Faccia a faccia di un popolo con uno dei suoi mostri più temuti: la lotta impari dei Marsalesi contro il vento e le sue declinazioni.
(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – “Tronu trunu, vattinni arrassu, chista è casa di Santo Gnazio, Sant’ Ignazio e santi Cimuni, chista è casa di Nostru Signuri.” (Tuono tuono, vattene via lontano da qui, questa è la casa di Santo Ignazio. Sant’Ignazio e san Simone, questa è la casa del Nostro Signore.)
Ricordo come fosse ieri le preghiere di mia nonna Maretta, nel tentativo di allontanare il temporale che, incredibilmente, sembrava presentarsi ogni volta che i miei uscivano e noi restavamo a dormire dai nonni. All’improvviso il cielo si riempiva di saitte di rara potenza, mentre il vento prendeva a sbattere contro la casa e le veneziane con tale violenza da farci credere che il tetto potesse essere strappato via da un momento all’altro. Ed era lì che attaccava la nenia: tronu tronu…
Era la fine degli anni Ottanta. Il cambiamento climatico non si era ancora manifestato con le dinamiche odierne, ma anche allora le tempeste invernali non mancavano di creare una sincera apprensione. Così come durante le prime piogge post‑estive, quando dalle vigne in cui eravamo impegnati nella raccolta dell’uva, a Trigghia, a Ramisella, a Cuttaia, a Biddusa e nelle mille contrade di Marsala, Petrosino e Mazara, sembravano risalire minacciose nei cieli plumbei le truppiane rasse (grassi nuvoloni) che montavano lentamente dal mare, come panna con un frustino, e che da lì a qualche ora avrebbero scaricato a terra tutta la loro violenza.
Capitava di essere sorpresi da potenti scrosci improvvisi che duravano lo spazio di mezz’ora, quando mio padre, stregato dalla protervia dell’evento, commentava laconico: “chiove pisule pisule” (piove a dirotto). E mentre le saitte squarciavano il cielo, mia madre, sbiancata dalla paura, si affrettava a chiudere le imposte, sigillando anche il più piccolo spiraglio per timore che i lampi potessero farsi strada dentro casa.
Erano i giorni in cui u chianu s’abbummava r’acqua, le zotte r’acqua papariavano e le fosse e le puppanie si mettevano finalmente a pari, almeno per un po’, con i tanti dislivelli delle terremotate strade di campagna. Dopotutto, nelle contrade del marsalese, la natura ha sempre avuto buon gioco su un territorio piatto e fin troppo morbido, mai davvero puntellato o rafforzato. E così i margi (gli stagni), ai margini delle distese di vigneti – da queste parti estesi, a perdita d’occhio – si allagavano e, almeno per qualche mese, diventavano veri e propri laghetti che si prosciugavano soltanto con l’arrivo dei tepori della primavera. In questa estrema punta continentale costantemente sferzata dal vento.
Sarà perché eravamo bambini, ma il timore di quelle tempeste violente, dei marzapaneddi – quei piccoli vortici quasi fatti in casa, tanto erano innocui – ci turbava anche allora. Come accade spesso con ciò che non si può controllare, avevamo creato il mito della draunara (il tornado a vortice). La più temuta di tutte, persino più della saitta, di cui pure avevamo avuto prove tangibili: una casa colpita qui, un’altra là. Ma se si eccettua qualche soffitto annerito, la corrente in tilt e il trasformatore della televisione sbambato, le case colpite dai fulmini rimanevano poi esattamente dov’erano.
Discorso diverso con la draunara. Che alcuni chiamavano dragunara, forse per la forma sinistra della testa di un dragone che il vortice assume durante la sua progressiva rotazione fra cielo e mare, prima di scaricare sulla terra tutta la sua potenza devastatrice. Vero, non ne avevamo mai vista una dal vivo, eppure era lo spauracchio di noi bambini. Insieme al Mammaddau, di cui ho scritto altrove. Certo, in alcune zone si era sentito di serre scoperchiate o pensiline divelte dalla violenza del vento. Ma spesso erano episodi declassati alla categoria dei marzapaneddi, più che vere draunare cu li corna tise.
Ricordo la paura e, allo stesso tempo, l’attrazione che da piccolo esercitavano su di me i disaster movies degli anni Ottanta. In particolare Uragano, con quel lungo stillicidio d’attesa che precedeva l’arrivo della tempesta. Ricordo vagamente un grande albergo affacciato sul mare, persone in attesa dell’inevitabile e, al largo, l’occhio terribile dell’uragano che avanzava lentamente verso la costa, come una presenza viva.
Altro che parental control. A quei tempi i film catastrofici, così come gli horror, arrivavano senza troppi filtri anche agli occhi dei bambini. Forse era per questo che sentivamo poi il bisogno di ricondurre tutto a una dimensione fiabesca, capace di rendere comprensibile ciò che ci spaventava. Ed ecco Il mago di Oz, che ci veniva in soccorso, in versione scritta o in cartone animato, con le sue tempeste del Midwest, nel lontano Arkansas, a restituirci l’illusione che tutto appartenesse ancora al territorio della fantasia. Che quel vento, quella paura, quella forza incontrollabile della natura – che a Marsala è sempre di casa – fossero in fondo materia di racconto, qualcosa che poteva essere accolto e persino addomesticato nel conforto della narrazione.
Non è stato purtroppo il caso della tempesta di venerdì scorso. Quella che ha devastato il litorale lilibetano come nessuno, a memoria, riesce a ricordare. Ancora oggi continuo a imbattermi, anche senza volerlo, in nuovi video ripresi da prospettive diverse. Per rendermi conto di non avere probabilmente mai visto, nemmeno nei film catastrofici, una violenza così pervicace abbattersi con tutta la sua forza devastatrice sulla terra.
Non ci sono davvero parole per descrivere questa forza bestiale che si è scatenata venerdì mattina scorso, attorno alle dieci. Le immagini del dopo restituiscono un territorio completamente devastato: mura divelte, tetti strappati e risucchiati, auto accartocciate, fra le grida e la disperazione di chi, in meno di mezz’ora, ha visto distrutta la propria casa e le proprie cose. In poco più di mezz’ora si sono materializzate tutte le nostre paure da bambini. Senza aver potuto alzare un dito per difenderci.
Eppure, nei mali guai, bisogna sempre guardare alle cose dalla parte positiva. Perché quella scuola lì, la Alcide De Gasperi di Terrenove, poteva essere davvero una strage. E ci si chiede, osservando com’è stata devastata all’interno, come non sia stato un miracolo che nessuno dei bambini – erano ben 273 al momento della tromba d’aria – si sia fatto seriamente male. Un miracolo oppure – chissà -magari le preghiere dei nostri nonni che da qualche parte lassù hanno piegato la forza di quella natura, di per sé incolpevole, che ha avuto pietà di quei bambini. Tronu tronu vattinni arrassu…
No. Non ci sarà una chiusa con una morale in questo pezzo. O almeno non credo. Di certo non è con l’atteggiamento di quel politico là, che qualche tempo fa diceva che, visto che il clima si è tropicalizzato, allora ci attrezzeremo a combatterlo. Eh che sarà mai?
Inutile dire che non bastano queste risposte sbrigative. E lo sappiamo bene in Sicilia, dove nello spazio di meno di un anno abbiamo avuto prove tangibili, ancora più gravi se possibile: l’Uragano Harry, l’anno scorso, che ha flagellato l’intera costa orientale; e subito dopo — lo ricordiamo tutti – la frana di Niscemi, come un effetto collaterale del cambiamento climatico.
Ecco, forse è proprio questo che qualcuno ancora non comprende: che non bisogna credere che a tutto ci sia un rimedio accomodante e a buon mercato. E che non è nemmeno scontato che il sole possa sorgere domani. Ma finché la postura di chi ci governa sarà improntata alla faciloneria, al rimando, alla procrastinazione, non avremo scampo.
E gli ingenui fatalisti – a convenienza – continueranno a predicare che “munnu ha statu e u munnu è”. Che una volta, ai tempi antichi, pioveva anche più forte di oggi. E che, non per questo, dieci, venti, cinquant’anni fa si parlava di cambiamento climatico. Sono gli stessi che sostengono che una volta c’era perfino la peste e che non esistevano vaccini; eppure non ci siamo mai estinti. Come se il fatto di essere sopravvissuti bastasse a negare il pericolo di nuove malattie oggi.
Così, probabilmente, ci vogliono proprio così: come loro. Mia nonna, dal basso della sua istruzione e dall’alto del suo buonsenso, li avrebbe liquidati con una delle sue mitiche sentenze: “u cielu li ittau e a terra l’apparau” (il cielo li ha espulsi, la terra li ha raccolti).
