
(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Israele fu per unire gli ebrei. Oggi li divide. E si divide. Fine del sionismo? Israele si volle “Luce delle nazioni” (Ben-Gurion). Oggi pare uno Stato paria. Israele si propose di salvare gli ebrei dalle persecuzioni, ora li mette in pericolo. Lo Stato esiste di norma per garantire pace, sicurezza e benessere del popolo. Lo Stato di Israele è in stato di guerra permanente. Vorrà esserlo per sempre? Paradosso supremo: il violento tramonto di Israele è opera di Israele. Della scelta di trattare l’orrore del 7 ottobre come questione di vita o di morte, quasi Sinwar fosse per sventolare lo stendardo del Profeta nella Grande Sinagoga di Gerusalemme. A sfida mortale risposta mortale. Vendetta da consumare liquidando tutti, e tutti insieme, gli aspiranti liquidatori di Israele. Questa non è guerra, è strage senza fine. Vittoria totale annuncia sconfitta totale perché impossibile. A meno di credersi capaci di finire la storia. Agli eventuali sopravvissuti, in entrambi i campi, resterebbe poco di umano. Qualche segno si intravvede.
Ammettiamo però che Israele trionfi su tutti i fronti, quindi emerga torreggiante su un Medio Oriente distrutto e rifatto a sua immagine e somiglianza. Che cosa resterebbe della sua ragione sociale, fondata sul diritto a esistere di un popolo scampato alla soluzione finale quindi riunito nella Terra promessa? Tenuto finora insieme dal memento mori, intesa minaccia permanente dell’Amalek di turno, sia esso l’Iran con la sua pletora di indocili clienti arabi o la Turchia neoimperiale, entro la cui forma ottomana i pionieri sionisti si immaginavano provincia autonoma. Senza Nemico, come sedare particolarismi e separatismi delle sue eterogenee tribù, delle quali due (arabi e haredim) non-sioniste, tanto da scansare l’obbligo alla difesa della patria? E più nel profondo, il senso di elezione che consente agli ebrei israeliani di certificarsi superiori ad arabi e islamici incivili, resisterebbe all’estinzione della minaccia, alla fine della persecuzione? Infine, come può una controsoluzione finale ottenuta con i mezzi disumani placare coscienza e memoria dei discendenti di coloro che all’altra fine scamparono? Il suicidio morale non è per tutti meno insopportabile del suicidio fisico.
Implicito nel bellicismo totalitario la rinuncia alla deterrenza. Persa il 7 ottobre. Inutile nel nuovo contesto. Contro gli ingenui che vogliono le armi al provvisorio servizio della politica, il governo di Gerusalemme postula la soluzione militare definitiva. Poco importa se il “cane pazzo” (Moshe Dayan dixit) non fa più paura. Se non puoi terrorizzare i terroristi devi sterminarli. Senza troppo distinguere per sesso ed età. Conseguenza della degradazione del popolo palestinese ad aggruppamento di bestie terroriste. Per cui ogni bambino nasce terrorista e come ogni adulto o anziano deve morire perché tale. Stazione ultima del percorso che dal rifiuto di (ri)conoscere l’Altro ne induce percezioni alterate dal terrore dell’ignoto. Perciò lo erige mostro. Israele è in guerra di attrito contro sé stesso. Le sue Forze di difesa (Idf) sono ovunque al contrattacco. Mentre conquistano e talvolta riperdono avamposti aprono sempre nuovi fronti, chiudendone nessuno perché nessuno è chiudibile. A meno di non credere nella Vittoria Totale. Sperando di non scoprirla sacrificio di sé.
La reazione del primo ministro al pogrom di Hamas ha uno sfondo inconfessabile, infatti rimosso. I terroristi di Sinwar lo hanno tradito. Per anni quei Fratelli musulmani che Israele ha incentivato dalla nascita per contrastare Arafat e la sua Olp, scompigliare il frastagliato fronte palestinese e spingerlo alla resa dei conti fratricida – missione quasi compiuta – sono stati parte integrante della sua tattica non troppo segreta, tantomeno originale: divide et impera. Impresa finanziata dal Qatar, condivisa con l’Egitto guardiano della frontiera occidentale di Gaza e bollinata da Washington. Fino al 7 ottobre il meccanismo oliato da Bibi sembrava funzionare a meraviglia. Gaza pareva sedata. Dirigenti del Mossad e loro omologhi di Hamas, grati dello stipendio pagato, si concedevano rilassate conversazioni. Contro i deliri complottisti, la sorpresa per lo Stato profondo e per lo stesso Netanyahu è stata tale. Sconvolgente. E vergognosa. Perciò resteremo a lungo in attesa di una vera indagine sui fatti di quel giorno.