
(di Marcello Veneziani) – Donald Trump sembra aver riacceso nel mondo l’antiamericanismo. Di solito, un presidente conservatore accende l’antiamericanismo, un presidente progressista lo assopisce. Succede così almeno dai tempi di Kennedy. E dire che la prima vera ondata di antiamericanismo, che fu poi alle origini del ’68, nacque con la guerra in Vietnam intrapresa dal democratico Kennedy e continuata dal democratico Johnson; ma l’antiamericanismo più virulento si accese solo con Nixon, il repubblicano e conservatore che mise fine alla guerra in Vietnam, non proclamò altre guerre e avviò per la prima volta una feconda relazione con la Cina popolare e comunista di Mao. È curioso comunque pensare che alle origini dell’antiamericanismo degli anni a noi più vicini, ci sia stata proprio la gioventù americana dei campus universitari Usa, quella che si rivoltò a Berkeley e che poi contagiò, alcuni anni dopo, le università e le piazze d’Europa. L’antiamericanismo ha una matrice americana, statunitense. In origine, si sviluppò in America Latina sull’onda del mito di Cuba, di Castro e di Che Guevara, che avversavano l’imperialismo e il colonialismo yankee. E anche con Cuba fu l’America di Kennedy ad arrivare alle soglie di una guerra che avrebbe coinvolto anche l’Urss.
E in Italia? Il nostro rapporto con l’America è schizofrenico. Da una parte, infatti, le culture dominanti nel secolo scorso sono state quasi tutte critiche verso il modello americano: la cultura nazionalista e fascista, la cultura cattolica popolare, la cultura socialista, anarchica e comunista hanno sempre criticato l’american way of life e la potenza militare e imperiale, economica e pop degli Usa. Dall’altra parte siamo il paese che più di altri ha sposato e accettato lo status di provincia americana e di colonia sul piano dei costumi, dei linguaggi, della subalternità politica, economica e internazionale. Siamo diventati imitatori degli americani, rasentando il grottesco, come Renato Carosone e Alberto Sordi hanno simpaticamente figurato nel cinema e nella canzone. Un paese sdoppiato, tra antiamericani da corteo e servo-americani da palazzo. Storia di ieri e di oggi.
L’antiamericanismo si riaccese con la guerra nel Golfo nel 1991, e con lo strascico che poi si protrasse fino alla condanna a morte di Saddam Hussein. Campeggiarono in quella guerra due presidenti repubblicani, Bush padre e Bush figlio. Ma non furono da meno i presidenti dem: si pensi solo a Clinton e all’Ulivo planetario che portò all’intervento, anche italiano, in Serbia, a due passi dai nostri confini. Viceversa il filoamericanismo sorse con le reazioni terroristiche dell’islamismo radicale, il cui apice fu lo spettacolare, tragico attacco alle Twin Towers del 2001, quando nacque da noi un passaparola: siamo tutti americani. Ora vediamo riaffiorare questo referendum popolare tra filoamericani e antiamericani, e ci sembra di assistere a un film già visto. Ma questa volta il peso delle antiche pulsioni ideologiche e sentimentali dei tre filoni a cui ci riferivamo prima, conta ancor meno. E’ difficile infatti interpretare l’attuale polemica antiamericana alla luce di quelle culture e quelle ideologie del passato. E non è facile nemmeno giustificare la devozione per l’America con la gratitudine per l’accoglienza ai nostri emigrati o per averci liberato nella seconda guerra mondiale. Sono passati più di ottant’anni ormai per giustificare ancora il presente con gli occhi del passato remoto. E francamente quest’anno e più di presidenza Trump non ha bisogno di una pregiudiziale antiamericana per essere condannato: bastano e avanzano i suoi dazi, le sue minacce al mondo e alla distruzione delle civiltà in una notte sola, i suoi proclami di prepotenza, i suoi attacchi e le sue guerre, dopo aver preteso il Nobel per la Pace sulla base delle sue buone intenzioni, come era già accaduto a Obama, Premio Nobel per la pace assegnato in modo preventivo, prima ancora che si vedessero i suoi interventi bellici.
L’antiamericanismo ideologico non c’entra, altrimenti dovremmo considerare antiamericano anche il Papa americano Leone XIV, e prima di lui gli altri papi, compreso san Giovanni Paolo II, coi loro accorati, e vani, appelli contro la guerra e la supremazia Usa. Così come è difficile liquidare come antisemitismo la sacrosanta condanna dell’opinione pubblica dei crimini che commette impunemente l’Israele di Netanyahu.
Non possiamo far finta di non accorgerci che gli interventi militari americani, sia quelli di Trump che del suo predecessore Biden, sono in contrasto con i diritti sovrani dei popoli, il diritto internazionale e gli interessi geopolitici ed economici europei. Sono evidenti dietro le ragioni ideali e morali dell’interventismo americano gli interessi geostrategici e militari, economici e petroliferi americani. È comprensibile il diffuso dissenso per una guerra che non volevamo, che non era necessaria e che può produrre più danni di quanti dica di eliminare. Poi, in alcune minoranze vi può essere un residuo storico e ideologico di antiamericanismo, come in altre sparute minoranze vi è ancora una residuale ideologia filo-yankee da guerra fredda o addirittura da guerra mondiale. C’è un superstite antiamericanismo ideologico che fa il paio con un superstite filo-americanismo pregiudiziale. Spesso si accusa chi difende gli interessi domestici e sovrani di provincialismo: ma non è “provincialismo”, nel senso peggiore, ritenersi provincia dell’impero americano d’occidente e agire di conseguenza?
Contestabile è anche la convinzione che questa posizione critica verso gli Usa sia in Italia identificabile con l’area di sinistra antigovernativa. Non è vero: sono in tanti, anche a destra, a non condividere questa guerra e la linea interventista americana che la ispira. E lo fa non per derivazioni cattoliche, fasciste o comuniste ma per un intreccio di ragioni e di sensibilità nazionali, mediterranee ed europee, realistiche e morali, che nulla hanno a che vedere col pacifismo di sinistra e con la retorica degli arcobaleni. Del resto un leader nazional-europeo come De Gaulle, che sognava un’Europa dall’Atlantico agli Urali, dimostra che non c’è bisogno di essere radicali, anarchici o fascisti per ribellarsi al dominio americano nel mondo e alle sue pesanti ricadute in Europa.
Lasciamo stare dunque l’imbecille insinuazione ricorrente che affiora: ma tu ce l’hai con l’America. Personalmente da una vita mi sforzo di distinguere tra l’odio ideologico e preconcetto nei confronti degli Stati Uniti, da cui mi dissocio, e il rifiuto dell’americanizzazione del mondo: non ho nulla contro l’America e non nutro alcun odio verso un paese formidabile e contraddittorio, vitale e corrosivo, ma non amo l’americanizzazione del pianeta, l’uniformarsi passivo e automatico al modello americano, alla sua potenza e prepotenza. E indigna e avvilisce vedere una civiltà antica che rinuncia a se stessa per americanizzarsi. A chi ci rinfaccia oggi l’antiamericanismo ricordo che salutammo con favore il ritorno di Trump alla Casa Bianca perché le sue intenzioni di partenza ci parvero meritevoli di sostegno nonostante la sua più che sgradevole figura. Ce ne siamo pentiti alla luce dei fatti e comportamenti, non di pregiudiziali ideologiche. Poniamoci piuttosto la domanda ulteriore su questa guerra e sulla visione del mondo rispetto al futuro che vogliamo. Il problema americano non evoca il passato e le ideologie che lo accompagnarono ma implica il futuro, il ruolo che intendiamo riconoscere all’Italia, all’Europa e alle più antiche civiltà mondiali rispetto all’Impero Americano e al suo suprematismo. Chiedersi se preferiamo un mondo plurale e multipolare o un mondo unificato e governato da una superpotenza che risponde ai suoi interessi o che obbedisce alla volontà prepotente di un uomo solo, non vuol dire essere antiamericani. Vuol dire interrogarsi sulla vita del nostro presente in vista del nostro domani. Non si può accettare che nel nome di un’astratta libertà imposta con la forza nel mondo, si debba rinunciare alla libertà di essere noi stessi, sovrani in casa nostra e capaci di tutelare i nostri interessi e le nostre peculiarità che divergono da quelli americani. Ma qui il tema della critica agli Usa e a Trump diventa inevitabilmente il tema della critica all’Europa inetta e inerme e la necessità di rifondarla.