A dieci anni dalla morte del drammaturgo, il ricordo di un amico. Che confessa al premio Nobel quanto ci manca la sua voce di giullare in mezzo al rumore continuo dei social

DARIO FO, ACTOR...DARIO FO, ATTORE.

(di Roberto Saviano – repubblica. it) – Nel giugno del 2016 i medici gli danno meno di una settimana di vita. Due settimane dopo Dario Fo è su un palco a Roma, davanti a tremila persone, a recitare Mistero buffo. Comincia quasi senza voce, finisce lo spettacolo cantando. Voleva morire in scena, come Molière. Non ci riuscì. Morì il 13 ottobre, in un letto d’ospedale, mentre gli preparavano i muri della stanza per dipingerci sopra le allucinazioni del cortisone. Sono passati dieci anni.

Io l’ho conosciuto a Brera, il 10 dicembre 2009. Mi disse che l’arte è questo: organizzare la fantasia e il sapere contro ogni potere, contro qualsiasi forma di controllo sui corpi. Non per sentirsi migliori, ma per non sentirsi soli. Per stringere alleanze tra chi si sente sbagliato e, venendo a teatro, scopre di non essere l’unico a vedere quello che vede. Poi mi prese sottobraccio – Brera era casa sua, ci si era iscritto a quattordici anni – e mi regalò un giro della Pinacoteca. Si fermò davanti al Cristo morto di Mantegna, il suo quadro. «Lo vedi? Ha imbrogliato. I piedi sono troppo piccoli. Se li avesse dipinti giusti, gli avrebbero coperto la faccia. Ha mentito sulle proporzioni per dirti la verità sul dolore. Non ti fa vedere un Dio, ti mette davanti un morto, uno dei nostri, con le donne che piangono in un angolo come le vedove dei pescatori. Il giullare fa lo stesso: sbaglia di proposito, così vedi quello che non volevi vedere». Quel modo di guardare l’aveva imparato da bambino, sul Lago Maggiore, ascoltando i fabulatori: soffiatori di vetro, pescatori, mezzi matti per la silicosi, che in osteria raccontavano mondi capovolti dove i contadini prendevano a calci i padroni.

Da lì viene la sua idea dell’attore. «Rappresentare sempre, recitare mai». Recitare, per lui, era fingere, e fingere gli faceva schifo. Odiava la quarta parete, il buio in sala che trasforma lo spettatore in un guardone nascosto dietro una tenda. Lui il pubblico lo voleva dentro, complice, chiamato a fare l’amore con la scena, a entrare in quell’orgia di piacere e verità che può essere il teatro. Raccontava spesso dei giullari di Berna, che nel Cinquecento, sui trampoli e a cavallo dei maiali, sbeffeggiarono l’esercito nemico fino a fargli rompere le file. Ma aggiungeva sempre che giullare non vuol dire ribelle: ci sono stati anche giullari al servizio del potere. Il giullare deve scegliere da che parte stare. Lui aveva scelto, e l’aveva pagata cara.

Nel 1962 lui e Franca Rame conducono Canzonissima, davanti a quindici milioni di italiani. In uno sketch Franca è una donna siciliana che avvolge un lungo filo, come una Parca. Fuori scena si sentono spari, e lei spiega con calma a un giornalista arrivato dal continente cosa significa ognuno di questi: un infame che ha avuto la sua sentenza, un sindacalista che dava fastidio, una casa saltata in aria perché qualcuno non ha pagato il pizzo. Poi silenzio. «A chi andrà l’ultimo botto?» chiede il cronista. «A chiddu cchi fa troppe domanne, cioè a tia». Sparo, il giornalista cade, lei taglia il filo. È la prima volta che la televisione italiana parla di mafia. I liberali li attaccano duramente. Il cardinale di Palermo dichiara che la mafia non esiste. A casa arrivano lettere scritte col sangue, una piccola bara di legno e un avvertimento: «State attenti a vostro figlio Jacopo». Il bambino ha sette anni e per tutto l’anno va a scuola con due poliziotti, mentre la censura taglia perfino le parole: orfanotrofio, letto, libertà. All’ottava puntata bloccano uno sketch su un operaio caduto da un’impalcatura senza protezioni, proprio mentre in tutta Italia gli edili scioperano per la sicurezza nei cantieri. Fo e Rame decidono di andarsene, pochi minuti prima della diretta.

La Rai li denuncia per aver abbandonato la trasmissione, loro denunciano la Rai. Dopo anni di processi perdono l’ultima causa: pagano i danni e restano banditi dalla televisione per quattordici anni. Poi arrivano gli anni Settanta. Nel 1972 un avviso di reato per “attività sovversive”, poi archiviato. Un giudice di Milano li denuncia per oltraggio alla polizia a causa del manifesto di uno spettacolo, Pum pum! Chi è? La polizia!, che mostrava una famiglia con i vestiti insanguinati. Nell’autunno del 1973 a Sassari recitano Guerra di popolo in Cile in un circolo privato. Una cinquantina di carabinieri entra nel pieno della rappresentazione. Il giorno dopo ci riprovano, gli spettatori fanno muro, Fo viene trascinato via e chiuso in cella per resistenza a pubblico ufficiale. I detenuti lo accolgono con un applauso. Intanto arrivano le bombe: nei teatri dove recitano, un ordigno incendiario contro la loro casa, e nel dicembre del 1974 una bomba ad alto potenziale contro la Palazzina Liberty, la loro sede a Milano. Nessun ferito, per miracolo.

E il 9 marzo 1973 Franca esce di casa, a Milano, verso sera. Un furgone si accosta, quattro uomini la caricano a forza. Lì dentro la torturano con le sigarette e le lamette, la violentano, poi la abbandonano in un parco. Erano neofascisti. Franca trasformò quell’orrore in un monologo, Lo stupro, e per anni disse che era la storia di un’altra donna. Solo nel 1987, in prima serata, davanti a dodici milioni di spettatori, rivelò che era la sua. Sceglievano le città in cui recitare in base a quelle dove si celebravano i loro processi.

Perché non smettere? Perché per loro il teatro non era un monumento al bello né un intrattenimento per affinare le emozioni. Era un’arma di lotta civile, e insieme un servizio. «Un teatro al loro servizio», diceva Franca: al servizio di chi stava in platea per capire come funziona il potere e imparare a cambiarlo. Recitavano nelle fabbriche occupate, nelle Case del Popolo, nei bocciodromi. Una volta la polizia entrò a forza in sala e Franca decise di recitare per i poliziotti. Alla fine molti di quei ragazzi in divisa trattenevano le lacrime.

Eppure c’è un’accusa che lo insegue ancora: Fo repubblichino. Nel 1977 un settimanale scrisse perfino che aveva partecipato ai rastrellamenti contro i partigiani. Non era vero, e l’inchiesta lo dimostrò. La storia vera è più umana.

A diciotto anni Salò lo chiama alle armi. Suo padre sta nella Resistenza e aiuta ebrei e partigiani a passare in Svizzera: se Dario scappa, i fascisti vanno a frugare in casa. Allora si presenta. Dopo qualche mese diserta. Non sale in montagna con i partigiani: resta nascosto nella soffitta di un cascinale. Io quel ragazzo non so giudicarlo. A diciott’anni la Storia non ti chiede da che parte stai: ti mette in mano una divisa e resta a guardarti. Dario visse l’ambiguità di una scelta che era una trappola, e la paura vera, quella che non ha niente di eroico, che ti tiene sveglio in una soffitta ad ascoltare ogni passo sul sentiero.

Poi c’è la scelta inaspettata. Fo aveva attraversato tutte le lotte sociali e politiche del suo tempo senza mai, da anarchico, militare in un partito.

Eppure negli ultimi anni salì sui palchi di Beppe Grillo e gridò ai ragazzi: «Noi non siamo riusciti a cambiare il mondo, per favore, fatelo voi!». Proprio lui, accanto a un movimento populista che cercava la sua forza nella folla, là dove lui aveva sempre difeso la libertà del singolo. Il mondo diviso in onesti e corrotti, il vaffanculo come programma, il dubbio come debolezza, il giornalista come un nemico da indicare alla piazza. Fo smontava le verità ufficiali con la parola articolata, il contrario dello slogan. Il populismo le smonta con un grido e al loro posto ne mette altre più semplici, spesso altrettanto false. Mi sono chiesto spesso il perché di quella scelta. Credo che si sia innamorato dell’irriverenza, delle piazze piene, della risata usata come un sasso. Forse ci rivide i suoi giullari di Berna.

Ma è sulla censura che misuro la distanza tra il suo tempo e il nostro. Quella che colpì Fo aveva un volto, spesso un nome: era un funzionario, un prefetto, un giudice. Poteva tagliare uno sketch, non cancellare Dario e Franca. Li avevano tolti dalla televisione, non dal mondo. Se li cercavi, sapevi dove trovarli: in un teatro, in un capannone, ogni sera. Il censore poteva spegnere lo schermo, non la sala.

Oggi nessuno ti vieta niente. La censura non ha più bisogno di proibire, le basta seppellire. Non ti tolgono la parola, ti affogano nel rumore. Non c’è un funzionario da additare, c’è un algoritmo che decide chi viene visto, senza spiegarlo a nessuno. Non c’è un senatore che protesta in Parlamento, ci sono migliaia di voci senza volto che ti aggrediscono per un giorno e il giorno dopo hanno già dimenticato. Allora l’attacco ti trasformava in un simbolo, oggi ti consuma. Ognuno sta nel suo buio, davanti a uno schermo, a spiare gli altri senza essere visto. È la quarta parete che Fo odiava, moltiplicata per miliardi di persone. Siamo diventati tutti guardoni.

Il censore di allora voleva che Fo stesse zitto, le piattaforme vogliono che tu parli sempre, ma nel loro formato: trenta secondi, una battuta. A Fo oggi nessuno toglierebbe il microfono: gli toglierebbero il tempo e gli lascerebbero i teatri. Tanto, tra chi ha qualcosa da dire e chi non ha niente ma parla comunque, ormai nessuno si accorge più della differenza. Se tutti dicono tutto, è come se nessuno parlasse. E i giullari al servizio del potere ci sono ancora, sono la maggioranza. Solo che il potere oggi si chiama visibilità, e ti porta a dire quello che l’algoritmo premia: una tragedia o un pettegolezzo, non importa, purché si possa cavalcare e capitalizzare.

E poi c’è l’oblio. Nel 2021 un giovane attore che porta in scena Mistero buffo, Matthias Martelli, ha chiesto ai cinquecento studenti delle superiori che riempivano un teatro della Romagna chi di loro conoscesse Dario Fo. Si sono alzate una decina di mani. Nessuno lo ha vietato. Se ne sono dimenticati.

Il giorno del funerale di Dario Fo c’ero anch’io. Pioveva, e la pioggia non finiva mai. Sembrava che Milano si sciogliesse nel pianto per il suo giullare ma nessuno se ne andava. Tutti restavano lì: non si lascia solo l’ultimo giorno chi non ti ha fatto sentire solo durante il sentiero che hai percorso. Mentre passava il feretro, dagli altoparlanti uscì una canzone d’amore. A cantarla era lui, l’aveva scritta da ragazzo per Franca. L’ultimo trucco del giullare: farsi sentire vivo nell’atto più vivo che esista, cantare l’amore, in una piazza, con la sua voce.

Oggi quella piazza non c’è più. L’hanno sostituita milioni di schermi, sui quali stiamo perennemente chini. Ma da qualche parte, in una sala, qualcuno sale ancora sul palco, guarda in faccia chi ha davanti e comincia a raccontare. Storie che fanno sganasciar dal ridere e incendiano, che rivendicano il diritto di credere sempre nella possibilità di amare, che insegnano che verità e potere non coincidono mai. In quel momento, lì, c’è Dario Fo.