
(di Marcello Veneziani) – C’è un inconsapevole nucleo di verità nell’affermazione di Donald Trump che gli Stati Uniti sono attaccati da un minaccioso comunismo e marxismo di ritorno. La boutade è come sempre una trumpata grossolana e risponde a rozzi motivi di propaganda politica. Il comunismo è stato per cinquant’anni uno spauracchio formidabile nell’America del dopoguerra, fino alla caduta dell’Urss. E Trump (come fece da noi Berlusconi col Libro nero del comunismo) cerca di riesumare il cadavere di Marx per usarlo contro il Partito democratico in vista delle prossime elezioni. Una rispolverata al maccartismo per proteggersi dal Mostro già fallito nella storia.
Ma involontariamente scopre una verità e tocca un punto cruciale benché poco conosciuto, su cui personalmente insisto da tempo: il marxismo fallito a est serpeggia a ovest. Finito male a Mosca, riparte dal suo epicentro, New York, e dagli Stati Uniti. Dai campus, dai circoli radical chic di New York, dai flussi migratori, dal femminismo e dagli lgbtq+. Un marxismo diverso da quello conosciuto nel Novecento, un marxismo separato dal comunismo e dall’operaismo, sostengo a differenza di Trump, sposato allo spirito radical, in prevalenza neoborghese, incentrato sul conflitto tra progresso e tradizione, demonizzata come reazione, fascismo di ritorno, oscurantismo. Un marxismo che riprende in altro modo e in altro contesto, più globale, il tema della lotta di classe, non più in chiave di anticapitalismo ma di diritti umani e diritti civili trasformando la lotta di liberazione dei popoli oppressi in lotta di liberazione degli individui repressi. Il riequilibrio sociale è affidato al sistema fiscale, alle tasse-Robin Hood (Robin-Tax); sul piano etico-politico risale un marxismo politicamente corretto, magari deviato dall’ideologia woke della sinistra radicale americana. Woke contro Wasp, ovvero nero, migrante, femmina, omo-trans contro il maschio, etero, bianco e cristiano. Con tutto il carico di intolleranza, censura, cancel culture, razzismo a rovescio che comporta questa contrapposizione manichea.
Ci sono buone ragioni per ritenere che Marx, fuggito da Mosca, sopravviva oggi a New York sotto falso nome. Il marxismo a New York appare nella sede appropriata in cui Marx si aspettava che avvenisse la sua rivoluzione. Come è noto, Marx sosteneva che il comunismo sarebbe nato laddove il capitalismo è più sviluppato, perché è il capitalismo – a suo dire – che crea le condizioni, le premesse per lo sviluppo del comunismo, dopo aver dissolto la società tradizionale. Si aspettava che il marxismo sarebbe nato a occidente: nella sua Germania, luogo nativo, e nella sua Inghilterra, luogo adottivo, nel nord Europa. Ma in modo particolare negli Stati Uniti, da cui Marx era fortemente attratto, e in cui sognava di emigrare, anche perché era il mondo nuovo, il Paese più proteso verso l’avvenire, il paese meno carico di storia, legami sociali e tradizioni antiche, che si era liberato da regni e dinastie ed era una repubblica di uomini che si erano fatti da soli (self-made-man). Marx detestava la Russia, la considerava paese arcaico e oscurantista, fermo al Medioevo contadino e al dispotismo asiatico e non avrebbe mai auspicato di vedere il marxismo-comunismo finire in altri paesi premoderni e pre-industriali come la Cina, il sud-est asiatico o Cuba.
Ho già ricordato in alcuni miei libri che Marx per anni ha campato con i soldi americani, scrivendo per il New York Tribune, che lo retribuiva decentemente. Scisse un mezzo migliaio di articoli nell’arco di alcuni anni. Scriveva con gli occhi di un marxista atlantico, filoamericano, antirusso (molti suoi articoli americani furono pubblicati mezzo secolo fa dalle edizioni de Il Borghese in un libro dal titolo Contro la Russia). Nella guerra di secessione americana, Marx si schierò dalla parte dei nordisti contro i sudisti, spingendo l’Impero britannico a fare altrettanto; e dalla parte dei progressisti democratici contro i reazionari agrari. Peraltro, ricordava Lucio Caracciolo su la Repubblica di domenica scorsa, alcuni comunisti tedeschi andarono a combattere negli Stati Uniti dalla parte dei nordisti e in particolare di Abramo Lincoln, a cui si ispirava il giornale su cui scriveva Marx. E lo stesso Marx mandò tempestivamente a nome dell’Internazionale le felicitazioni a Lincoln quando fu rieletto nel 1864. Lincoln gli rispose cordialmente. È curioso notare che molti europei andarono a combattere in America cercando una rivincita delle loro sconfitte europee: alcuni borbonici del meridione d’Italia andarono a combattere coi sudisti nel nome del sud colonizzato, nella guerra di secessione americana, così come alcuni rivoluzionari, che avevano fatto e perduto il “Quarantotto”, andarono a cercare la loro rivincita coi nordisti americani contro lo schiavismo, i privilegi di classe e la società patriarcale degli stati del sud.
Quali sarebbero oggi i bastioni del marxismo negli Stati Uniti e in Occidente? Con gli occhi di Trump direi questi: i flussi migratori, le aperture della Chiesa al Terzo Mondo e all’accoglienza, la promessa di nuove tasse per i ricchi nel nome del pauperismo; il progressismo tra i dem, il movimento transgender, femminista e l’ideologia woke. Il sindaco di New York l’islamico radical Mamdami è il testimonial principale di questo nuovo marxismo e, per Trump, di questo comunismo tornante; ma per Trump anche il suo connazionale Prevost, Papa Leone XIV, sarebbe una specie di traditore dell’America e dell’Occidente e dunque un alleato di quel nuovo comunismo antipatriottico sorto negli Stati Uniti. È inutile aggiungere che Trump indica con l’infamante etichetta di comunismo l’antitrumpismo.
Insomma, l’idea che una specie di comunismo, che meglio sarebbe chiamare solo marxismo, si riaffacci negli Stati Uniti, e in Europa, sotto le vesti dei radical americani, degli immigrati e dei loro diritti, del femminismo contro la società patriarcale, dei catto-comunisti e dei seguaci dell’ideologia woke, non è poi peregrina. Certo, viene usata in modo grossolano da Trump per evidenti calcoli politici. Ma rispolverare il comunismo a babbo morto non è molto diverso dal continuare a denunciare il fascismo a più di ottant’anni dalla sua morte, da parte degli Antifa occidentali. Trump oggi, come Berlusconi ieri, stanno semplicemente restituendo ai loro nemici la patata bollente del passato, che per gli uni è il fascismo e per gli altri il comunismo. Chi evoca i fantasmi per vincere nel presente non può poi disprezzare chi, animato dalle stesse finalità di dominio, rivolge la loro caccia ai fantasmi in altra direzione. Se nelle loro sedute spiritiche loro evocano Hitler e Mussolini, non possono poi protestare se Trump nelle sue sedute evochi Stalin e Lenin. Occhio per occhio, defunto per defunto.
“Chi evoca i fantasmi per vincere nel presente non può poi disprezzare chi, animato dalle stesse finalità di dominio, rivolge la loro caccia ai fantasmi in altra direzione. Se nelle loro sedute spiritiche loro evocano Hitler e Mussolini, non possono poi protestare se Trump nelle sue sedute evochi Stalin e Lenin. Occhio per occhio, defunto per defunto.”
… C0gli0ne per c0gli0ne.
Associare al fantasma del comunismo quello del fascismo, che più che fantasma, è uno ZOMBIE che continua a camminare e fare danni è una proprio un’ideona!
Le Pen, Farage, AFD, Vox, Vannacci e, comunque, i fratellini di fascio… tutte allucinazioni di comunisti incalliti…
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Che poi evocare il bau bau del comunismo per andare e stare al potere, e’ esattamente la stessa strategia politica e propagandistica usata da Hitler e Mussolini , ed è a loro sopravvissuta……un metodo costantemente riutilizzato in USA ed in Italia, dal dopoguerra ad oggi! A forza di difenderci da qualche nemico alla bisogna, dal comunismo al terrorismo, dagli omosessuali agli islamici, africani, russi, cinesi e domani fino agli alieni, gli eredi di cui sopra continuano a stare al potere……lo sparacchio in qualsiasi modo lo si evochi funziona!
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Diceva Nanni Moretti, anni fa, “con questa classe dirigente” non vinceremo mai…
Ecco, mi duole dirlo, con questi ragionamenti chi si oppone a queste destre, perderà sempre.
P.s. Stavo scrivendo un “papiello” per replicare ad Anail e in parte ad Alessandra. Ho rinunciato. È un discorso lunghissimo che meriterebbe un confronto in altra sede.
Resto perplesso però sull’accostamento di Farage ( con cui faceva gruppo in UE il M5s, prima di diventare “progressista”, e non credo che Anail per quanto non lo votasse lo riteneva “fascio”) ai “fascismi”. In verità non ne accosto uno ( neppure l’AFD) ma io rifiuto le definizioni preconcette. E soprattutto non mi alimento con le intemerate di Montanari ( che ritengo il più grande portatore di voti alla destra).
A proposito di Afd nessuno mi ha risposto sul perché in UE le accuse più rilevanti all’Ucraina per demolire il suo ingresso, le abbiano fatte proprio i cosiddetti “neonazi” tedeschi accusando gli Ucraini di….sospetti nazismi da estirpare. Bella vero….?
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…come SOSPETTIIIII!!!???????
Non ritenevo il m5s “fascio”, ma che fosse PIENO di fasci si è visto dopo…
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… ‘ricordava Lucio Caracciolo su la Repubblica di domenica scorsa, alcuni comunisti tedeschi andarono a combattere negli Stati Uniti dalla parte dei nordisti e in particolare di Abramo Lincoln, a cui si ispirava il giornale su cui scriveva Marx‘… Caracciolo e chi ha scritto l’articolo, facciano un salto all’indietro :
Il trombettiere garibaldino che si trovava con il generale Custer, in seguito naturalizzato statunitense con il nome di John Martin. La vita e le due divise* Origini e Garibaldi: Nato a Sala Consilina (Salerno), si arruolò giovanissimo come tamburino e trombettiere tra i volontari di Giuseppe Garibaldi. Con le Camicie Rosse combatté nel 1866 durante la terza guerra d’indipendenza nella battaglia di Bezzecca.
L’immigrazione negli USA: Nel 1873 emigrò negli Stati Uniti e decise di arruolarsi nell’esercito americano, venendo assegnato al 7º Reggimento di Cavalleria. Fu l’unico superstite a Little Big Horn. Il 25 giugno 1876, durante la celebre battaglia del Little Bighorn, Martini era proprio il trombettiere personale di George Armstrong Custer. Giovanni Martini rimase nell’esercito statunitense. Nel 1879 fu promosso sergente maggiore dei trombettieri. Successivamente si trasferì nell’artiglieria (il 3º Reggimento), prestando servizio anche a Fort McHenry, a Baltimora. La guerra del 1898: Partecipò alla guerra ispano-americana a Cuba, prima di andare in pensione nel 1904 dopo ben 30 anni di servizio nell’esercito USA. Si stabilì a Brooklyn con la numerosa famiglia (ebbe ben otto figli), lavorando come bigliettaio per la metropolitana di New York.
Fu l’unico sopravvissuto della colonna principale di Custer. https://vallopiu.it/2023/02/05/la-storia-del-salese-john-martin-il-mitico-trombettiere-di-custer-approda-sul-corriere-con-walter-veltroni/
Carlo Di Rudio: l’ufficiale ribelle. Carlo Di Rudio (poi naturalizzato Charles DeRudio) ebbe una vita rocambolesca prima e dopo Little Big Horn. Di origine nobile bellunese, fu un fervente mazziniano. Partecipò alla Repubblica Romana e nel 1858 fece parte del commando che tentò di assassinare l’imperatore Napoleone III a Parigi. Fu condannato alla ghigliottina, pena poi commutata nell’ergastolo nella Guyana francese, da cui evase clamorosamente. A Little Big Horn: Rifugiatosi negli USA, combatté nella Guerra di Secessione e divenne ufficiale del 7º Cavalleria.
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Wittengestein concludeva la sua opera magna, caposaldo della logica moderna, con una lapidaria affermazione che dichiarava che in assenza di conoscenza su un fatto, un argomento o un sistema di idee la cosa migliore è tacere Ahimè MV non la conosce oppure, peggio, non è in grado di valutare ciò che sa da ciò che non sa. e non si tratta di leggere le opere del genio di Treviri ma di capire (sperimentandola magari) i suoi scritti e la sua prassi rivoluzionaria. non solo l’impiego di gossip per ridimensionare la portata della sua opera è un operazione petroliniana senza però il guitto del comico di razza (tipo Crozza), determinando solo pietas intellettuale verso il poverello che la pratica. Quindi non c’è molto da dire altro: i tantissimi MV del pianeta a tempo debito si sveglieranno dal loro torpore ed ignavia scoprendo che le prassi avviate dal barbuto tedesco saranno diventate la normale gestione del governo delle comunità umane in tutto il mondo.
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Trovo l’analisi di Veneziani stimolante nel tentativo di decodificare il linguaggio di Trump, ma ritengo che i presupposti teorici siano fragili.
Il punto debole dell’articolo, a mio avviso, risiede nel tentativo di sovrapporre il ‘marxismo’ a ogni istanza del progressismo odierno. È importante ricordare che il marxismo classico poggiava su due pilastri imprescindibili: la lotta di classe intesa come conflitto materiale tra proprietari dei mezzi di produzione e proletariato, e l’economia di Stato (o collettivizzazione), mirata al superamento della proprietà privata.
Oggi, invece, l’ideologia che viene frettolosamente definita ‘neomarxista’ dai conservatori si occupa prevalentemente di sovrastrutture culturali, diritti civili e identità. Pretendere che la difesa dei diritti LGBTQ+ o l’ideologia woke siano l’evoluzione della lotta di classe significa ignorare la natura economica del pensiero di Marx. Anzi, spesso i movimenti ‘radical’ citati nell’articolo operano in piena compatibilità con i meccanismi del capitalismo globale e del mercato, anziché proporre un’economia pianificata o l’abolizione del capitale. Confondere una battaglia per l’inclusione sociale con il rovesciamento del sistema economico non è un’analisi, ma una forzatura retorica che svuota di significato i termini economici originali.
Sul piano storico, citare il Marx del New York Tribune per farne un ‘marxista atlantico’ è un anacronismo: il sostegno a Lincoln era dettato da una rigida analisi materialista che vedeva nel capitalismo industriale del Nord un gradino necessario dell’evoluzione storica, non certo un’adesione al modello americano.
Infine, l’equiparazione finale tra l’antifascismo e l’anticomunismo, ridotti a semplici ‘sedute spiritiche’, è un errore di prospettiva. Ridurre il dibattito pubblico a un gioco di specchi in cui si evocano fantasmi del passato per vincere una tornata elettorale impedisce di affrontare le sfide reali – economiche e sociali – del nostro tempo. Se continueremo a usare etichette desuete per demonizzare l’avversario invece di confrontarci sulle politiche economiche, non faremo altro che alimentare la polarizzazione di cui oggi, purtroppo, siamo tutti prigionieri.
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Complimenti per la replica puntuale e ben articolata ai vaneggiamenti di MV.
Tra i tanti argomenti distorti o falsi affastellati da MV segnalo la asserita vicinanza della Gran Bretagna a Washington durante la Secessione, quando è evidente nonostante la comoda neutralità dichiarata, utile agli affari di guerra con entrambe le parti, la simpatia e l’interesse sarebbe stato per i secessionisti, però abbastanza prevedibilmente destinati alla sconfitta ma comunque funzionali a ridurre la forza della potenza in crescita.
E MV non si vuol accorgere che nonostante la narrazione dominante, cioè la reclame dell’élite finanziaria, i tempi attuali dimostrano la superiorità sociale ed economica degli Stati ad economia pianificata, mentre lui si sceglie come nemico lo pseudo progressismo LGBT, evidentemente per perpetuare la falsa alternanza tra fascioliberisti e liberistiZTL.
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Ti ringrazio molto per il riscontro. È interessante il punto che sollevi sulla superiorità degli Stati ad economia pianificata o, quantomeno, a forte direzione statale.
Credo che il cuore del problema non sia tanto l’efficacia tecnica della pianificazione in sé, quanto il diverso paradigma antropologico che separa l’Occidente dall’Oriente. Mentre le democrazie liberali odierne sono ormai ripiegate su un iper-individualismo che frammenta il corpo sociale e rende quasi impossibile qualsiasi visione di lungo periodo — come abbiamo drammaticamente osservato durante la gestione della pandemia, dove il concetto di ‘bene comune’ è stato costantemente sacrificato sull’altare delle libertà individuali intese come arbitrio — le società orientali mantengono una struttura orientata alla comunità.
La superiorità, in questo senso, risiede nella capacità di agire come un organismo unico, dove l’economia non è un campo di battaglia di interessi privati, ma uno strumento di finalità collettive.
Tuttavia, resta aperta la questione di come bilanciare questo orizzonte comunitario con la tutela delle libertà individuali. La sfida, a mio avviso, non è rinunciare alla libertà, ma rifondare il concetto di individuo non più come atomo isolato, ma come parte integrante di una comunità con doveri e obiettivi condivisi. Se l’Occidente continua a vedere ogni forma di pianificazione o di limite al mercato come una minaccia alla propria libertà, finirà per implodere sotto il peso della sua stessa inefficienza sociale, incapace di rispondere alle grandi sfide del tempo proprio perché non riesce più a concepirsi come ‘collettività’.
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Marx Karl… prussiano nato da una famiglia ebrea…. ho detto tutto!
Comunismo??????????
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