
(di Kashif Hasan Khan – asiatimes.com) – Nel suo monumentale “Storia della decadenza e caduta dell’impero romano”, lo storico Edward Gibbon sosteneva che gli imperi raramente crollano all’improvviso. Il loro declino è in genere graduale, modellato da trasformazioni strutturali di lungo periodo.
Eppure, la storia registra talvolta momenti in cui un singolo errore strategico accelera il processo. La domanda che vale la pena porsi è se gli Stati Uniti si siano avvicinati a uno di questi momenti.
L’attacco congiunto Stati Uniti–Israele contro l’Iran nel febbraio 2026 ha acceso un intenso dibattito tra studiosi e osservatori di politica internazionale. […]
Per oltre sette decenni, gli Stati Uniti hanno ancorato l’ordine globale non solo attraverso la forza militare, ma anche tramite istituzioni, regole e assetti economici che hanno strutturato il sistema internazionale del secondo dopoguerra. Molti Paesi, comprese le potenze emergenti, hanno conosciuto una crescita economica all’interno di questo quadro.
L’ascesa della Cina come potenza manifatturiera e la crescente integrazione della Russia nei mercati globali si sono sviluppate in larga misura all’interno di un sistema economico plasmato dalla leadership americana. La legittimità di questa leadership si fondava dunque non solo sulla forza, ma sulla percezione che il sistema creato dagli Stati Uniti producesse stabilità e benefici economici condivisi. In nessun luogo questo assetto è stato più strategicamente rilevante che in Asia occidentale.
Le fondamenta della leadership statunitense in Asia occidentale
L’Asia occidentale è da tempo una delle regioni più instabili della politica globale. Dalla creazione dello Stato di Israele nel 1948, i conflitti ricorrenti tra Israele e i Paesi arabi, insieme alle rivalità settarie e alle guerre civili, hanno prodotto un’instabilità persistente. Allo stesso tempo, la regione possiede vaste riserve petrolifere, rendendo la sua stabilità politica essenziale per il funzionamento dell’economia globale.
Per gestire questo contesto strategico, gli Stati Uniti hanno sviluppato un sistema di sicurezza ed energia che è diventato centrale per la loro influenza globale. A partire dagli anni Settanta, Washington ha offerto garanzie di sicurezza alle monarchie del Golfo, come Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.
In cambio, questi Stati hanno accettato di prezzare e commerciare il petrolio principalmente in dollari statunitensi. Questo assetto, comunemente noto come sistema dei petrodollari, ha rafforzato il ruolo centrale del dollaro nella finanza globale, garantendo al contempo forniture energetiche affidabili.
La relazione funzionava come un patto strategico: gli Stati del Golfo ricevevano protezione in una regione caratterizzata da forti rivalità geopolitiche, mentre gli Stati Uniti assicuravano stabilità energetica e influenza finanziaria.
Nel tempo, questo assetto ha contribuito a sostenere lo sviluppo economico nel Golfo e ha rafforzato la posizione di Washington come principale potenza esterna in grado di plasmare la sicurezza regionale.
L’Iran, tuttavia, è rimasto a lungo al di fuori di questo sistema. Dopo la rivoluzione islamica del 1979, i rapporti tra Teheran e Washington si sono deteriorati drasticamente. L’Iran si è posizionato come sfidante dell’influenza statunitense e ha sviluppato reti di alleanze regionali con attori come Hezbollah, Hamas e gli Houthi. Queste relazioni hanno intensificato le tensioni nella regione e rafforzato la dipendenza delle monarchie del Golfo dalle garanzie di sicurezza americane.
Per decenni, la strategia statunitense in Asia occidentale si è basata su tre pilastri: contenere l’Iran, mantenere il sistema dei petrodollari e garantire la sicurezza dei partner del Golfo. Questo quadro ha permesso a Washington di plasmare le dinamiche regionali sostenendo al contempo la propria leadership globale.
Perché l’ordine regionale potrebbe incrinarsi
Gli sviluppi recenti suggeriscono però che le fondamenta di questo sistema si stanno indebolendo. L’attacco all’Iran del febbraio 2026 ha sollevato interrogativi significativi sia sulla credibilità sia sulla sostenibilità della leadership americana nella regione.
Una delle principali preoccupazioni riguarda la fiducia diplomatica. Secondo alcune ricostruzioni, erano in corso negoziati tra Stati Uniti e Iran in Oman quando è avvenuto il primo attacco. Lanciare un’azione militare durante un processo negoziale rischia di minare la fiducia nei meccanismi diplomatici. Nella diplomazia internazionale, la credibilità resta una risorsa cruciale, anche tra rivali strategici.
Anche la legittimità dell’operazione è stata ampiamente discussa. L’attacco, secondo quanto riportato, non avrebbe avuto un’autorizzazione formale del Congresso degli Stati Uniti né l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Azioni che aggirano i meccanismi internazionali consolidati sollevano inevitabilmente interrogativi sulle regole che governano l’uso della forza e sulla coerenza dell’ordine internazionale.
Ancora più rilevanti sono le conseguenze regionali, che hanno messo in luce vulnerabilità crescenti. Le azioni di ritorsione dell’Iran hanno colpito infrastrutture e siti strategici legati agli Stati del Golfo. Per questi governi si pone una domanda fondamentale: se gli Stati Uniti non sono in grado di proteggerli dall’escalation regionale, possono ancora essere considerati un garante di sicurezza affidabile?
Queste preoccupazioni si sono sviluppate gradualmente. Negli ultimi anni, gli Stati del Golfo hanno progressivamente diversificato le proprie relazioni strategiche. La crescente presenza economica della Cina nella regione ha creato alternative che in passato erano limitate. Attraverso investimenti su larga scala, progetti infrastrutturali e cooperazione energetica, Pechino ha rafforzato costantemente la propria posizione come attore economico di primo piano in Asia occidentale.
La Cina ha inoltre iniziato a svolgere un ruolo diplomatico. L’accordo del 2023 che ha ristabilito le relazioni tra Arabia Saudita e Iran, facilitato da Pechino, ha dimostrato che stanno emergendo attori diplomatici alternativi in una regione storicamente dominata dalla mediazione americana.
Allo stesso tempo, le conseguenze economiche di un’escalation potrebbero estendersi ben oltre il Medio Oriente. Qualsiasi interruzione nello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita una quota significativa delle esportazioni mondiali di petrolio, farebbe impennare i prezzi dell’energia. Quotazioni superiori ai 100 dollari al barile genererebbero pressioni inflazionistiche su scala globale, colpendo sia le economie sviluppate sia quelle emergenti.
La preoccupazione più ampia è che gli Stati Uniti rischino di indebolire proprio il sistema che ha sostenuto la loro leadership. L’ordine del dopoguerra godeva di legittimità perché appariva in grado di garantire stabilità, regole prevedibili e crescita economica. Se Washington venisse sempre più percepita come una forza destabilizzante anziché stabilizzatrice, la credibilità di questa leadership potrebbe erodersi progressivamente.
Questa dinamica è già visibile nel crescente interesse di molti Paesi a diversificare i sistemi economici e finanziari. Le iniziative all’interno del gruppo BRICS, volte a ridurre la dipendenza dalle istituzioni finanziarie dominate dagli Stati Uniti, riflettono una più ampia ricerca di alternative all’ordine esistente.
Sarebbe tuttavia prematuro dichiarare la fine della leadership globale americana. Gli Stati Uniti restano il principale attore militare mondiale e continuano a occupare una posizione centrale nella finanza e nella tecnologia globale. Tuttavia, i sistemi egemonici raramente collassano improvvisamente: più spesso si indeboliscono gradualmente, man mano che diminuisce la fiducia nella potenza dominante.
Il dibattito sull’attacco all’Iran del febbraio 2026 riflette esattamente questa incertezza. Se la credibilità delle garanzie di sicurezza statunitensi continuerà a erodersi nelle regioni che un tempo ne costituivano il pilastro, l’ordine globale potrebbe evolvere progressivamente verso una struttura più multipolare. Potenze emergenti, attori regionali e nuove coalizioni economiche avranno un peso crescente nella definizione della politica internazionale.
Resta incerto se gli eventi del 2026 si riveleranno davvero un punto di svolta. Ma la storia suggerisce che momenti di eccesso strategico possono accelerare trasformazioni più profonde. Per gli Stati Uniti, la sfida sarà capire se sapranno adattare la propria leadership a un mondo in cambiamento — o rischiare di assistere al lento logoramento e, infine, al tramonto dell’ordine che essi stessi hanno costruito.
Gibbon risulta piuttosto incisivo e orienta fin da subito: emerge così un orientamento implicito riconoscibile che vuol passare per neutro, che alterna segnali di verosimiglianza a una certa asimmetria nell’interpretazione e nella distribuzione del giudizio tra gli attori.
Buona camicia della via della seta a te Kashif Hasan Khan,buona camicia a tutti(semicit)
But another level rispetto alle fette biscottate già spalmate.
Col permesso di Jello Biafra
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Per capire come ragiona la classe dirigente Usa in ambito internazionale propongo la lettura (cliccare sulla trascrizione testo) di un famoso discorso del presidente Dem Lyndon Johnson, paladino dei diritti sociali. L’intervento è di luglio 1965. Risponde alla domanda di una cittadina sul perché del coinvolgimento americano in Vietnam, illustra il quadro generale, le motivazioni, i sacrifici e i benefici. Le truppe Usa nel sud-est asiatico, già presenti con 75k unità, sarebbero passate a 125k effettivi, con invio della 1^ divisione di cavalleria (aviotrasportata), il reparto che si sarebbe scontrato con le truppe nord vietnamite quattro mesi dopo nella valle di Ia Drang nella prima e sanguinosa vera battaglia del conflitto, subendo forti perdite (we were soldiers).
https://millercenter.org/the-presidency/presidential-speeches/july-28-1965-press-conference
Metodi e motivazioni Usa non sono mai cambiati: menzogne e ribaltamenti della realtà per giustificare i crimini commessi in ogni angolo del globo.
**guerra partita con la balla dell’ incidente del golfo del Tonchino.
Ricorda la provetta farlocca di antrace sventolata all’ ONU da Powell e la bomba atomica dell’Iran. Tutte menzogne . Sono sempre loro&soci.
I seguaci suprematisti occidentali, compresi i corrotti di casa nostra, rivendicano il lungo periodo di pace reso possibile dall’ ombrello marcio atlantista. I morti altrui sono spazzatura umana per questi brutti figuri.
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Ec: paladino dei diritti civili.
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