Tra i titoli e i brani più amati della sua carriera figurano “La locomotiva”, “L’avvelenata” e “Autogrill”, insieme a lavori più tardi come “Radici”, “Stagioni” (con il brano dedicato al Che Guevara) e “Ritratti” del 2004

Morto Francesco Guccini: la voce che ha raccontato l’Italia tra osterie, poesia e ribellione. Per oltre quarant’anni ha intrecciato musica, letteratura e impegno civile

(di Andrea Conti – ilfattoquotidiano.it) – È morto oggi, 6 agosto 2026, Francesco Guccini, all’età di 86 anni. Le sue condizioni di salute, non buone negli ultimi tempi, sono peggiorate rapidamente nella serata del 5 agosto. La famiglia ha annunciato che, come da volontà del cantautore, i funerali si svolgeranno in forma privata nei prossimi giorni, mentre in settembre è prevista una cerimonia pubblica per permettere a chi lo ha amato di salutarlo.

Se ne va uno degli intellettuali e cantautori più importanti della cultura italiana del secondo Novecento, una voce che per oltre quarant’anni ha intrecciato musica, letteratura e impegno civile.

Nato a Modena il 14 giugno 1940, Guccini si trasferisce a Bologna nel 1961, città che diventerà il cuore della sua vita artistica e umana. Da adolescente inizia a suonare la chitarra sull’onda del rock’n’roll appena arrivato in Italia, e le sue prime canzoni risalgono già alla fine degli anni Cinquanta. All’università bolognese si costruisce la leggenda dell’eterno studente: sostiene molti esami ma non arriva mai alla laurea, un aneddoto che lui stesso trasformerà anni dopo in versi ironici sulla propria “materia di studio infinita”.

In quegli anni lavora anche come giornalista e, dal 1965, insegna per un ventennio italiano alla sede bolognese del Dickinson College, un’esperienza che affiancherà a lungo alla musica.

Francesco Guccini, dalle osterie all’anarchia: il maestrone che ha fatto cantare le generazioni

Storia del cantautore nato sugli Appennini che ha cambiato la musica a partire dall’Avvelenata, mescolando citazioni colte, politica e poetica della nostalgia

Francesco Guccini, dalle osterie all’anarchia: il maestrone che ha fatto cantare le generazioni

(di Emilio Marrese – repubblica.it) – Bologna – Gli eskimi non usciranno più dai guardaroba, il vino non rientrerà nei fiaschi e le osterie non riapriranno. Francesco Guccini se n’è andato e se si vuole ora ripercorrere la sua storia va cercata, più che qui, nelle sue canzoni, perché è lì che l’ha messa e si è raccontato per tutta la vita. La sua discografia è stata una lunga autobiografia, così generosa di dettagli da chiamare un album come suo zio, Amerigo, e indicare perfino la residenza, che tempi quei tempi: via Paolo Fabbri 43, dove oggi arriveranno pellegrini fiori calici sigarette e versi, perché – anche se il Maestrone non ci viveva da un pezzo – quello sarà sempre il suo indirizzo nella mappa dell’anima musicale italiana.

Il ritorno a Pàvana

“Io, Francesco Guccini, eterno studente, perché la materia di studio sarebbe infinita e soprattutto perché so di non sapere niente, io, chierico vagante, bandito di strada, io, non artista, solo piccolo baccelliere, perché, per colpa d’altri, vada come vada, a volte mi vergogno di fare il mio mestiere”. Così annunciò nel 1999 in “Addio” il suo ritorno agli Appennini dell’infanzia, quella Pàvana dove l’Emilia diventa Toscana, lui “cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia”. Morto da vivo, lassù, perché il suo eremitaggio montanaro non è mai stato un isolamento tanto si lasciava coinvolgere continuamente, disponibile a ogni stimolo incontro e occasione possibile, financo alla versione imminente in opera lirica-sinfonica dei suoi successi: aveva smesso di cantare, dal 2013 irrevocabilmente, ma mai di dire, perché in fondo si è sempre sentito e dichiarato più poeta, cantastorie o scrittore che non musicista. Le melodie erano le carrozze dei suoi pensieri, poi dopo 30 album sostituite quasi altrettanti libri. Nostalgico fin da ragazzo, disincantato fin dalle prime ballate, tanti i testamenti artistici notevolmente prematuri dettati, sempre con un senso di fine e di sconfitta addosso, ma mai per questo perdente o perduto, annoiato o deluso, anzi vitale, combattivo e prolifico fino all’ultimo. Guccini si è mostrato sempre a disagio nel contemporaneo, qualunque fosse, indossato come un maglione dei suoi puntualmente della taglia sbagliata, sempre orgogliosamente iscritto a una minoranza come Nanni Moretti, eppure “fiero del mio sognare e di questo eterno mio incespicare”, tra indole autentica, pigrizia, vezzo (come quello di non aver mai preso la patente di guida), sentendosi un po’ davvero Don Chisciotte e Cirano, eroe idealista, genio incompreso, fuori posto ma perché era il posto a essere sbagliato.

Le invettive e la Chiesa

I nemici preferiti: i politicanti, i potenti, gli impostori, gli ipocriti, i teleimbonitori, i nani di statura morale (“per la mia rabbia enorme mi servono giganti”) e i benpensanti. Più anarchico che comunista, come De André, elettoralmente si è sempre mosso a sinistra partendo dai socialisti. Non ha mai pensato che le sue opinioni politiche dovessero restare chiuse dentro alle sue strofe e alla sua arte.

Ateo mangiapreti, aveva stretto amicizia con il presidente della Cei, monsignor Zuppi, suo ammiratore, andandoci perfino ad Auschwitz dieci anni fa dove, qualcosa vorrà dire, il Maestrone si ruppe un braccio scivolando sul ghiaccio appena messo piede giù dal treno. Il vescovo di Bologna gli organizzò poi un incontro anche con Bergoglio.

Burbero solo all’apparenza fisica, imponente e imperioso come il proporzionato vocione, marchio della ditta con quella erre che ha arrotato migliaia di chilometri di strofe, ma in realtà omone schivo, timido e gentile, capace di infinita tenerezza. Intransigente solo quando talvolta mulinava la penna come spada, al fin della licenza, ma indulgente, da buon peccatore, con le debolezze umane.

Iniziò lugubre come un Savonarola a parlare di morte, incidenti d’auto e lager nell’epoca delle canzonette e della musica leggerissima, e tutti toccavano ferro, ma presto ne scoprirono anche l’indole ironica e sarcastica, l’umorismo dei suoi loquacissimi concerti, mai fatto piedistallo né cattedra del palco finché s’è divertito a salirci. Ieratico, intellettuale, impegnato, solenne e allo stesso tempo burlone, goliarda e fin troppo attento a non prendere troppo sul serio il proprio ruolo e il proprio successo da “modenese volgare”, “burattinaio di parole” ché “infine tutti avremo due metri di terreno”. Quando si lasciava prendere dalla collera, come ne “L’Avvelenata”, poi provava imbarazzo.

Da Barthes a Pieraccioni

Il re dei cantautori militanti per eccellenza, quello che citava Gozzano, Barthes, Borges o Salinger, non tutti sanno che aveva cominciato nelle balere della Riviera con i Gatti scrivendo pezzi alla Peppino Di Capri (“Bimba guarda come (il ciel sa di pianto)”), che aveva accompagnato alla chitarra Nunzio Gallo, protomelodico partenopeo, che aveva ceduto canzoni a Lando Buzzanca (“Il bello”) e confezionate altre per Bobby Soloe Gigliola Cinquetti, che aveva inventato slogan da Carosello per il “Salomone pirata pacioccone” dell’Amarena Fabbri. Guccini era curioso, altissimo e pop, mai snob, per cui non c’era nulla di strano nel vederlo chiudere un’antologia di poeti provenzali per appassionarsi ai quiz televisivi prima del tg o recitare nei film di Pieraccioni.

Le origini

Nato all’inizio della guerra, 14 giugno 1940, a Modena, “piccola città, bastardo posto” mai troppo amato, sfollato dai nonni a Pàvana, papà impiegato alle Poste dopo essere tornato dai campi di concentramento, mamma casalinga, Francesco, della razza sua “per quanto grande sia il primo che ha studiato”, fece le magistrali poi Lingue a Bologna senza finirla (di lauree ne avrebbe poi ritirate due ad honorem). Per due anni cronista alla Gazzetta di Modena (intervistò nel 1960 anche Mister Volare, Domenico Modugno, con arroganza da ventenne di cui ammise di essersi poi vergognato parecchio) prima di dedicarsi alla musica, abbracciata soprattutto per fare colpo sulle ragazze. Il primo disco in proprio fu nel 1967 “Folk beat n.1” ma nello stesso anno i Nomadi fecero un inno della sua “Dio è morto”, censurata dal solito zelo della Rai per blasfemia ed elogiata da Paolo VI e trasmessa da Radio Vaticana.

Il live del 1984

Prima dei record di Ligabue, Vasco e infine Ultimo fu epocale il suo raduno nel centro di Bologna il 21 giugno del 1984 per il live gratuito “Fra la via Emilia e il West”, accompagnato in piazza Maggiore, oltre che dalla band, da ospiti come Gaber, Dalla, Conte Vecchioni i suoi Nomadi ed Equipe 84: furono contati tra i 150 e i 160 mila spettatori.

Nella sua autobiografia cantata ha raccontato anche amori finiti, (feroce “Quattro stracci” per la compagna Angela, madre della figlia Teresa “Culodritto”, che prima aveva ispirato “Eskimo…”) e nuovi amori, come quello (celebrato in “Vorrei”) per la seconda moglie Raffaella Zuccari, insegnante, sposata nel 2011, con cui ha diviso gli ultimi trent’anni di strada e che lo ha accudito amorevolmente devota fino all’ultimo. Sempre più affaticato, dietro lo sguardo

più liquido guizzavano ancora intuizioni e passioni. Sempre più amareggiato e mortificato dal tradimento dei suoi occhi che ormai da troppo tempo non gli consentivano più di leggere, la più insopportabile delle menomazioni e delle pene per lui immaginabili. Speriamo che nessuno gli legga i coccodrilli, par di vederlo sbuffare e scrollare le spalle.

Guccini color nostalgia: “Non avevo previsto tutto questo”

Francesco Guccini nella sua cucina a Pavana

(di Michele Serra – repubblica.it) – Il racconto dell’1 maggio 2025 dall’archivio

Pavana (Pistoia)

Una pioviggine grigia inzuppa l’Appennino tosco-emiliano, ma la vecchia cucina di casa Guccini è un presidio inespugnabile di voci amichevoli, di luci e di profumi. Ci si sente al riparo dal tempo, non soltanto il triste meteo che ristagna fuori dalla porta; anche il tempo cronologico, il passare degli anni, come se il convivio fosse una forma di tenacia, di indifferenza alle mode e di resistenza alle offese della vecchiaia. Se Crono bussasse alla porta, lo si farebbe accomodare a tavola (non per caso si dice: ingannare il tempo). Qui si mangia, si beve e si parla come se nulla potesse mai impedirlo. Non ricordo più chi scrisse: ogni attimo perfetto contiene l’eternità. Francesco ne ha ottantacinque, è appena tornato a casa dopo un lungo e travagliato ricovero in ospedale e per lui “tornare a casa”, la sua vecchia casa di Pavana, ai bordi della Porrettana che si srotola verso Pistoia, vuol dire davvero impugnare il tempo, tutto assieme, perché qui è stato bambino, qui sua nonna e sua madre hanno governato la casa e insegnato a campare, qui lui vorrebbe che tutto quanto vada a finire, quando sarà l’ora, nello stesso posto dove tutto è cominciato.

Quando sono arrivato era in poltrona, sembrava abbattuto e silenzioso; poi siede a capotavola e riprende fiato, tono e umore. È un narratore nato, uno che di raccontare storie non si stancherebbe mai, lo ha fatto in musica con una maestria e una potenza che ha reso felici almeno un paio di generazioni. Lo ha fatto con i suoi libri, i più belli e importanti dei quali ruotano attorno al fascino evocativo delle parole, l’italiano e i dialetti, le cadenze regionali (sa recitare A Silviain modenese eIl passero solitarioin pistoiese). Le parole come oggetti da manipolare senza sosta, le parole come storie da raccontare. Come un deposito di memoria nel quale si deve rovistare per non perdere se stessi. Le parole come il suono della vita.

«Sia ben chiaro che queste che stiamo mangiando non sono le crescentine. Sono le crescenti. Le crescentine, quelle che a Parma chiamano torta fritta e a Modena gnocco fritto, sono, per l’appunto, roba fritta. Le crescenti invece sono cotte in formelle di pietra. Le tigelle prendono il nome dalla piastra di metallo nella quale una volta si mettevano sul fuoco. Nel Parmense quel tipo di contenitore è di terracotta e si chiama testo. Da cui i testaroli».

Michele Serra a casa del cantautore: da sinistra, Raffaella Zuccari, Giulia Ichino, Guccini, Serra, Antonio Silva

«I miei nonni facevano il pane una volta alla settimana, al giovedì. Se rimanevano senza pane già al martedì, in attesa che venisse di nuovo giovedì, poiché era severamente vietato anticipare il giorno del pane, con la farina si facevano le cine. Diminutivo di focaccine. Se erano di farina di castagne, allora si chiamavano i necci, separati uno dall’altro da foglie di castagno che lasciavano impressa nei necci la loro venatura. Le cine si mangiavano con la salsiccia fritta o il prosciutto fritto. Per digerire, mia zia apriva un barattolo di limonina lasciato dagli americani. Credo che fosse limone in polvere, una volta aperta la scatola la polvere era dura come un sasso. Se la aggiungevi al bicarbonato, in un bicchier d’acqua, facevi dei rutti tremendi. Non ricordo umano che abbia mangiato più di tre cine. Tranne, forse, uno chiamato affettuosamente il porcone, che una volta riuscì a ingoiare venti uova sode a fine pasto».

Francesco è filologo, collocare le parole al posto giusto, e non confonderle tra loro, è segno del rispetto che alle parole si deve portare. La sua scrittura — compresi i testi delle canzoni — piglia forza anche da un lessico molto ampio, dilatato, e molto evocativo. È una scrittura letteraria e sonora, pre-ermetica, carducciana, orgogliosamente classica, con metrica e rima sempre in ordine: non so quanti versi di Guccini ho mandato a memoria, come le poesie scolastiche. «Dai porti di ponente / il mare ti ha portato/ i carichi di avorio e di broccato». «Son macchine che passano od è il vento? O sono i tuoi pensieri alzati in volo?». E il cinto d’ernia di Amerigo, l’indù in latta sulla scatola da tè e i fiori di scarpata ferroviaria in Autogrill, le sete e le ombre nere che avvolgono la fragile giovinezza di Ofelia.

Anche il libro che ha confezionato per Giunti nella lunga convalescenza, La legge del bar e altre irresistibili leggi dell’essere, risistemazione e riscrittura di vecchi pezzi comici pubblicati su Linus e altre riviste, gode della facondia inconfondibile del suo autore. La battuta secca, da stand up comedian, non gli appartiene, l’effetto comico è ottenuto per accumulo, sta nella descrizione accurata delle persone, delle situazioni, degli ambienti, è una specie di retorica buffa nella quale l’atteggiamento “ufficiale” del retore è parte stessa dell’intenzione satirica. Uno che chiede ascolto, sale sul pulpito, parla forbito per poi sparare cazzate.

«Lasciamo perdere, è un libretto, sono puttanate, con qualche puttanata carina», dice lui con indifferenza. «Io poi sono molto guardingo su quello che faccio. Sono stato abituato nella mia vita a stare masato, come si dice a Bologna (a Milano: stare schisciondr)». Ma dopo un paio di bocconi e appena un goccio di lambrusco (di più non si può, ormai), un poco se lo coccola, il suo libretto. «Il mio pezzo preferito è quello sui cori, quelli trentini e quelli non trentini». Il mio invece è quello sulle balere di una volta, nel quale la nostalgia dei bei tempi andati (vuoi mettere come erano meglio le balere delle discoteche?) finisce per generare una vera e propria epica della precarietà e dell’improvvisazione nelle quali la generazione di Francesco fece i suoi primi passi, nell’Italia ancora segnata dalla guerra. Lui cominciò, ventenne, come orchestrale di un’orchestra da ballo.

Uno scatto di Francesco Guccini da giovane con l’immancabile chitarra
 

«Sono nato nel ’40, quattro giorni dopo l’inizio della guerra. Cinque anni di guerra, che non è stata troppo brutta, qui a Pavana. Giù a Marzabotto, trenta chilometri più a valle, è andata diversa. In campagna il pane c’era, e le galline e i maiali, anche se il maiale dovevamo nasconderlo ai tedeschi. Sono cresciuto molto più timorato di voi boomer: mio padre aveva fatto due guerre, poi il campo di concentramento perché aveva rifiutato Salò. Quando il figliolo, a tavola, diceva “non mi piace”, i genitori menavano. Sono i boomer che cominciano a far casino, a fare quello che gli salta in testa, a girare di qua e di là: noi non andavamo da nessuna parte. Mio fratello, che ha 14 anni meno di me, è andato in India che io non ero ancora andato in Francia».

«Quando sono arrivati gli americani è arrivato il benessere. Siamo cresciuti con la passione sfrenata per tutto quello che era americano. Musica, cinema, letteratura, il modo di vivere. Leggevamo come delle bestie, dalla mattina alla sera non si faceva che leggere. Montagne di fumetti, montagne di libri, a proposito, bisogna fare resistenza a questa idea stravagante che Sàlgari si chiamasse Salgàri. Non sia mai! Sarà in eterno Sàlgari! (mormorio di adesione da parte dei presenti, con l’eccezione del paio di giovani infiltrati. È il volume delle suonerie dei cellulari, altissimo, a certificare l’età media elevata della tavolata)».

«A dodici anni feci un concorso fra i lettori del Vittorioso, grande giornale: mandate quattro righe sul vostro paese. Le mandai e me le pubblicarono, una soddisfazione della Madonna. Cominciava così: “Nella forra boscosa e tortuosa del Limentra occidentale”. Parlavo così perché leggevo. Oggi nessuno legge più niente (proteste dei presenti, affettuose ma sentite)». Ce la facciamo a dire qualcosa di non nostalgico?, chiedo a Francesco. Breve consulto della tavolata per fornire all’insigne capotavola, irriducibile avversatore dei tempi presenti, qualche suggerimento. Si stabilisce, con il suo consenso, che per esempio le cure mediche sono molto, molto migliorate. Ma dopo qualche secondo di riflessione aggiunge: «Ma sarà poi questo gran culo, essere ancor vivo?». La tavolata, allora, decide all’unanimità di lodare il clamoroso salto tecnologico nella comunicazione tra umani. Il cellulare. Il mondo in tasca. Francesco annuisce. Ma con una controdeduzione di innegabile peso: «Prima, almeno, si poteva sparire. Oggi non è più possibile».

Si torna a ricordare il passato. Alcuni dei presenti sono già pratici dell’inesauribile aneddotica gucciniana, vigorosa e ilare, materia prima del suo narrare comico e dunque anche di questo ultimo libro. Ma sono loro per primi a sollecitare il remake di quelle avventure umane sicuramente già sentite, già narrate forse proprio a questo tavolo, storie fatte di scherzi, di mangiate, di goliardia, nel segno di una ferrea regola etica: «Ci si poteva dire di tutto senza mai offendersi. Nessuno si offendeva, mai». E torna in mente il motto che Sergio Staino, coetaneo di Guccini (nato pochi giorni prima) e suo amico fraterno, volle issare accanto alla testata di Tango, il settimanale satirico al quale in tanti dobbiamo molto: «Chi si incazza è perduto». Qui una breve sintesi su alcuni degli episodi evocati dalla tavolata, con Francesco maestro del coro. Quella volta che un certo Aimone, orchestrale in sedia a rotelle, venne dimenticato nel dehors di una balera, e nevicava forte, e quando ci si accorse che nel furgone (rigorosamente usato, e comperato con le cambiali) Aimone non c’era, e si tornò a prenderlo, era quasi difficile distinguerlo, sotto la bianca coltre, e non era di buon umore. Quella volta che in una Casa del popolo oltre il crinale, nel Pistoiese, un compagno autorevole prese le parola e disse: «Ora finisce il ricreativo e principia il culturale. Pole la donna essere paragonata all’omo?».

Quella volta che l’oste di Porretta Terme, il Pelle («alto come me, calvo come il Duce, l’idea platonica dell’oste»), affrontò un paio di suore che si lagnavano del cibo: «Suore! Con tutta la fame che c’è nel mondo, siete venute proprio qui a rompere i coglioni?». Quella volta che fecero credere al Pelle che lo stesse cercando, per organizzare una gita, un certo ragionier Leone; e lui telefonò, e gli rispose lo zoo di Pistoia, «qui un leone c’è, ma non è ragioniere». Quella volta che sempre il Pelle mise davanti alla trattoria addobbi particolarmente belli e costosi perché doveva passare la processione; ma la processione non passò perché proprio quell’anno aveva cambiato strada; e il Pelle raggiunse il prete e, tirando qualche Madonna, lo convinse a fare passare la processione davanti all’osteria. E corteggiava rudemente, il Pelle, la raffinata intellettuale Renata Colorni «che lo adorava, e rideva alle battute più grevi». Ridere, divertirsi, stare insieme a tavola il più a lungo possibile, ammazzare il tempo con gli amici, ecco un’attività mai trascurata. Che con l’avvento del club Tenco prese nuovo vigore, venne quasi istituzionalizzata. A cavallo tra i Settanta e gli Ottanta salivano a Pavana quelli del club Tenco, Benigni, Paolo Conte, Vecchioni, Carlo Petrini, suonatori assortiti, il presentatore Silva, il fondatore Amilcare Rambaldi, per fare notte a tavola; e di mattina, per darsi un contegno — era pur sempre il Club Tenco — all’Hotel Santoli di Porretta Terme si teneva un serissimo simposio sulla canzone d’autore. Il pomeriggio ci si trasferiva da Francesco, la mamma tirava la pasta, ognuno portava qualcosa, il vino, i dolci, «solo Melega non portava mai un cazzo», sentenzia Francesco, «e la mia mamma glielo faceva pesare».

«Mia madre ne aveva eccome, di umorismo. Ironica, caustica. Imitava le persone. Devo avere assorbito da lei. Il senso dell’umorismo è un mistero, c’è chi ne ha zero, poverello. Ma dalle nostre parti abbonda, un professore mio amico sosteneva che dipende dal fatto che noi emiliani siamo celti. Il famoso umorismo inglese, diceva lui, non è per niente inglese, è celtico. Gli anglosassoni sono arrivati dopo e l’umorismo, dunque, lo hanno già trovato sul posto. Chissà se è vero».

Il primo gruppo in cui suonò il giovane Francesco si chiamava gli Snakers. «Non era un gruppo, era un complesso, allora si chiamavano complessi. Anche l’Equipe ’84 era un complesso. Facemmo il nostro primo complesso con un batterista che aveva solo le bacchette, si procurò un tamburo non so come, sospetto il furto. La prima scrittura era per andare a suonare in un campo scout, c’erano un sacco di ragazze, non era per la musica che ci si dava da fare, era per le ragazze. La prima canzone che ho scritto era tremenda, si chiamava Ancora ed era un plagio di Only You. Non è mai stata incisa, se Dio vuole…».

Si è fatta l’ora di andare. Chiedo a Francesco come passa il tempo, chiuso in casa. «Non posso più leggere, non vedo film, non ascolto musica, men che meno la mia. Raffaella (sua moglie, ndr) mi ha regalato un giradischi ma non sono capace di usarlo, e poi non so dove diavolo siano finiti tutti i miei dischi, che erano in via Paolo Fabbri, a Bologna, e sono misteriosamente scomparsi. Mi diverto a scrivere limerick (brevi componimenti comici in rima, in Italia resi popolari da Linus nei famosi anni Settanta… me ne dice un paio su Vannacci e su La Russa, molto divertenti ma qui irriferibili). Sto ascoltando l’audiolibro dei Promessi sposi letto da Paolo Poli, è una meraviglia. Le persone che mi stanno attorno e mi sostengono, mi leggono e mi raccontano un bel po’ di notizie, ma la politica mi mortifica, stiamo vedendo cose inimmaginabili. Come dobbiamo comportarci se invadono la Groenlandia? È una domanda che non avremmo mai pensato di doverci fare. E guarda che si va a peggiorare, Vance è peggio di Trump. A me, fatti i debiti conti, basta che mi lascino l’Emilia e la Toscana, per il resto facciano loro. Il Veneto possiamo anche darlo a Putin».

Si decide di leggere ad alta voce la Lettera a Silva, capitolo del libro che riporta un’antica contesa filologica tra Guccini e Antonio Silva, ormai una venerabile figura, da cinquant’anni presentatore delle rassegne del Club Tenco, dalla prima all’ultima. Si beve ancora un poco di lambrusco, bisogna proprio assaggiarlo perché «è quello che fa la figlia di Beppe Carletti dei Nomadi, lei adesso è la sindaca di Novellara». Qualcosa, dunque, è ancora al suo posto, se Novellara è ancora saldamente governata dai Nomadi. Ma troppe cose non lo sono più. Si fa un breve elenco di amici che mancano all’appello («È morto N.? Ma che cosa dici? Noooooo!»). Chiedo a Francesco se vede, nel futuro, una cosa bella. «Quando riuscirò di nuovo a camminare voglio andare al ristorante. Sarà una gioia. Per il resto, cosa vuoi: non lo vedi come è ridotto il mondo?».

Però uno dei vantaggi della vecchiaia, gli dico, è che si dimenticano un sacco di cose. «Io invece me le ricordo quasi tutte», risponde. E sembra di vedere la sua mamma che tira la pasta sul tavolo finalmente sgombero dei nostri bicchieri.

Il libro

La legge del bar e altre irresistibili leggi dell’essere di Francesco Guccini (Giunti, pagg. 192, euro 18) è una nuova, «profondamente rilavorata versione» di un cult dell’autore, La legge del bar e altre comiche, pubblicato nel 1996 da Comix. Era un volume su un mondo che non esiste più, tra chiacchiere, giochi di carte, calcio e tanto altro. In questa nuova versione lo sguardo dell’autore cambia, ma non l’ironia e l’amore per la vita