Parigi e Londra chiedono di avvicinarsi a Hormuz: mercoledì l’annuncio alle Camere. Poi servirà un altro voto del Parlamento

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – C’è una ragione riservata e politicamente scivolosa dietro alla decisione del governo di presentarsi all’inizio della prossima settimana in commissione Esteri e Difesa alle Camere, affidando ad Antonio Tajani e Guido Crosetto un’informativa sulla crisi di Hormuz. È legata a una richiesta informale, ma stringente, arrivata negli ultimi giorni ai comandi militari di Roma dagli alleati, ma discussa ovviamente anche dai vertici politici delle principali cancellerie europee. Gli stati maggiori di Parigi e Londra, che guidano la coalizione di volenterosi con l’obiettivo di organizzare una spedizione navale per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz, hanno sollecitato i colleghi delle principali capitali continentali – tra cui l’Italia – a mettere in moto la macchina. O meglio, in navigazione le imbarcazioni, le fregate e i cacciamine. La sollecitazione dei partner è stata chiara: è necessario, oltreché urgente, avvicinarsi all’area del Golfo, perché nel caso in cui Stati Uniti e Iran dovessero effettivamente siglare una tregua, diventerebbe fondamentale essere operativi in tempi strettissimi.
Un chiarimento: non è ancora il momento di posizionarsi nel teatro scomodo e rischioso dello Stretto. Il suggerimento anglo-francese è però quello di attuare una sorta di “pre-posizionamento” delle imbarcazioni in acque limitrofe a quelle di Hormuz. La Francia lo sta già facendo, l’Italia ancora no.
Sono gli Stati maggiori a parlarsi, ma ovviamente tocca ai leader politici tracciare la rotta. E così, quando a Palazzo Chigi è stata consegnata la richiesta, la risposta di Giorgia Meloni è stata in un primo momento cauta: serve prima un passaggio parlamentare. Non solo per autorizzare la partecipazione attiva alla missione, ma anche solo per dare comunicazione ai gruppi parlamentari e al Paese che i nostri marinai sono salpati alla volta del quadrante di crisi. Ed è questo che verranno dunque a dire Crosetto e Tajani mercoledì prossimo alle commissioni parlamentari.
C’è fretta, nel governo. Perché esiste un enorme nodo legato alla distanza che separa queste imbarcazioni dallo Stretto. Ci vogliono diversi giorni, in alcuni casi settimane, per presentarsi di fronte alle coste iraniane: è la ragione per cui Parigi ha già mosso la portaerei Charles De Gaulle, facendole attraversare il Canale di Suez, diretta verso Hormuz. E ha inviato a Gibuti i propri caccia-mine, in modo da trovarsi di fronte alle coste dello Yemen e dunque a pochi giorni di navigazione dal teatro del conflitto.
L’Italia, dunque: due navi di scorta potrebbero essere coinvolte. Una è già impegnata con Aspides nel Mar Rosso, una con Atalanta nell’oceano Indiano. Possono raggiungere in tempi relativamente rapidi lo Stretto. Il problema è per i due caccia-mine, fiore all’occhiello della Marina e asset richiestissimo per bonificare Hormuz: al momento sono ancorati in Italia – una è a La Spezia e – e servono quattro settimane per raggiungere il Golfo. Ecco perché a Palazzo Chigi, come alla Difesa e alla Farnesina, è scattato l’allarme: non c’è tempo da perdere, bisogna riferire in fretta al Parlamento per avvicinare le navi. E annunciare che gli scafi si stanno muovendo in direzione del Golfo. Anche a costo di andare incontro alle proteste delle opposizioni, che legano ogni impegno a una premessa: una tregua solida.
In realtà, è necessario distinguere: per autorizzare la partecipazione diretta alle operazioni difensive nello Stretto il governo si prepara a un vero e proprio voto in Aula su una risoluzione. L’obiettivo è organizzarlo presto, appena la diplomazia dirà che un primo patto tra Washington e Teheran è stato siglato. Nel frattempo, la Farnesina si muove per assicurare che l’impegno italiano sia chiaramente percepito come volto alla pace: ieri Tajani ha lanciato con altri 40 Paesi una “coalizione di Roma” per provare ad assicurare il flusso di fertilizzanti, fermi per il blocco dello Stretto, senza il quale rischia di finire in ginocchio l’Africa.
Mi è poco chiara una cosa: i conti si stanno facendo senza l’ oste?
Se, come sembra, questa operazione prevede l’ ingresso in acque territoriali Iraniane è perché Teheran ha dato l’ Ok (dati tutti i presupposti positivi su tregua/pace)?
Non ho letto notizie al riguardo; ma probabilmente mi sono sfuggite, vista la certezza nell’ annunciare i preparativi della missione.
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Prima delle presidenziali Usa alla signora Kamala Harris (Dem) è stato chiesto: chi è il più grande nemico degli Stati Uniti?
Nessuna differenza, gli Usa sono questi. Dem o Rep, assieme a Gedeonia, ci porteranno alla rovina.
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Partiamo da un fatto.
Le navi NON entreranno nello stretto di Hormuz, si posizioneranno nei pressi così da essere pronte ad intervenire nel caso in cui la tregua ci fosse realmente.
Prima di trarre conclusioni bisognerà aspettare che i due imitati da Crozza riferiscano in parlamento dove immagino (forse, si spera, si presume) saranno comunicate, almeno a grandi linee, quelle che sono le regole di ingaggio, cosa “esattamente” prevede la missione.
Personalmente credo che si stia dando troppa enfasi alla riapertura dello stretto di Hormuz: forse nel breve contribuirà a raffreddare le quotazioni del greggio, ma questa è un’illusione.
Questo conflitto, così come quello in Ucraina ha dato una bella legnata alla capacità di raffinazione del greggio.
A poco serve estrarlo e trasportarlo se la capacità di raffinazione è ridotta.
In ucraina è stata azzerata ( 4 raffinerie su 4 andate KO); lo stesso dicasi per il 40% della capacità di raffinazione della Russia ed altrettanto vale per il 20% circa della capacità di raffinazione nel golfo.
Le raffinerie di Yanbu, Riyadh, Ras Tanura e Jubail saranno inutilizzabili o a capacità ridotta per anni e, sia pur in misura minore, anche quelle degli EAU e del Kuwait.
Spiace doverlo dire, ma anche si riaprisse adesso lo stretto, il collo di bottiglia non sparirebbe.
Il prezzo del petrolio potrebbe anche scendere, ma non si consuma petrolio, si consumano i suoi derivati (benzina, gasolio, petrolchimico) e senza raffinerie i prezzi dei derivati salgono e pantalone continua a pagare.
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