Il testo della Lectio Magistralis del cantante all’Università di Salerno

(VASCO ROSSI – lastampa.it) – Pubblichiamo di seguito il testo della Lectio Magistralis tenuta da Vasco Rossi in occasione del conferimento al rocker di Zocca del Dottorato di ricerca honoris causa in Politica e Comunicazione da parte dell’Università degli Studi di Salerno.
Un Dottorato di ricerca honoris causa in Politica e Comunicazione… per me?!? Questa proprio non me l’aspettavo. “Dottorato” significa che potrei anche insegnare… Ma tranquillizzo subito i miei affezionati detrattori: continuerò a fare concerti. Sono davvero felice di essere qui, a Salerno: una città a cui mi legano tanti ricordi e momenti importanti della mia vita. La prima volta che arrivai a Salerno avevo 25 anni: mi ci aveva mandato una cartolina, ma non era una vacanza. Era quella del militare. Al Nord era già inverno; qui c’era un’aria tiepida e un golfo meraviglioso. Entrai in caserma, mi misero a dormire vicino a una finestra che non aveva nemmeno tutti i vetri però si stava bene lo stesso. Qualche anno dopo tornai per un concerto e, in una notte decisamente più interessante del servizio militare, qui fu concepito il mio primogenito. Non era in programma: diciamo che la Provvidenza, con l’aiuto di una ragazza salernitana, mi aveva organizzato una bella sorpresa. E quello mi ha cambiato la vita.
Ma non voglio qui parlarvi dei miei meravigliosi figli. Voglio parlarvi di questo riconoscimento. Sono davvero onorato ed estasiato di questo titolo accademico! A volte mi chiedono: «Che cosa significa, in fondo, essere Vasco Rossi?» Bella domanda. La risposta breve è: una grande responsabilità. E io che pensavo bastassero un microfono, una chitarra e qualcuno che sapesse dove avevo lasciato gli occhiali. Per me significa restare me stesso, senza tradire quello che SONO per piacere a qualcuno. Prendere dubbi, fragilità, rabbia, sogni – e qualche sana incazzatura -e trasformarli in canzoni. Poi le canzoni escono di casa, fanno più strada di me e diventano anche vostre. A quel punto la responsabilità aumenta. E non posso più dire: «Era solo un ritornello!».
Oggi dovrei parlarvi di «politica e comunicazione». Ma io Non le ho studiate sui libri (all’università ho fatto economia e commercio…). Le ho vissute, Le ho subite e qualche volta, lo ammetto, provocate. Ho scritto canzoni. Dopo quasi cinquant’anni scopro che possono diventare perfino una tesi di laurea. Una canzone non è soltanto una canzone. È un messaggio che viaggia senza ufficio stampa. Entra nelle case, nelle automobili, nelle cuffie, nelle piazze. Arriva a chi magari non leggerebbe un editoriale né seguirebbe un dibattito politico, ma riconosce una frase perché, quella frase, parla proprio di lui.
La musica fa ciò che la comunicazione ufficiale spesso dimentica: non si limita a informare. Muove emozioni, ricordi e domande. Questo non significa trasformare una canzone in un comizio. Non ho mai pensato di avere la verità in tasca, anche perché le tasche dei miei jeans sono già piene di cose inutili. Una canzone non dà istruzioni per vivere e non sostituisce la politica. Però può aprire uno spazio in cui le persone si riconoscono, discutono e si sentono meno sole. Può dare voce a un disagio prima ancora che quel disagio trovi le parole per diventare una richiesta collettiva. La politica non è soltanto quella dei palazzi, delle elezioni e dei programmi. È anche il modo in cui una società decide chi ascoltare, chi proteggere e chi lasciare ai margini. È il rapporto, sempre difficile, tra la libertà individuale e la responsabilità verso gli altri. Quando una canzone parla di solitudine, esclusione, ribellione o libertà, entra già in questo territorio. Non offre necessariamente una soluzione, ma mette in discussione ciò che sembra normale, inevitabile, già deciso.
La parola, per me, è importante. È un’arma potente: può manipolare, semplificare la realtà, creare nemici e vendere paure. Ma può anche dare voce a chi non riesce a farsi sentire, contrastare l’arroganza, difendere la tolleranza e l’inclusione. E qualche volta può essere una grande consolazione. Per questo chi comunica pubblicamente ha una responsabilità. Deve sapere che ogni parola costruisce un clima. Può alimentare cinismo o fiducia, odio o confronto, rassegnazione o voglia di reagire. Anche il silenzio comunica. E anche una battuta può avere conseguenze, soprattutto quando arriva a molte persone.
Essere ascoltati non significa avere sempre ragione. Significa sapere che ciò che diciamo può essere ripreso, interpretato e trasformato. Una frase nata in una stanza può diventare il pensiero di qualcuno, il titolo di un giornale, uno slogan, una risposta data a un amico. Quando una canzone entra nella vita degli altri, non appartiene più soltanto a chi l’ha scritta. Questa è la sua forza. E anche il suo rischio. Per questo cerco la parola giusta: quella che dice una cosa vera senza mettersi in posa. Comunicare non significa soltanto farsi capire: significa assumersi il peso di ciò che si mette nel mondo. Se esiste una «poetica di Vasco Rossi», forse è tutta qui: dire le cose come le sento, senza trasformare la fragilità in una vergogna e senza confondere la libertà con il diritto di fregarsene degli altri.
La ribellione non è solo dire di no. È rifiutare le parole già confezionate, le identità imposte, le risposte facili. È cercare un modo personale per stare nella realtà e, quando serve, provare a cambiarla. Una canzone non risolve i problemi del mondo. Può cambiare l’umore di una giornata. Può aprire una crepa nel muro dell’indifferenza. Far nascere una domanda. Restituire dignità a un sentimento. Mettere in contatto persone che non si conoscono. Non sostituisce l’impegno politico, il lavoro civile o le decisioni concrete. Però può preparare il terreno. Può far capire che un problema esiste e che non siamo obbligati ad accettarlo in silenzio.A volte basta una frase per sentirsi meno soli. E se poi la cantano in sessantamila la solitudine diventa appartenenza.La vera responsabilità è fare in modo che, dopo aver cantato insieme, resti qualcosa: una consapevolezza, una domanda, magari il coraggio di guardare gli altri con un po’ più di attenzione. Nelle mie canzoni non metto parole in più! Le distillo, tolgo il superfluo. Cerco la sintesi. Meno parole uso, più peso ha ciascuna di loro e più spazio lascio all’immaginazione di chi ascolta. È così che una canzone può arrivare al cuore. E diventare una forma di resistenza attiva, contro il conformismo, la banalità e le menzogne. Oggi comunichiamo dappertutto, a tutte le ore: sui social, in TV, attraverso gli algoritmi. Siamo tutti con il microfono acceso. Ma prima di parlare bisognerebbe imparare ad ascoltare. Abbiamo tutti una voce, ed è una grande libertà. Ma avere più microfoni non significa avere più chiarezza…
Sul mio conto ne sono state dette tante, compresa la leggenda secondo cui avrei offeso il sud. Voi avete scelto di guardare oltre etichette e pregiudizi. Questa unanimità è, per me, la prova concreta che lo studio e la conoscenza aprono le menti e rendono davvero liberi dall’ignoranza e dai pregiudizi. Una cosa, però, l’ho imparata: Non puoi discuterci con l’ignoranza… ma con le menzogne inventate per infamare, si querela. Chi ascolta le mie canzoni sa da che parte sto. E di che pasta sono fatto. Vedervi qui, tutti in toga, e ricevere questo riconoscimento in quest’Aula Magna mi emoziona davvero. In questa Università ho sentito un’aria di pluralità, inclusione, libertà, vi ringrazio di cuore, uno per uno. E grazie, cari colleghi professori… da oggi sono un prof anch’io! Tranquilli: non darò voti. Al massimo chiederò il bis.