
(Enrica Perucchietti – lindipendente.online) – «La guerra ibrida c’è ed è in corso». Mentre infuria lo scontro sul ritrovamento di un drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia-Halle in Germania, il ministro degli Esteri Antonio Tajani rilancia l’allarme: Mosca potrebbe tentare di condizionare le prossime elezioni italiane, in un’Europa dove la minaccia di Mosca viene ritenuta sempre più aggressiva e «sconsiderata» – per usare le parole del segretario generale della NATO, Mark Rutte. Quasi in contemporanea, il Financial Times titola “Russia’s ‘Trojan horse’ in Italy tests Giorgia Meloni”, riprendendo la definizione riservata dall’European Council on Foreign Relations a Roberto Vannacci: «Un cavallo di Troia dell’influenza russa in Italia». Pochi giorni prima, dopo il “no” islandese alla riapertura dei negoziati con Bruxelles, sui media italiani era già comparsa l’ombra delle onnipresenti ingerenze straniere, utile a decifrare l’“inspiegabile” rifiuto di un’offerta che non si poteva rifiutare: aderire all’euro e magari ritrovarsi, appena sei mesi dopo, sotto procedura per disavanzo eccessivo, come la Bulgaria.
Tre vicende diverse, un unico riflesso condizionato: se gli elettori deviano dalla linea atlantista ed europeista, qualcuno deve averne manipolato la volontà. E quel qualcuno, naturalmente, non può che essere “Putin”. Che la Russia conduca operazioni di propaganda, disinformazione e influenza all’estero è plausibile, soprattutto durante una guerra combattuta anche attraverso servizi segreti, sabotaggi e campagne mediatiche. Il problema nasce quando l’ipotesi smette di essere verificata e diventa la chiave universale con cui spiegare qualsiasi risultato sgradito, alimentando un clima di minaccia permanente utile a giustificare leggi liberticide e riarmo. Tajani non ha indicato operazioni concrete contro le elezioni italiane: si è limitato a evocare possibili tentativi futuri, subito trasformati in notizia (“Ombre russe“) da prima pagina che rimbalza dalle colonne dei quotidiani ai TG. Nel caso Vannacci, invece, l’“influenza russa” sembra coincidere con le sue posizioni su Mosca e Kiev: opinioni politicamente discutibili in democrazia, ma che non provano alcuna regia del Cremlino. Eppure, il passaggio dalla vicinanza politica al sospetto di subordinazione è immediato, fino alla più efficace delle etichette: il «cavallo di Troia».
Lo stesso schema si è ripetuto in Islanda, dove il 52,8% degli elettori, con un’affluenza superiore all’82%, ha respinto la ripresa dei negoziati con l’UE per ragioni tutt’altro che oscure: sovranità, pesca, controllo delle risorse e storica diffidenza verso Bruxelles. Eppure, parte della stampa ha evocato subito disinformazione e influenze occulte. Persino Repubblica, pur ammettendo l’assenza di prove sui presunti bot russi, ha richiamato «tecniche da infowar» attribuite alle fabbriche dei troll di Mosca. Il sospetto, però, era già nel titolo: tanto bastava per essere condiviso anche dall’Ansa.
Mentre l’ingerenza russa viene evocata anche prima che si manifesti, quella statunitense avviene spesso alla luce del sole e viene derubricata a libertà di espressione o sostegno alla società civile (che si tratti del defunto USAID o dell’attuale amministrazione Trump poco cambia). Durante la campagna elettorale tedesca del 2025, Elon Musk proclamò che soltanto AfD avrebbe potuto «salvare la Germania», pubblicò un intervento a favore del partito e offrì ad Alice Weidel una lunga vetrina sulla propria piattaforma. Il vicepresidente americano JD Vance incontrò la leader di AfD a pochi giorni dal voto, dopo avere usato la Conferenza di Monaco per attaccare frontalmente i governi europei. Oggi, l’intervento non si limita alle dichiarazioni. L’amministrazione Trump prepara un programma da 25 milioni di dollari destinato a organizzazioni conservatrici europee, quattro dei quali per sostenere media e giornalisti orientati sui temi della sovranità nazionale, della libertà di parola e dei valori religiosi. Formalmente, i fondi non andranno ai partiti; materialmente contribuiranno a costruire l’ambiente culturale e mediatico nel quale quei partiti competono. Trump indica i leader europei che considera amici o nemici, Musk dispone della piattaforma con cui amplificarli e la rete politico-finanziaria cresciuta attorno a Peter Thiel lavora da anni per spostare a destra gli equilibri occidentali; il suo socio e ceo di Palantir, Alex Karp sostiene apertamente Israele e fonda una società tecnologico-militare con l’ex ministro ucraino Mykhailo Federov, ora nominato consulente della Difesa italiana.
Se finanziare media, sostenere candidati, amplificarne la voce e delegittimarne gli avversari è ingerenza, allora lo è anche quando proviene da Washington o dalla Silicon Valley. Altrimenti, non si può trasformare ogni apertura al dialogo con Mosca nella prova di un complotto. La retorica della «guerra ibrida» serve soprattutto a riclassificare il dissenso come minaccia: chi contesta le sanzioni è filorusso, chi critica la NATO fa propaganda per il Cremlino, chi rifiuta una maggiore integrazione europea è stato manipolato. L’elettore resta sovrano soltanto finché vota «correttamente», altrimenti, come capitato rispettivamente in Romania e in Grecia, si annullano le elezioni o i referendum. È questa la paranoia che dilaga in Europa: non il legittimo timore delle interferenze straniere, ma l’incapacità delle élite di ammettere che una parte crescente della popolazione possa respingerne spontaneamente le politiche. Mosca diventa così il grande alibi per sottrarsi a ogni autocritica, mentre l’influenza americana entra dalla porta principale, finanzia, incontra candidati e dichiara apertamente le proprie preferenze.
Articolo da incorniciare del tutto condivisibile e veritiero. Ricordo ancora Obama che a pochi giorni dal referendum di Londra si appello’ affinché gli inglesi votassero contro la brexit. Parola d’ordine: ha stato sempre Putin . Ma poi, se Putin riesce sempre nei suoi intenti significa che lui è geniale o che noi siamo degli incapaci ,no?
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Certo che tra Rutte della NATO e “flatulenze” di USA, UE e Israele siamo messi bene.
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“influenze russe” (?) Presto un vaccino eee oplàà, sü, nel büs del gnao.
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