il più intimo della vita di un uomo, tanto che i malati terminali al momento del dunque si voltano verso il muro. Non vogliono essere visti. Ma quando, solo vent’anni dopo, il calciatore ungherese Miklos Feher si afflosciò lentamente sul terreno di gioco, allargando le braccia in segno di resa, tutte le televisioni del mondo si accanirono su quell’immagine.[…]

Adesso il governo americano, Donald Trump più che J.D. Vance che, cattolico, ha espresso qualche perplessità, ha deciso non solo di rendere pubblica l’esecuzione della pena di morte a carico di Nidal Hasan, autore della strage di Fort Hood in Texas, dove uccise 13 persone e ne ferì 31, ma di trasmetterla in diretta streaming. Quasi fosse una telenovela. E si può facilmente immaginare che con l’apporto dei social e dell’Intelligenza artificiale o ‘Super Intelligenza’, come la chiama il presidente Trump, la trasmissione di questo orrore diventerà virale, cioè mondiale.

Berlinguer era un politico sensibile che incarnava la speranza di milioni di uomini. Ma è bastato che qualche centimetro della sua carne più segreta cedesse e non era più nulla. Evidentemente non reggeva la responsabilità che pesava sulle sue spalle.

C’è una grande contraddizione in questo mondo pieno di contraddizioni: da una parte si eliminano tutti i segni del lutto, il fiocco nero al portone dell’inquilino deceduto, il libro di condoglianze in portineria che i coinquilini potevano firmare, magari aggiungendo qualche parola di conforto per i familiari. Dall’altra si riduce la morte a una telenovela.

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C’è una consolazione seppur magra: l’esecuzione avverrà per fucilazione, come ai vecchi tempi e non con la sedia elettrica o per iniezione. Probabilmente anche gli americani sono rimasti scioccati dalla vicenda di Christa Pike, sopravvissuta a due iniezioni letali, in Tennessee. Con la fucilazione il condannato può far sentire per l’ultima volta la sua voce e urlare, per esempio: “Viva l’Italia” come hanno fatto molti partigiani e molti fascisti. Era poi norma che uno dei fucilatori, se il prigioniero non fosse morto subito, gli desse il “colpo di grazia”. Ma quelli erano altri tempi, più civili, in cui si rispettava il condannato a morte e in un certo senso anche il nemico. Oggi, con le cosiddette guerre ibride non c’è più, se non in rari casi, lo scontro fra uomini contro uomini, ma fra macchine contro macchine.

Quello che accade nella guerra russo-ucraina con gli FP-5 Flamingo, per esempio, missili balistici usati in particolare dagli ucraini per colpire infrastrutture e impianti militari in profondità nel territorio russo.

E ciò che accade in Palestina dove gli israeliani colpiscono in particolare ospedali, pretendendo che si rifugino i ‘terroristi’ di Hamas.

Ma con questo la guerra non perde solo la sua estetica, ma anche la sua etica. Questo è il Progresso. Si inventano armi sempre più letali e i protagonisti non sono più, o quasi più, i combattenti sul campo, ma quelli che io chiamo gl’ingegneri dell’assassinio.

Se ci si vuole distrarre da questi orrori si vada a rivedere il Mestiere delle armi di Ermanno Olmi.