(Rosamaria Fumarola – lafionda.org) – «La pena di morte è l’assassinio più premeditato». Con queste parole Albert Camus sintetizzava, in un celebre saggio del 1957, la tesi fondamentale alla base della sua opposizione alla pena capitale.

Il 10 ottobre si celebra la Giornata mondiale contro la pena di morte e, appena due giorni prima, il segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth ha annunciato che l’esecuzione di Nidal Hasan, l’ex ufficiale americano autore della strage di Fort Hood, nella quale nel 2009 morirono tredici persone, potrà essere seguita in diretta streaming da chiunque lo desideri. Il prossimo 3 dicembre è infatti prevista un’esecuzione mediante fucilazione che, nelle intenzioni annunciate, dovrebbe essere resa pubblica attraverso la sua trasmissione. L’aggettivo «pubblica» assume qui un significato preciso: la messa a morte del condannato dovrebbe amplificare la propria forza simbolica attraverso la sua stessa esibizione.

Persino il vicepresidente americano JD Vance ha preso le distanze dall’idea di assistere allo spettacolo, dichiarando che, qualora l’esecuzione venisse effettivamente trasmessa, non la guarderebbe. Una presa di posizione che, pur senza cancellare la gravità dei crimini commessi da Hasan, testimonia quanto la spettacolarizzazione della morte possa suscitare interrogativi anche all’interno della stessa amministrazione americana.

Il dibattito sulla morte di Stato, intesa anche come morte per lo Stato, ha ripreso vigore, complice il moltiplicarsi dei conflitti e il crescente coinvolgimento delle popolazioni nelle guerre. Si tratta, naturalmente, di situazioni profondamente diverse, che tuttavia ripropongono una medesima questione di fondo: quella dei limiti entro i quali il potere pubblico può disporre della vita degli individui. Non si tratta di mettere in discussione l’autorità dello Stato, ma di richiamarne il fondamento e le finalità, che, nel nostro ordinamento costituzionale, risiedono anzitutto nella tutela e promozione della pari dignità sociale. Una dignità che la Costituzione pone al centro del proprio impianto e il cui rispetto, come ricorda espressamente l’articolo 32 costituisce un limite che neppure la legge può oltrepassare. Quanto alla pena capitale, l’articolo 27 ne sancisce esplicitamente il divieto.

Torna così a farsi strada l’idea che la vita umana possa essere considerata interamente sacrificabile in nome di esigenze e finalità collettive, fino alla sua soppressione deliberata, di cui la pena di morte rappresenta la manifestazione più estrema.

Colpisce, in questo quadro, che una parte della sinistra abbia smarrito la consapevolezza del legame inscindibile tra pace e giustizia sociale, rinunciando a considerare la prima una condizione essenziale per la realizzazione della seconda. Nel Partito Democratico, in particolare, continua ad avere un peso significativo una componente favorevole alle politiche di rafforzamento militare promosse da Bruxelles, che va ricondotta a una più generale logica di riarmo e di contrapposizione geopolitica.

Ne è una dimostrazione l’ostracismo con cui alcuni esponenti del partito hanno accolto, poco tempo fa, le dichiarazioni di radicale adesione alla causa pacifista della presidente dei Giovani Democratici, Virginia Libero. Una presa di posizione significativa e apprezzabile, ma non priva di incongruenze, nella misura in cui la critica alla guerra sembra rivolgersi soprattutto alle politiche di Trump e Putin, senza tradursi in una contestazione altrettanto generale della logica bellica, indipendentemente da chi la promuova. Le stesse precisazioni di Libero sull’Ucraina mostrano quanto sia difficile sottrarre il principio pacifista alle contrapposizioni politiche del momento.

Anche questo episodio appare sintomatico di un clima nel quale la pace, anziché costituire un principio fondamentale e un obiettivo permanente dell’azione politica, viene subordinata alle appartenenze e alle convenienze contingenti.

Tornando alla pena di morte, ancora prevista e applicata in numerosi Stati, colpisce come le autorità politiche di questi Paesi continuino a ignorare i risultati delle numerose ricerche che mettono in discussione la presunta efficacia deterrente della pena capitale, sulla quale insistono invece i suoi sostenitori.

Vi sono poi vicende tragicamente paradossali, come quella della cinquantenne americana Christa Pike, sopravvissuta a un tentativo di esecuzione mediante iniezione letale, durante il quale le sono state somministrate due dosi di pentobarbital. Ricoverata in condizioni gravissime, è stata successivamente dimessa dall’ospedale e riportata in carcere, dove continua a ricevere cure mediche. Il fallimento dell’esecuzione ha portato alla sospensione delle altre esecuzioni previste nel Tennessee per il resto dell’anno, mentre i suoi legali chiedono la commutazione della pena.

Ma è soprattutto la dimensione psicologica a rappresentare, per questi uomini e queste donne, una condanna nella condanna. Una dimensione che il cinema ha saputo raccontare con particolare intensità in Dead Man Walking, il film di Tim Robbins del 1995, nel quale l’attesa dell’esecuzione, il confronto con la colpa e la sofferenza delle vittime si intrecciano con la questione della dignità del condannato. Come ha ricordato suor Helen Prejean, la religiosa la cui esperienza ha ispirato il film, ogni persona vale più della peggiore azione che abbia commesso. Anche nel peggiore degli assassini sopravvive un “briciolo di umanità”, che la gravità della colpa non può cancellare e che nessuna pena dovrebbe pretendere di annientare. Riconoscerlo non significa attenuare la responsabilità del colpevole, né dimenticare le vittime, ma affermare che la dignità della persona non è una ricompensa per la buona condotta, bensì un valore che precede e limita l’esercizio stesso del potere punitivo.

Christa aveva appena compiuto diciotto anni quando, insieme a un compagno, uccise una giovane loro conoscente. Aveva subito, fin dall’infanzia, violenze di ogni genere, ma nulla valse a evitarle la condanna a morte.

Esistono filmati che la ritraggono nel momento in cui le viene letta la sentenza: il pianto disperato di una ragazza alla quale viene annunciata la pena capitale lascia un dolore muto in chiunque assista a quelle immagini. Quelle lacrime non le rigano il volto perché non può uscire con la sua migliore amica, né perché il fidanzatino l’ha lasciata, ma perché le è stato detto che dovrà morire. Ammesso che una ragazza così giovane possa davvero comprendere fino in fondo che cosa questo significhi.

Pike ha poi trascorso trent’anni in prigione, in una lunga attesa della morte che costituisce, di per sé, un’ulteriore condanna.

Molte delle nostre splendide città custodiscono, nelle loro piazze, la memoria della morte inflitta dal potere. Potrebbe sembrare un paradosso, ma proprio i luoghi in cui la cultura e la civiltà hanno raggiunto alcune delle loro più alte espressioni non hanno esitato a comminare la pena estrema, soprattutto a quanti avevano osato mettere in discussione l’autorità dei potenti. Non si tratta, naturalmente, di abbattere statue o cancellare le tracce di quel passato, ma, al contrario, di custodirne la memoria, anche nei suoi aspetti più oscuri. Il lato tragico della storia non può essere semplicemente rimosso: occorre riconoscerlo, comprenderne le ragioni e conservarne la memoria, per ritrovare ogni volta le ragioni e gli strumenti necessari a contenerlo.

Il disincanto di Mario Monicelli, nella Roma ottocentesca de Il marchese del Grillo, affida al condannato Don Bastiano, poco prima dell’esecuzione, poche, indelebili parole rivolte alla folla accorsa ad assistere:

«E adesso pure io posso perdonare a chi mi ha fatto male. In primis, al Papa, che si crede il padrone del Cielo. In secundis, a Napuljone, che si crede il padrone della Terra. E per ultimo al boia, che si crede il padrone della Morte. Ma soprattutto, posso perdonare a voi, figli miei, che non siete padroni di un cazzo!»