L’astensionismo non scompare cancellandolo dal denominatore. La nuova legge elettorale fa proprio questo. Rischia di trasformare un nano in gigante, e lo chiama a «comandare», com’è stato detto in aula con ingiustificata fierezza. Ma l’aritmetica dei seggi non restituisce, da sola, i cittadini perduti per strada

(Andrea Pugiotto – editorialedomani.it) – La sovranità popolare usa due schede: con quella elettorale sceglie i rappresentanti; con quella referendaria cancella una legge. Su entrambe, da tempo, pesa un terzo incomodo: chi alle urne non va. L’astensionismo è l’elefante nella stanza della democrazia. E l’attuale maggioranza lo cavalca strumentalmente.
È accaduto nell’ultima tornata referendaria in tema di lavoro e cittadinanza, finita nel nulla. La Costituzione esige la partecipazione della maggioranza degli aventi diritto: sotto il quorum, anche un sì plebiscitario non produce effetti. Dal 1997, salvo nel 2011, i votanti non hanno più superato quella soglia. Nel giugno 2025 è accaduto di nuovo, con le destre a invitare gli elettori a restare a casa. Il non voto strutturale è un’arma in più per sabotare la democrazia diretta, senza dover convincere gli elettori a votare no.

Elezioni politiche
Alle elezioni politiche il quorum non c’è. Ma l’astensione pesa, anche quando le regole fingono il contrario. Come fa la nuova legge elettorale che gira intorno al pachiderma, ignorandolo. Eppure, la differenza fra votanti ed elettori non è un gioco di percentuali: rivela quanta parte del Paese si riconosce in chi ha la maggioranza dei seggi.
Diamo i numeri. Nelle elezioni del 2022 votò appena il 63,91 per cento degli aventi diritto: oltre uno su tre disertò le urne. La coalizione che oggi governa raccolse circa il 44 per cento dei voti validi: quasi un elettore su quattro, considerando anche gli aventi diritto all’estero. Maggioranza in Parlamento, minoranza nel Paese.
La nuova legge accentua il divario. Attribuisce 70 deputati e 35 senatori in premio alla coalizione che raggiungerà, in entrambe le Camere, il 42 per cento dei voti validi. Supponiamo – ottimisticamente – un’affluenza al 60 per cento, con schede quasi tutte valide. Quella soglia premiante equivarrà a circa il 25 per cento degli aventi diritto: a varcarla, basterà il voto di un elettore su quattro. Più che un premio di governabilità, dunque, un enorme regalo a una minoranza: fino a 220 deputati (su 400) e 113 senatori (su 200), più i seggi conquistati nella circoscrizione estero (fino a 8 alla Camera, 4 al Senato). Lo giustificano in nome della stabilità, elevata a bene in sé. È un’idea che viene da lontano: «Durare! Vedete, è tutto qui. Chi dura, ha sempre ragione» (Margherita Sarfatti, Dux, Mondadori, 2026).
Il nodo delle garanzie
Se una minoranza nel Paese dispone di una simile maggioranza in Parlamento, il problema investe anche le garanzie. Come già accade per le presidenze delle Camere, potrà più agevolmente “catturare” il Quirinale (dal quarto scrutinio) e la componente laica del Csm (dal terzo). Lambirà pericolosamente i voti necessari a eleggere cinque giudici costituzionali (dal quarto scrutinio). Determinerà i vertici di diverse Autorità indipendenti. Con l’abracadabra della moltiplicazione dei seggi, strepiti pure l’opposizione: a tacitarla basterà il pugno battuto sul tavolo della conta.
In breve, il mix esplosivo tra astensionismo e premio trasformerà una volontà minoritaria e parziale in generale, dandole una legittimazione che non è sua fino in fondo.
A rimedio, non bastano le norme ora introdotte per agevolare il voto di talune categorie di elettori fuorisede. Né serve rimproverare chi si astiene: l’articolo 48 Cost. definisce il voto un «dovere civico», ma lo vuole «libero». Non sanziona chi rinuncia a esercitarlo. Il non voto può esprimere sfiducia, estraneità, protesta; può avere altre cause. Va interpretato politicamente. Nel frattempo però le regole elettorali dovrebbero assumerlo come un dato, a evitare esiti sproporzionati.
La Corte costituzionale ha già detto che la stabilità del governo non può sacrificare oltremisura la rappresentatività del Parlamento. Ha sì precisato che calcolare la soglia del premio sui voti validi espressi o sugli aventi diritto è una scelta politica. Ma ha anche riconosciuto il rischio di un’«esigua rappresentatività reale» in periodi di forte astensione alle urne (sentenza n. 35/2017).
Resta, dunque, una domanda di fondo per la Consulta: qual è il grado di distorsione della rappresentanza, prodotto in concreto dalla fusione tra astensionismo strutturale e premio in seggi, che la Costituzione può tollerare? L’astensionismo non scompare cancellandolo dal denominatore. La nuova legge elettorale fa proprio questo. Rischia di trasformare un nano in gigante, e lo chiama a «comandare», com’è stato detto in aula con ingiustificata fierezza. Ma l’aritmetica dei seggi non restituisce, da sola, i cittadini perduti per strada.