
(Orazio Luongo – lafionda.org) – A sentire la compagnia del Campo Largo – in particolare la sua componente sinistra – e l’informazione embedded che sempre la scorta, l’esito delle recenti elezioni d’Ungheria e la vittoria del No al referendum dello scorso marzo sarebbero la prova che il vento è cambiato. Che la cavalcata iniziata nell’autunno del ’25 con le mobilitazioni per Gaza e quelle studentesche, sospinta dal risultato referendario e quello ungherese, non potrà che avere una conclusione trionfale all’appuntamento fatidico delle prossime Politiche.
Come se la grande partecipazione dal basso, per molti versi spontanea ed istintiva, culminata nella difesa della Costituzione da parte degli italiani, e il successo di una destra considerata meno indigesta sulle rive del Danubio, fossero consensi e voti guadagnati dalle nostre opposizioni parlamentari.
Certo, la vittoria del No ha senz’altro segnato una battuta d’arresto importante per il governo. E il quadro mondiale con le guerre trumpiane e le loro pesanti ripercussioni sull’economia globale, in particolare sui ceti più vulnerabili, sta indubbiamente zavorrando il consenso delle forze della nuova destra. Ma l’idea che dalle piazze e dalle urne piene – referendarie e magiare – si passi a replicare in un voto politico favorevole al Campo Largo, mobilitando milioni di italiani ormai allergici ai partiti, è davvero un concentrato di ottimismo della volontà spinto.
Non foss’altro per la ragione che al successo del No al referendum ha contribuito anche chi aveva votato alle ultime elezioni per gli attuali partiti di governo, e in Ungheria, beh, se non se ne fossero accorti Dem & soci, ha pur sempre vinto una destra schierata a livello europeo col gruppo del PPE – mentre la sinistra socialdemocratica ungherese è praticamente evaporata.
Dati che, oltre che riaccendere una timidissima speranza sulla possibilità che qualcosa si stia realmente muovendo, soprattutto a causa dell’incistarsi della situazione internazionale, dovrebbero tuttavia consigliare al campo progressista nostrano di andarci piano con l’intestarsi vittorie non proprie, o quantomeno non esclusivamente proprie.
Come nel caso del voto referendario, dove la campagna per il No delle forze di centrosinistra è stata certamente importante, ma non determinante, quanto invece lo è stato il bisogno degli italiani di esprimere un giudizio netto sulle politiche governative, sia nazionali che estere. Un’occasione che una fetta larga del paese non si è lasciata sfuggire, portando in superficie un’opposizione carsica nella società civile, che solo incidentalmente, verrebbe da dire, è coincisa per un lasso di strada con la traiettoria dell’opposizione politica riunita attorno al Campo Largo.
Italiani, giovani soprattutto – quelli andati al voto lo scorso marzo – che da tempo hanno perso fiducia nella capacità di questa classe politica di incidere sul reale, di mettere in moto il cambiamento. E che sarà difficile coinvolgere, incanalare nelle forme tradizionali della politica, e riportare al voto da qui a un anno.
Esattamente come non sarà facile convincere e mobilitare, assieme ai grandi centri urbani che hanno trainato il No al referendum, anche i ceti popolari e le periferie. Quella parte d’elettorato cioè che negli ultimi anni, pur non essendo di destra, ha preferito affidarsi all’astensionismo piuttosto che ai partiti del centrosinistra.
Tanto più se quei partiti, già complici di diverse riforme regressive in passato – alcune delle quali hanno proprio finito con l’intaccare “la più bella Costituzione del mondo” – non andranno, com’è lecito immaginare, oltre l’orizzonte della costruzione di un’alternativa di governo, pura e semplice. Basata essenzialmente su una sommatoria parlamentare dai contorni politici incerti. Il cui argomento principale davanti agli elettori sarà per l’ennesima volta quello di rappresentare il male minore. L’eterna promessa del meno peggio, dove non occorre un veggente per indovinare che fine faranno la radicalità di giovani e movimenti, e le istanze di giustizia delle classi subalterne. Soprattutto se non s’intenderà mettere in discussione il quadro dato di politiche neoliberiste e d’austerità che lasciano stretti margini di manovra a chiunque.
Specie a chi, a Bruxelles come a Roma, ha seguitato in questi anni a votare insieme a destra e conservatori su questioni politiche ed economiche cruciali. Dimostrando essenzialmente due cose: che la porta delle larghe intese non è mai definitivamente chiusa; e che la discontinuità con il quadro rigido di condizionalità esterne, a cominciare da tagli e riarmo, difficilmente verrà messo in discussione. Con buona pace di quanti voteranno per i partiti del Campo Largo convinti di votare contro il sistema, e di quella sinistra più radicale che scendendo a patti, con ogni probabilità, finirà coll’imbarcarsi nell’ennesima avventura deludente.
Nella riedizione appena un po’ aggiornata di un esperimento ulivista o unionista dal corto respiro, e dalla corta catena.
Quando invece servirebbe dare risposta alla domanda di cambiamento emersa con forza in questi mesi in ampi strati della popolazione.
Una domanda che più che guardare alla scadenza delle prossime elezioni, reclama – soprattutto nella fascia più giovane – una rottura con le politiche degli ultimi decenni. Un’idea alternativa di società, più larga del campo che dovrebbe contenerla.
Più grande di quella compagnia che per il momento si crogiola al primo sole della primavera referendaria e della presunta primavera magiara. Convinta che d’ora innanzi farà sempre bello.
Ignara che una rondine non fa primavera. E tante volte, nemmeno due.
Ave Madia
(Di Marco Travaglio) – Se votassero solo i giornalisti, il partito di maggioranza relativa sarebbe Italia viva (parlandone da viva), seguito a ruota da Azione (noto ossimoro). Invece, disgraziatamente, votano anche le persone normali e i due centrini sono fanalini di coda in ogni elezione e sondaggio (qualunque sia la domanda, a parte una: “Chi detesti di più?”). Meno voti prendono Renzi e Calenda, che fra l’altro si odiano perché si conoscono, più spazi ottengono in talk show e giornali, che non si rassegnano alla loro estinzione e li tengono in vita artificialmente a colpi di interviste e ospitate. Ora per esempio sono tutti eccitati perché Marianna Madia, di cui i più si erano scordati l’esistenza, è passata nientemeno che dal Pd a Iv. Ma “non per un disagio personale”, questo no. Per “un’analisi oggettiva: voglio rafforzare la qualità dell’offerta politica della coalizione di centrosinistra stando fuori dal Pd”. Interviste ovunque a lei e pure a Renzi. Del resto nei bar e sugli autobus non si parla d’altro. Tutti a chiedersi come farà la Marianna a rafforzare la qualità dell’offerta politica del centrosinistra stando fuori dal Pd. Nessuno dubita che qualunque partito senza di lei sia più forte di uno con lei. Ma se la Madia va in un partito coalizzato col Pd il prodotto non cambia (per rafforzare il centrosinistra dovrebbe passare a destra, sempreché la facciano entrare). Soprattutto se Iv non si presenterà alle Politiche perché non supererebbe lo sbarramento del 3%: infatti Renzi ha già chiesto al Pd 7-8 posti sicuri (si fa per dire) nelle sue liste. Quindi, se Elly ci casca, Renzi avrà un posto in meno per i suoi: quello della Madia. Si esclude infatti che costei, in preda a istinti suicidi, passi dal Pd che non la ricandida a un altro partito che non la ricandida. Così, uscita dal Pd per rafforzare il centrosinistra fuori dal Pd, si ritroverà nelle liste del Pd indebolendo il centrosinistra da dentro, oltreché i capisaldi della logica aristotelica.
Sembra ieri che entrò alla Camera nel 2008 dopo lunga gavetta nei salotti capitolini, paracadutata da Veltroni come capolista nel collegio più fico della Capitale, annunciando al folto pubblico: “Porto in dote la mia straordinaria inesperienza”. E la dimostrò subito da ministra dell’incolpevole Pa nei governi Renzi e Gentiloni, con la leggendaria “riforma” poi rasa al suolo da Consulta e Consiglio di Stato. In 18 anni fu veltroniana, franceschiniana, dalemiana, lettiana, bersaniana, renziana e gentiloniana: ora è tutte quelle cose insieme. Sui giornaloni dell’Ave Madia era la “botticelliana amazzone di Matteo”, la “mamma al governo tra poppate e notti in bianco” di un “frugoletto rosa con tanti capelli scuri”, “apertura al futuro”, “dolcezza della gens nova non affamata ma pronta a perdersi nella politica”. Ora dev’esserle tornato l’appetito.
"Mi piace"Piace a 3 people
"Mi piace"Piace a 1 persona
“Basata essenzialmente su una sommatoria parlamentare dai contorni politici incerti. Il cui argomento principale davanti agli elettori sarà per l’ennesima volta quello di rappresentare il male minore.”
(Orazio Luongo – lafionda.org)
🥇
"Mi piace""Mi piace"
A quando un bel quadretto di her Director dedicato anche a Maria Elena Boschi (per gli amici MEB), mitica gamba destra dell’uomo di Rignano??
Sarà anche lei della partita dentro o fuori il PD?
Quanti voti farebbe perdere, assieme al suo mentore, alla coalizione di CSX ??
Guardate che, se il gioco si fa duro, son capace di inviare un video al giorno sulle gesta (in)gloriose della suddetta coppia nei celeberrimi anni del loro governo. Non so se converrà al benessere del futuro camposanto. Capita l’antifona?
Intanto ci si goda quest’assaggino!
"Mi piace""Mi piace"
Sul pezzo di MT:
Quello che ho capito è che la signora Madia è il nulla al punto tale da meritare uno scritto in prima. Ma si tratta di una cosa semplice e ci posso arrivare a comprenderla .
La parte del seggio/seggi – mica seggio/seggi è troppo complicata: alla fine della fiera la signora Madia ha lasciato il posto sicuro per finire in mezzo a una strada, oppure ha la assicurazione da IV-pd che sarà in lista?
Poi, a conferma che vivo di complotti: siamo sicuri che la signora Schlein corra il rischio di cadere in un tranello mentre magari si tratta di operazione pianificata e concordata? Ricordo a me stesso che i partiti (tutti) mettono e tengono in fondo alla lista il desiderio di attirare nuovi elettori, perciò i messaggi sono fondamentalmente indirizzati ai pochi che frequentano i seggi. Casomai si può parlare di travasi. Mai come nel prossimo appuntamento elettorale la “X” sarà appropriata. Un bel biscottone.
Infine: il pd brucia segreterie che Nerone a confronto può risultare pompiere; se la signora Schlein è già nel guinness come durata penso che un motivo deve pur esserci: evidentemente sta portando avanti il suo compito con estrema diligenza.
Attenzione ai tranelli.. forse bisogna piazzare il segnale altrove..
"Mi piace""Mi piace"
ogni volta che qualcuno scrive o nomina “il campo largo” ho un impulso irrefrenabile di prenderlo a calci in qulo.
"Mi piace"Piace a 1 persona